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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 2 min fa

Occupazione in Italia: una struttura stabile

Mar, 11/01/2022 - 11:03

Con informazioni statistiche su quasi tutto il sistema occupazionale italiano, l’Osservatorio Inps “Lavoratori dipendenti e indipendenti” consente di valutarne l’andamento per il periodo 2014-2020. Ne emerge un quadro di sostanziale stabilità.

Alla fine di dicembre 2021 l’Inps ha aggiornato l’Osservatorio “Lavoratori dipendenti e indipendenti”, ora disponibile per l’intero periodo 2014-2020. Rappresenta una sorta di sintesi dei diversi “Osservatori Inps” basati sulle singole gestioni previdenziali (lavoratori dipendenti privati, lavoratori pubblici, operai agricoli, artigiani e così via) in quanto i lavoratori/assicurati Inps sono in questo caso conteggiati tutti insieme, classificandoli in base alla posizione previdenziale prevalente nell’anno osservato. 

In tal modo si dispone di informazioni statistiche di origine amministrativa (vale a dire la registrazione come “assicurato contribuente attivo” a una cassa Inps) relative a pressoché tutto il sistema occupazionale italiano: oltre ovviamente ai lavoratori totalmente “in nero” (cioè senza nessuna posizione regolare in nessun momento dell’anno), fuori del perimetro Inps rimangono solo i liberi professionisti (si può stimare meno di un milione di occupati) nonché un gruppo esiguo di autonomi occasionali che operano senza partita Iva (soggetti solo a ritenuta d’acconto).

In sostanza, questo Osservatorio Inps censisce oltre il 96 per cento di quanti, nel corso di un anno, risultano in Italia occupati regolarmente. Pertanto, consente di valutare – come anticipato anche nel Rapporto annuale Inps – persistenze e modifiche del sistema occupazionale sulla base di classificazioni di indubbio interesse, che qualificano e chiariscono anche i risultati che emergono dalle fonti statistiche ufficiali. Si tratta di dati annuali – rispondono alla domanda “quanti italiani hanno lavorato, anche con diversa stabilità, nel corso dell’anno x” – per questo gli stock considerati (sempre oltre 25 milioni negli ultimi anni) è più alto di quello emergente dalle indagini sulle forze di lavoro (circa 23 milioni) che riportano sostanzialmente medie settimanali. 

L’analisi per categorie

La tabella 1 riporta la serie storica 2014-2020. Tra il 2014 e il 2019, i lavoratori in Italia sono aumentati di poco meno di un milione, passando da 24,7 milioni a 25,6 milioni. Nel 2020 il numero è rimasto costante: il segno della pandemia sta soprattutto nella riduzione del numero medio di settimane lavorate, scese infatti per la prima volta da 42,9 nel 2019 a 40,2 nel 2020, per effetto soprattutto del robusto calo osservato per i dipendenti del settore privato (almeno 7 milioni di essi risultano coinvolti in cassa integrazione; significativa inoltre è stata la riduzione dei lavoratori stagionali e a termine). Rilevante inoltre risulta l’impatto della crescita dei lavoratori occasionali per effetto del bonus baby sitting, una delle misure disposte per arginare le conseguenze della pandemia.

Analizzando la dinamica delle varie categorie di occupati emergono tendenze ben identificabili, che rafforzano e articolano ciò che sappiamo del mercato del lavoro sulla base delle fonti ufficiali: 

  1. i dipendenti sono costantemente e significativamente aumentati fino al 2019 (+1,8 milioni), ripiegando poi nel 2020. La crescita è stata trascinata fino al 2019 dai dipendenti del settore privato, mentre i dipendenti pubblici sono aumentati (modestamente) nel biennio 2019-2020; in flessione continua, invece, risultano i lavoratori domestici salvo il recupero 2020 dovuto in parte alla pandemia (per le colf) in parte alla regolarizzazione varata nel 2019 (per le badanti);
  2. i lavoratori autonomi “classici” – agricoli, commercianti e artigiani – risultano costantemente interessati da dinamiche riflessive, particolarmente pronunciate per gli artigiani; sostanzialmente stabile risulta l’eterogeneo insieme degli amministratori (in cui sono comprese varie posizioni amministrative aziendali: si va dagli amministratori delegati ai revisori contabili); in crescita modesta è l’insieme dei professionisti afferenti alla gestione separata (coloro che sono privi di ordine professionale con cassa propria); 
  3. l’insieme delle altre posizioni lavorative – in cui abbiamo raggruppato i lavoratori occasionali e altre categorie afferenti alla Gestione separata come i collaboratori e i dottorandi/specializzandi –  è complessivamente in contrazione, anche se con movimenti di segno diversificato: in calo risultano soprattutto i collaboratori, ridotti dal Jobs act a partire dal 2015, e i lavoratori occasionali, ridotti dalla drastica revisione dei voucher nel 2017 (che si è riflessa nella crescita dei dipendenti del settore privato); nuovamente in aumento risultano infine i lavoratori occasionali nel 2020 per la ragione già indicata. 

