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Vox populi / Radicali veri e finti

Testo: 

Gentile Direttore, mi permetto una breve digressione circa l'utilizzo dei termini "radicali", "radicale", "radicalismo" da parte dell'opinione pubblica e sempre più, di riflesso, anche da parte della nostra classe politica; riflessione che spero possa contribuire a chiarire almeno dal punto di vista semantico i cambiamenti in corso nel nostro panorama politico. Per descrivere il radicalismo italiano a cavallo tra Otto e novecento Galante Garrone parla dei radicali come di coloro che "si battono da posizioni più o meno avanzate, per una progressiva trasformazione in senso democratico del regime esistente e per un programma di riforma: soprattutto in campo elettorale, parlamentare, fiscale, scolastico e dei rapporti con la Chiesa"; e ben individua, nell'estrema varietà dei loro atteggiamenti, due costanti che caratterizzano un po' tutto il radicalismo europeo continentale.
"In primo luogo, si tratta di un movimento che, per quanto composito, ha una base essenzialmente borghese, di piccola e media borghesia. Esso si fa, con più o meno intensità polemica, patrocinatore degli interessi popolari, e non è insensibile a quella che già comincia a dirsi la `questione sociale; ma non rinnega la propria fisionomia e i propri interessi di classe borghese, sia pure avanzata in senso liberale e democratico. In secondo luogo, e in logica connessione con quanto ora si è detto, esso accenna a prendere posizione non solo contro i liberali moderati, ma anche contro l'estremismo socialista che minaccia l'abolizione della proprietà privata". Saranno negli Anni Cinquanta i radicali de "Il Mondo" a recuperare quella tradizione, ancorando saldamente quell'aggettivo ad una chiara e precisa opzione politica e partitica.
Fatta eccezione per i riferimenti alla sinistra americana e per un continuo chiamare in causa riforme dotate di un certo grado di incisività, l'uso dell'aggettivo "radicali" ha infatti avuto in politica nel secondo dopoguerra dei nomi e dei volti ben precisi, a maggior ragione dopo il successo delle battaglie per i diritti civili degli anni Settanta, che fecero di uno sparuto gruppo conosciuto solo dagli addetti ai lavori della cittadella della politica, un fenomeno politico-sociale ben radicato nell'immaginario collettivo. In Italia parlare di radicali significava richiamare alla mente l'immagine della chioma bianca e fluente di Marco Pannella. Uso l'imperfetto perché da un po' di tempo assistiamo nella pubblica opinione ad uno scavalcamento semantico per cui con il termine "radicali" non si fa più riferimento ai discendenti del Partito Radicale, ma, di volta in volta, agli aderenti ad organizzazioni integraliste, ai manifestanti di movimenti giovanili neo-comunisti, ai partiti e ai movimenti politici che nello schieramento parlamentare si collocano nella estrema-sinistra.
Quella che un tempo era la parola "estremismo" viene oggi sostituita dal termine "radicalismo". Che Bertinotti e Cofferati siano contenti di ciò e accettino volentieri lo scambio è più che comprensibile. Meno lo siamo noi pannelliani che dopo un furto sul piano simbolico di alcune battaglie (contro lo sterminio per fame nel mondo,contro il proibizionismo sulle droghe, contro la militarizzazione della società, ecc...) e di alcuni strumenti (la nonviolenza, il walk-around oggi ridenominato girotondo) rischiamo di venir scippati perfino del nome. Parafrasando un noto comico verrebbe da dire: "Ernesto Rossi è morto, Marco Pannella fa collezione di by-pass ed anche noi non ci sentiamo molto bene...": almeno Lei, Direttore, non ci lasci in balia (semantica) del Pancho!

Marco Cecchi
Membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

Data: 
Mercoledì, 15 January, 2003
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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