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Politiche fiscali, centralizzare fa male

Testo: 

Dopo tre anni vissuti in incognito, la moneta unica europea affronta il giudizio definitivo dei mercati e dei cittadini. La forza dell'euro non dipenderà all'unificazione delle politiche economiche, quanto dal atto che vi siano nei dodici Paesi politiche economiche virtuose, in grado di inamizzare i sistemi economici, di liberarli dai fardelli corporativi e irigisti, di liberalizzare i mercati. Tutto questo è spesso il portato di "meno" politica economica, piuttosto che di "più" politica economica. Il onfronto tra le politiche, la concorrenza tra le molteplici soluzioni dottate dai Paesi costituisce un arricchimento dell'Unione europea e può romuovere positivi processi d'imitazione. Se poi, per questa via e non per un'imposizione centralistica, alcune soluioni si imporranno in modo mogeneo nei dodici o quindici Paesi, nessuno avrà certo da recriminare. La cornice del mercato unico, pur ancora da perfezionare per molti e vitali aspetti, è in realtà abbastanza ampia da contenere senza traumi o controindicazioni un pluralismo di scelte affidate ai singoli Paesi.
Ciò deve valere anche per le politiche fiscali. La comparsa dell'euro sta rilanciando il dibattito armonizzazione versus competizione fiscale. Nonostante anche il Premio Nobel Robert Mundell, unanimemente considerato uno dei padri nobili della moneta unica, abbia di recente ribadito come l'euro non implichi la centralizzazione delle politiche fiscali, da più parti, in particolare tra le forze politiche di sinistra, avanza la richiesta di una stretta armonizzazione di aliquote e basi imponibili per tutti i 15 Paesi, che si renderebbe obbligata in particolare per i Paesi dell'euro.
Le obiezioni che vengono mosse al regime di concorrenza fiscale sono principalmente due. La prima è che un mercato unico non potrebbe funzionare correttamente in presenza di regimi fiscali differenziati, poiché le imprese operanti in Stati con livelli di pressione fiscale diversa non otrebbero competere sul mercato unico in condizioni di parità. Obiezione infondata: il mercato unico non richiede affatto una (impossibile) totale parificazione delle condizioni di concorrenza, di cui il sistema fiscale nelle sue caratteristiche qualitative e quantitative è solo uno degli aspetti. Del resto, neppure nei singoli Paesi esistono condizioni di concorrenzialità omogenee tra diverse aree geografiche. Quello fiscale, casomai, è uno strumento in più a disposizione di quanti si pongano l'obiettivo, attraverso l'attrazione di nuovi investimenti, di un riequilibrio territoriale "verso l'alto" nella produzione della ricchezza. Certo, l'esistenza di 15 sistemi fiscali diversi può creare ostacoli al mercato comune, ma si tratta di ostacoli che vanno rimossi accordandosi su alcuni principi fondamentali di tipo amministrativo.
La seconda obiezione è quella per cui il libero operare della concorrenza fiscale provocherebbe una race to the bottom, una corsa verso il basso che spingerebbe a continui tagli alle tasse per attrarre o trattenere investitori e basi imponibili. Di questa race to the bottom farebbero soprattutto le spese, oltre ai bilanci pubblici e alla spesa sociale, i lavoratori dipendenti, bersagli "immobili" della pressione fiscale, su cui si concentrerebbero le residue capacità dei Governi di garantirsi entrate non più ottenibili dalla tassazione dei capitali, pronti invece alla "fuga" a ogni minaccia di maggiore imposizione. Entrambi questi assunti non hanno riscontro nella realtà. La pressione fiscale complessiva nei Paesi europei è passata dal 34,4% sul Pil del '70 (EU a 9) al 45,5% circa del 2000, il che mostra come la pressione fiscale abbia fin qui conosciuto una crescita inarrestabile, segno che la competizione fiscale è condizione necessaria ma non sufficiente alla diminuzione delle imposte.
Significativamente, infatti, anche nell'ultimo decennio (quello del Trattato di Maastricht) la pressione fiscale ha rallentato la sua crescita, ma non ha accennato a diminuire, nonostante gli elevatissimi livelli raggiunti, se non in misura irrisoria dell'ultimo anno. Quanto alla tassazione del lavoro, un'analisi della Commissione, nel mostrare che il tasso d'imposizione implicito sul lavoro è cresciuto, tra il '70 e il '99, di circa il 12%, e quello sul capitale di circa il 5%, precisa che :
A questo si deve aggiungere da un lato che il maggiore aumento della pressione fiscale sul lavoro si ha negli anni 70, nel periodo di massima crescita del rapporto entrate fiscali-Pil, cosa che, da una parte, mostra una correlazione molto stretta tra pressione fiscale sul lavoro e pressione fiscale tout court, e dall'altro che la maggiore pressione fiscale sul lavoro è stata l'altra faccia di una "maggiore generosità" nelle prestazioni sociali per i lavoratori stessi - generosità che è divenuta poi squilibrio strutturale dei sistemi di spesa sociale, ormai iniqui nei confronti delle generazioni più giovani, e insostenibili nel lungo periodo. Tra gli elementi che hanno fin qui aggravato il carico fiscale sui lavoratori vi è l'incapacità di riformare in modo incisivo questi sistemi.
Nessuna di queste obiezioni appare dunque convincente, mentre è assai più difficile smentire la previsione che la concorrenza fiscale, in un quadro di regole che evitino comportamenti scorretti e agevolino le transazioni e le attività intraeuropee, contribuirà a incentivare comportamenti virtuosi da parte dei singoli Stati, ivi compreso quello della riduzione di un carico fiscale complessivo troppo elevato e tale da deprimere la crescita economica nell'Unione europea.
É doveroso, per chi abbia a cuore un'Europa in grado di assicurare le migliori condizioni di libertà e di benessere ai propri cittadini, invocare nuove responsabilità e poteri per Bruxelles, ad esempio in fatto di politica estera e di difesa (possibilmente garantendo meccanismi decisionali e controlli democratici fino a oggi del tutto assenti), ma non vi è ragione di chiedere, in nome dell'euro, la entralizzazione delle decisioni sulle aliquote e l'imposizione fiscale, così come su molti altri aspetti della vita economica.

di Benedetto Della Vedova - Deputato radicale al Parlamento europeo

Data: 
Domenica, 20 January, 2002
Autore: 
Fonte: 
IL SOLE 24 ORE
Stampa e regime: 
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