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EMMA D´EGITTO

Testo: 

Dopo la terza sconfitta della Lista che porta il suo nome, l'eurodeputata radicale ha deciso di "riprendere in mano la propria vita". Si è trasferita al Cairo per studiare l'arabo e gli arabi. A Specchio ha raccontato la vita quotidiana di una donna sola nel cuore dell'Islam


Che ci faccio qui? Se la vita ti dà una legnata, di solito, o ti chiudi in casa a piangere oppure reagisci, ti guardi attorno, e riparti con più foga di prima. Nel giugno del 2001, alla terza sconfitta elettorale consecutiva della Lista Bonino (la batosta delle politiche, dopo quelle del 2000 ai referendum e alle regionali, grazie anche ai giochi truccati della politica italiana) mi sono capitate entrambe le cose: prima qualche giorno di sconforto e clausura, poi la voglia di uscire dal tunnel. Partendo da un paio di certezze: il mandato di deputato europeo che ho da onorare fino al 2004 e una vecchia abitudine ad affrontare i momenti bui investendo "in coscienza". Studiando,imparando, battendo strade nuove. Rigenerandomi insomma. Ha fatto il resto qualche coincidenza: un viaggio al Cairo per assistere al processo "per apostasia" contro la scrittrice femminista egiziana Nawal El Saadawi e un incontro a Siviglia, alla "Fondazione delle Tre Culture del Mediterraneo", di donne europee, nordafricane e meridionali.
Cosciente, già prima dell'11 settembre, del mare di incomprensione che separa il comune sentire europeo da quello nordafricano, ho pensato di dare un contributo concreto al superamento di questo gap studiando l'arabo e gli arabi. Non nella mia casa di Trastevere ma dall'altra parte del mare. Non in una città araba moderna e ordinata come Amman, Rabat o Abu Dhabi ma in pieno Cairo, dove pulsano cuore e budella del mondo arabo-islamico.
Una decisone che non ha stupito Marco Pannella né la mia vecchia mamma ma solo i questori del Parlamento Europeo, che mi negano le facilitazioni previste per il parlamentari che studiano lingue. Motivo? Nessun eurodeputato aveva mai chiesto di studiare l'arabo. Una prova lampante che non ha torto chi vede l'Unione europea semipro più protesa verso le sue frontiere di Nord-Est e semipro più dimentica delle sue frontiere meridionali.

La mia casa. Ho preso casa in una strada alberata di Zamalek, l'isola-quartiere che le acque del Nilo proteggono ma non separarno dalla megalopoli. Amo già Zamalek e Il Cairo ma l'impatto non è stato facile. Ho scelto un piccolo e luminoso appartamento arredato che - per non sentirmi troppo spaesata - ho svuotato di velluti, ninnoli e mobili impiallicciati. Per fortuna, perché la notte in cui mi ci sono trasferita con le valigie in mano, direttamente dall'aeroporto, scortata dalla mia amica Mona El Tobgui, serafica pedopsichiatra che si batte contro le mutilazioni genitali femminili, ho trovato la casa allagata. Io sarei andata dritta in albergo. E invece alle tre del mattino ero lì a svuotare la barca con Mona, il padrone di casa, il portinaio e l'idraulico. Come fosse la cosa più normale del mondo. Ridere o piangere? L'indomani, 28 dicembre, avevo 39 di febbre e un'influenza che mi ha inchiodato a letto fin oltre Capodanno.

Il mio quartiere. Al Cairo una donna sola di mezza età, priva di marito e famiglia, senza un lavoro o un ruolo sociale, senza nemmeno un'automobile, è un animale raro. E infatti, prima di accettarmi, il mio "bawab" (portinaio) mi ha lungamente interrogato. Alla fine mi ha adottato e credo di dovere a lui i sorrisi con cui mi accolgono ogni mattina, al mio primo giro nel quartiere, il giornalaio, il barista del "Cilantro", il verduraio, il fornaio, il negoziante di casalinghi. I quali purtroppo, come tutti gli egiziani, parlano un arabo assai diverso da quello "politico-letterario" in uso sui giornali e che sto studiando.
Ai primi di aprile, quando i tank di Sharon hanno invaso Cisgiordania e Gaza, la protesta anti-israeliana ha invaso le strade tranquille di Zamalek bloccando tutto e tutti, anche me, che non ho potuto andare al mio secondo esame. Temevo il peggio e invece, dopo qualche giorno, "la rabbia popolare" - a differenza di quanto accadeva a Rabat, Amman, Beirut - è inspiegabilmente evaporata. Come mai? Fra le tante interpretazioni che ascolto mi colpiscono alcune: è la prova che l'"Islam politico" e la sua capacità di mobilitazione sono tramontati; è la prova che in nessun Paese arabo la piazza può incendiarsi senza la complicità del regime al potere; è la prova che in Egitto funziona ancora il patto di coesistenza fra il presidente Mubarak e i Fratelli Musulmani ("voi integralisti rinunciate alla violenza politica e noi vi lasciamo egemonizzare la società"); è la prova che la "causa palestinese" non è come si crede una priorità, né per i governanti né per i governati.

Lo studio. L'Università Americana del Cairo mi ha concesso il titolo di "Distinguished visiting professor" ma non uno sconto sui corsi d'arabo, 6 mila dollari a semestre. Pazienza. Hp superato l'esame di ammissione ai più economici corsi del British Council, ma in attesa di frequentarli, studio con l'aiuto di Salwa e di Al Jazira, la Cnn araba. Salwa ha la mia età ed è molto più che una brava insegnante di lingue, poliglotta. E' uno dei miei angeli custodi, capace di trasformarsi in infermiera o in consulente culinario-amministrativa. Un'altra che mi ha adottato. Devo la sua conoscenza a Margherita Sollini e Tina Cervone le due amiche italiane grazie alle quali l'istituto italiano di Cultura, anch'esso a Zamalek, è diventato (auspice l'ambasciatore Mario Sica) la mia seconda casa.

