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Se Israele entra nella Ue

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L'ingresso di Tel Aviv nell'Unione Europea potrebbe rafforzare la pace

La situazione è esplosiva, e potrebbe ulteriormente degenerare. Il premier israeliano Ariel Sharon prosegue nella sua politica del doppio binario: gesti distensivi, come la revoca del confino per Yasser Arafat; al tempo stesso, occupazione totale di Ramallah, e nei campi profughi si combatte una guerra che ha già provocato decine e decine di morti; tra gli altri, ieri, il fotografo italiano Raffaele Ciriello, ucciso da una raffica di mitragliatore sparata da un carro armato israeliano.
Intanto il premier israeliano nell'ultima riunione del Gabinetto di sicurezza propone la creazione di zone cuscinetto tra Israele e le aree occupate in Cisgiordania: attorno a diverse colonie e insediamenti, in particolare Givat Zeev e Maale Adumim. Invece Al Fatah, l'organizzazione di Arafat promette "risposte dolorose". Si può ben immaginare quali potranno essere.
Ancora: la destra israeliana rimprovera a Sharon di non usare sufficientemente il pugno di ferro, di non voler liquidare definitivamente Arafat. Due partitini dell'estrema destra religiosa, Ysraek Beitenou e l'Unione Nazionale, hanno già lasciato il governo; e minaccia di andarsene anche il leader del partito "russo", l'ex dissidente sovietico Anatolj Sharansky. Migliaia di persone, al grido: "La guerra è totale, cacciamo via Arafat", hanno manifestato, l'altro giorno, a Tel Aviv, nella piazza intitolata a Yitzhak Rabin, il premier laburista ucciso da un estremista di destra nel 1995.
L'abbandono dell'estrema destra, tuttavia rafforza e aumenta il potere contrattuale dei laburisti, senza i cui voti e appoggio ora Sharon non potrebbe più governare; Shimon Peres instancabile prosegue i suoi tentativi di dialogo. Finora i colloqui con il presidente del parlamento palestinese Abu Ala non hanno sortito effetti apprezzabili; ma è già un successo che il filo della comunicazione non si sia interrotto. Non ha tuttavia torto il ministro dell'Istruzione Limor Livnat, uno dei "falchi" del Likud (il partito di Sharon), quando acido domanda: "Mi chiedo quale sia la linea politica del primo ministro".
Se gli israeliani non hanno di che ridere, non si è allegri neppure nel campo palestinese. Arafat al suo interno ha enormi problemi. La sua leadership, ammesso che se ne possa ancora parlare, è messa duramente in discussione, la "base" sempre più subisce il fascino di Hamas e degli altri movimenti integralisti che non solo a Gaza fanno proseliti, ma ormai hanno seguito anche a Ramallah, a Hebron e nella West Bank, tradizionale zona di influenza di Arafat. Per questo il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese radicalizza lo scontro: è l'unico modo, al di là delle sue convinzioni, per compattare su di s? le varie anime palestinesi.
Questo lo scenario, mentre sono in corso le missioni dell'inviato americano Anthony Zinni e, ieri, quella di Silvio Berlusconi per conto dell'Unione Europea. Si discute attorno alla proposta del principe saudita Abdullah: pace e riconoscimento di Israele da parte dei Paesi arabi, in cambio dei territori. E' la vecchia proposta che invano lanciò il predecessore di Sharon, il laburista Ehud Barak: che offrì il ritiro da Gaza e dalla West Bank e la possibilità di uno Stato palestinese con capitale nella parte araba di Gerusalemme, e Arafat stoltamente gli disse no. Le proposte occidentali avrebbero diverso spessore e maggior forza se fossero accompagnate dall'"utopia" lanciata per la prima volta dai radicali di Marco Pannella: allargare la Ue ad Israele: in modo che la stessa Israele si senta più sicura e forte, e possa acconsentire a quelle cessioni che oggi non si sente di fare.
E' una proposta piena di fascino, che trova il consenso di decine di parlamentari europei (tra gli altri, il vice-premier italiano Gianfranco Fini); e non mancano le "brecce" nella stessa Israele: non solo intellettuali come Amos Oz o Elie Wiesel; favorevole il presidente israeliano Amos Katsav; e la Knesset, il parlamento israeliano ha deciso di mettere all'ordine del giorno la questione, ritenendo utile discuterla. E' un "sogno", ma quante volte, i sogni si sono rivelati più ragionevoli di tante "saggezze" supposte e presunte? Se ne avrà occasione per parlarne.
Per ora ci si deve interrogare se il dialogo, premessa per un'ipotesi di pace, non possa avvenire solo quando Sharon e Arafat usciranno di scena.

fondi@gds.it

Data: 
Martedì, 19 March, 2002
Autore: 
Fonte: 
GIORNALE DI SICILIA
Stampa e regime: 
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