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PADRI E FIGLI DI FRONTE ALL´ART.18

Testo: 

Vi racconto una storia: Mario, che lavora come impiegato in un mobilificio di Prata di medie dimensioni, ritiene che il titolare dell'azienda lo voglia licenziare.
Due anni fa, l'imprenditore gli aveva comunicato la necessità di utilizzo di strumenti informatici e l'adozione di nuove modalità di lavoro che Mario non riesce proprio a digerire. Dopo vent'anni di esperienza basata sulla penna, si rifiuta di utilizzare il p.c., anche se questo rallenta il lavoro.
Inoltre i rapporti personali sono pessimi e il clima organizzativo è pesante: andare al lavoro per Mario è diventato oneroso, fonte di stress, ma d'altra parte almeno lo stipendio è buono e il posto di lavoro è garantito, anche se ormai la motivazione non c'è più.

Mario ha due figli: il maggiore, Roberto, si è appena laureato ma non riesce a trovare un impiego a tempo indeterminato. Riceve tutte offerte interessanti come contenuto ma prive del requisito della garanzia: contratti di collaborazione, contratti a termine, ecc.
A Roberto piacerebbe fare progetti, ma la precarietà che gli viene prospettata lo mette in difficoltà. Per una sorta di nemesi storica, Roberto (la generazione dei figli) paga con la precarietà l'eccesso di tutela della generazione dei padri.Questa è la prospettiva che propongo per ragionare sull'articolo 18, diventato un totem quasi inutile che giustifica celebrazioni liturgiche fra le parti sociali, molto accese ma ben lontane dalla concretezza dei problemi.

Esemplifico ancora: i diritti del lavoratore sono sacri. Ma di quale lavoratore? Di Mario e/o di Roberto? E ancora sacrifichiamo la generazione più giovane per tutelare quella già incardinata nel mondo del lavoro?
E poi, scusate, ma non capisco proprio di cosa stiamo parlando. Nel nostro territorio (almeno qui nel Nord Est), quando un imprenditore ha a disposizione una risorsa competente, disponibile, se la tiene stretta. Viviamo tempi in cui il problema è trattenere i dipendenti, non allontanarli. Costa molto trovarli, inserirli, formarli. Li importiamo dal resto del mondo. Quando li portiamo dentro le nostre aziende, conviene farli crescere all'interno.E allora di cosa si sta discutendo attorno al totem dell'art 18? Certo ci sono i settori in crisi, dove migliaia di lavoratori rischiano il posto di lavoro per colpa della situazione di difficoltà in cui versa il settore: ma non verranno salvati dall'art. 18 i dipendenti dell'auto e delle aziende collegate, dopo che con grande visibilità si è comunicato lo stato di difficoltà e la decisione di non tenere il Salone dell'Auto.

E allora chi lotta ad oltranza per l'art. 18, cosa sta difendendo? Chi ha paura di essere liquidato appena venisse introdotta maggior fluidità nel mercato del lavoro? Non temono questo simulacro né i dipendenti che lavorano almeno 45/50 ore medie alla settimana (collezionando di regola almeno 5 ore di straordinario alla settimana). Né coloro che esprimono al meglio le loro capacità entro il posto di lavoro. Forse l'art. 18 consentirà ai datori di lavoro di licenziare persone inaffidabili, incapaci, maleducate, che tutti noi incontriamo come clienti o come utenti (tanto nel pubblico quanto nel privato).

E mi chiedo se vadano tutelati di più i diritti di un dipendente che allo sportello tratta con arroganza l'anziano che non capisce il formulario che deve compilare; oppure quelli di una mamma che non ha a disposizione strutture pubbliche cui affidare il proprio bambino quando comincia a lavorare presto al mattino (e questo perché bisogna rispettare gli orari dei dipendenti pubblici, che sono spesso costruiti sui bisogni dei dipendenti piuttosto che su quelli degli utenti dei servizi).
Quasi sicuramente, vi sono e vi saranno usi impropri e abusi del licenziamento: vi saranno frange di situazioni in cui si approfitterà della situazione di debolezza dei più esposti e bisognosi dello stipendio. Ma non si tutelano costoro irrigidendo l'intero sistema: la flessibilità, accompagnata dalla trasparenza nel funzionamento del mercato e da misure di protezione sociale (sussidi di disoccupazione, collocamento e riqualificazione), ecco le mete da perseguire.
Mi rendo conto che è un discorso complicato, ma forse vale la pena normare la maggioranza delle situazioni e poi correggerle per gestire le eccezioni, piuttosto che costruire leggi pensate per l'eccezione e poi ingessare l'intero sistema sociale ed economico.La cultura delle tutele a tutti i costi lascia di fatto spazio a molti comportamenti collusivi: mi chiedo se i difensori dell'art. 18 si stanno battendo per debellare il mobbing, la sottoccupazione e lo spreco di risorse (persone qualificate impiegate per mansioni di basso contenuto), oppure se stanno sorvegliando la formazione professionale, se stanno tutelando le donne che chiedono il part time per accudire figli e famiglia e non lo ottengono. Ma l'art. 18 è un bel totem : senza il totem non servono neppure gli stregoni che lo venerano...

Chiara Mio

Data: 
Domenica, 24 February, 2002
Autore: 
Fonte: 
IL GAZZETTINO - Pordenone
Stampa e regime: 
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