La società cairota. Il 25 marzo ho tenuton all'Università Americana la mia prima conferenza pubblica sul tema "Globalizzare i diritti umani e la democrazia". C'erano personalità egiziane, diplomatici stranieri, giornalisti e così tanti studenti che abbiamo dovuto cercare una sala più grande di quella prevista. E' andata meglio di come sperassi, anche se c'è stato qualche momento difficile: per esempio quando ho dovuto illustrare ai giovani egiziani la campagna radicale per l'adesione di Israele all'Ue. E' stata una sorta di debutto nella società cairota, che mi appare abbastanza chiusa, soprattuto nei confronti di una single europea che si occupa di politica e di "diritti globali".
Non a caso i miei amici egiziani di tutti i giorni sono quelli legati alle campagne radicali transnazionali. Ho conosciuto il sociologo Saad Eddin Ibrahim, di cui mi ero occupata un anno fa al Cairo quando scontava una condanna (ora sospesa) per presunte irregolarità nella gestione del "Centro Studi Ibn Khaldoun", autorevole "osservatorio della democrazia" in Egitto. E fra i miei nuovi amici c'è un giornalista coraggioso, Hisham Kassem, che fra mille difficolt si occupa di diritti umani e dirige il giornale Cairo Times.

Perché questa città cade a pezzi? Il mio padrone di casa possiede gran parte dell'edificio in cui abito, molto malandato, soprattutto nelle parti comuni: atrio, scale, ascensore, facciata. Visto che pago 600 dollari al mese d'affitto, gli ho chiesto perché non sistema un po' il palazzo. "E con quali soldi?", mi ha sorriso. Spiegazione: a parte me e un'altra inquilina europea, che paghiamo canoni veri in valuta, la totalità degli inquilini egiziani gode di una paradossale legge sull'"equo canone" che ha bloccato gli affitti al 1952 e consente di tramandare i contratti di padre in figlio. Insomma, le più belle case del Cairo - e sono tante - costano agli egiziani che le abitano "a vita" qualche decina di pound, una manciata di euro al mese. "Signora mia", commenta il padrone di casa, "possiedo come tanti un "capitale morto" che non riesco a far fruttare. Che interesse ho a risistemare le scale?"
Il "capitale morto" mi ricorda un libro che ho portato con me su suggerimento dei miei amici Benedetto Della Vedova e Roberto Cicciomessere - Il mistero del capitale dell'economista cileno Hernando De Soto - in cui si sostiene che gli abitanti del mondo etichettati come prigionieri della povertà, possiedono già ancorché in forma "illegale" - le risorse di cui hanno bisogno per sfuggire all'indigenza. De Soto dedica all'Egitto un capitolo dove spiega che gli strati poveri della popolazione egiziana (66 milioni di persone, per due terzi sotto i trent'anni) possiedono un "capitale morto" del valore virtuale di 74 miliardi di dollari (45 volte gli investimenti diretti registrati in Egitto, inclusi il Canale di Suez e la diga di Assuan) fatto di: case più o meno abusive, servizi o mezzi di produzione "informali", piccole aziende non registrate. Tutti beni che, in assenza, di riconoscimento legale, non possono essere scambiati, né offerti in garanzia bancaria o trasformati in capitale. Perché? Per eccesso di burocrazia, per corruzione, per miopia dei governanti. In Egitto, avverte De Soto, chi voglia comprare e registrare un lotto di deserto deve affrontare 77 procedure amministrative in 31 diversi uffici pubblici e privati, aspettando da 5 a 14 anni. E deve aspettare da 6 a 11 se vuole costruire su terreni agricoli. Cosicché in questo Paese il 92% della popolazione urbana e l'83% di quella rurale abitano in case di dubbia legalità, ma rinunciano a legalizzarle perché rischiano un'ammenda o la demolizione o addirittura la prigione. Ecco perché Il Cairo e dintorni sono così fatiscenti.
In un analogo limbo giuridico, ai confini della legalità, si muovono le organizzazioni non governative come quelle fondate da Ibrahim e Kassem.

Quartiere che vai Islam che trovi. Prima di farmi un'opinione circostanziata sulla questione che tormenta noi occidentali - Islam e modernità sono compatibili? - ci vorrà del tempo. Intanto, registro quel che avviene in questa città dove la presenza dei Fratelli Musulmani e altre congreghe è capillare. Leggo, in materia di fecondazione artificiale, che nel quartiere di Ma' adi esiste dal 1985 un florido centro di fecondazione in vitro, aperto dalla dottoressa Raga Mansour, specializzatasi negli Stati Uniti. E gli integralisti? Non battono ciglio, visto che la Mansour agisce al riparo di una fatwa, una sentenza religiosa emessa localmente che autorizza l'inseminazione "se avviene con lo sperma del marito". Bella prova di flessibilità, favorita dall'assenza nell'Islam sunnita di gerarchia religiosa. Meno incoraggiante la fatwa di sapore talebano proveniente da un altro quartiere (ma rimasta lettera morta) che bolla come peccatrici le donne che usano profumi.

(Testo raccolto da Pietro Petrucci)

Data: 
Sabato, 20 April, 2002
Autore: 
Fonte: 
SPECCHIO - Supplemente de LA STAMPA
Stampa e regime: 
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