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Il nord tra lega, berlusconi e pd. Una questione non risolta

Testo: 

Cosa succederà alla rappresentanza politica del Nord? Chi raccoglierà il testimone dalle mani, oggi esauste, dei movimenti che quella rappresentanza si sono intestati negli ultimi venti anni?

Ciò che chiamiamo Seconda Repubblica è stata molte cose ma, certamente, anche un tentativo, alla fine non riuscito, di spostare verso il Nord il baricentro politico del Paese, di dare all’Italia una egemonia politica «nordista». Un tentativo non riuscito, sia per i limiti (culturali e di visione politica, prima di tutto) dei movimenti che ne sono stati protagonisti, sia per le resistenze efficacemente opposte dagli altri territori e da coloro che, nelle istituzioni, dall’amministrazione alle magistrature, non intendevano subire quella egemonia.

I limiti culturali sono stati diversi e gravi. La Lega ha sempre oscillato fra un secessionismo velleitario e un sindacalismo territoriale teso solo a trattenere nei luoghi da essa controllati il massimo della ricchezza prodotta. Il tutto condito con un «pan-politicismo» (la pretesa di fare della Lega il centro della vita comunitaria; il rifiuto di privatizzazioni e liberalizzazioni per non perdere il controllo sulle risorse locali) che poteva soddisfare solo le esigenze dei ceti sociali che alla politica chiedono protezione. Uno stile e una cultura politica che erano in conflitto con le domande della parte più dinamica della società del Nord, quella non attratta dagli ideali comunitari leghisti, e che chiedeva più libertà dai lacci politici e burocratici, nazionali e locali. Non è un caso che la Lega, conquistata Milano, e subito perduta, nei primi anni Novanta, non sia mai più riuscita a sfondare nelle grandi città del Nord.

La domanda della parte più dinamica del Nord venne invece intercettata da Berlusconi, il Berlusconi del ‘94. Ma, poi, diventata Forza Italia partito nazionale, capace di fare il pieno elettorale sia in Lombardia che in Sicilia o in Campania, la sintesi fra interessi così contrastanti non venne neppure tentata. Alla sintesi, che impone comunque scelte, si preferì la sommatoria di domande eterogenee e in conflitto. Con il risultato di scontentare sia il Nord (cui veniva promessa e poi negata una maggiore libertà dallo Stato) sia il Sud (cui non veniva offerto un serio progetto di sviluppo e la speranza di una emancipazione, almeno parziale, dalle storiche tare). Né, soprattutto, Berlusconi fu in grado di riformare lo Stato coerentemente con le esigenze dei ceti e dei territori di cui, in via prioritaria, aveva assunto la rappresentanza.

Oggi la questione settentrionale è di nuovo aperta. Chi raccoglierà il testimone? Potrebbe essere Matteo Renzi? Effettivamente, Renzi ha fin qui dato l’impressione di cercare l’incontro con la parte economicamente più dinamica del Paese. Inoltre, può contare su una fitta rete di sindaci che conoscono bene i territori, dall’Emilia Romagna in su. Però è anche vero che Renzi ha preso la guida di un partito tradizionalmente «romano-centrico», il contrario di ciò che servirebbe per entrare in sintonia con il Nord nel suo insieme. È da vedere se riuscirà a cambiarlo. Ma per ora non sembra.
La cosiddetta Seconda Repubblica ha fallito per un complesso di circostanze, compresi i limiti dei suoi protagonisti. Ma il principio non era sbagliato. Serve alla crescita, anche civile, di un Paese che primato economico-territoriale ed egemonia politica coincidano. Speriamo che il prossimo tentativo, se ci sarà, non abbia gli stessi difetti del precedente.

Data: 
Giovedì, 2 January, 2014
Autore: 
Angelo Panebianco
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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