Donne, giovani e stranieri

La tabella 2 consente di valutare, per ciascuna categoria, l’incidenza dei lavoratori distinti secondo le caratteristiche anagrafiche – donne, giovani, stranieri (s’intende extracomunitari) – o la localizzazione territoriale (Sud). È un modo semplice per valutare la consistenza delle (eventuali) modificazioni strutturali riguardanti alcuni aggregati che tipicamente rimandano alle note criticità italiane: il basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il problema del Sud, la rilevanza crescente dell’apporto dei lavoratori provenienti da paesi extra-Ue.

Nell’arco del periodo 2014-2019 si segnala la modestissima crescita della quota femminile (dal 43,3 al 43,4 per cento), l’incremento più consistente di quella giovanile (dal 15,1 al 15,5 per cento) e l’aumento robusto di quella degli extracomunitari (dall’8,4 al 9,5 per cento), mentre in direzione opposta è andato il peso del Sud, sceso dal 26,9 al 26,6 per cento. Nell’anno della pandemia i segni delle variazioni appaiono di aumento per Sud e donne e di calo per giovani ed extracomunitari: conta in tutti i casi l’effetto del bonus baby sitting, andato soprattutto a donne anziane, spesso familiari (nonne) (si veda il report specifico).

Se queste variazioni risultano nel complesso modeste, ben accentuate rimangono le differenze strutturali per singola categoria: 

  • a fronte di una media del 44 per cento, il peso delle donne oscilla tra il 24 per cento di incidenza tra gli amministratori e l’89 per cento tra i domestici; rilevante pure è la quota tra i dipendenti pubblici (60 per cento) e i collaboratori (58 per cento);
  • i giovani (circa il 15 per cento) sono sovra-rappresentati tra i dipendenti privati (19 per cento) e gli operai agricoli (22 per cento), mentre contano pochissimo tra i dipendenti pubblici (5 per cento) e gli indipendenti (in particolare costituiscono un gruppo sparuto tra gli amministratori: 3 per cento);
  • gli extracomunitari incidono massicciamente tra i domestici (46 per cento) e gli operai agricoli (21 per cento); rilevante è anche la loro incidenza tra i commercianti (10 per cento); ovviamente non sono presenti tra i dipendenti pubblici e costituiscono un’esigua minoranza di amministratori;
  • il Sud concentra un’alta quota di operai agricoli (56 per cento), mentre evidenzia una bassa incidenza di amministratori (15 per cento) e professionisti senza ordine (17 per cento).

Il quadro informativo può essere agevolmente sviluppato – grazie ai dati facilmente accessibili e scaricabili – per ciascuna provincia italiana, con ulteriori specificazioni più analitiche secondo diverse variabili (età, unicità o meno della posizione, contestualità del pensionamento e altro ancora) e misure (oltre al numero di lavoratori è fornito il numero di settimane lavorate e il reddito annuo, entrambe queste misure come somma delle varie posizioni, qualora multiple, in capo al medesimo lavoratore). È un quadro utile da tener ben presente prima di dar troppo credito a variazioni di breve periodo, che non di rado sono solo oscillazioni statistiche intorno a dati strutturali a lenta modificazione.

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Fino a che punto è attuato il federalismo fiscale

Mar, 11/01/2022 - 09:38

Si può calcolare il grado di attuazione dei principi costituzionali che regolano le relazioni tra livelli di governo. Si scopre così che i comuni sono i più virtuosi, seguiti dalle regioni, mentre province e città metropolitane sono molto indietro.

Lo stato di attuazione del federalismo

I criteri che guidano la perequazione fiscale, dalla sanità ai servizi sociali, dalle regioni ai comuni, risultano ancora non del tutto allineati ai principi costituzionali. È quanto emerge dall’ultima relazione semestrale della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale del 15 dicembre 2021. Non risulta completa, infatti, l’attuazione della legge 42 del 2009 che, sui pilastri del decentramento e della solidarietà, attua il progetto costituzionale del 2001.

È possibile essere più precisi e quantificare la percentuale di attuazione dei principi costituzionali che regolano le relazioni tra livelli di governo? Facendo leva su alcune semplificazioni, la tabella 1 propone un esercizio in questa direzione per regioni, comuni, province e città metropolitane, raggruppando gli elementi portanti della riforma in quattro gruppi principali:

1) il grado di attuazione del meccanismo di perequazione standard, in cui si pone l’accento sulla percentuale di trasferimenti statali standardizzati e fiscalizzati;

2) l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep);

3) il grado di autonomia impositiva;

4) l’adeguatezza dei meccanismi di perequazione standard, focalizzando l’attenzione sulle tecniche di stima delle capacità fiscali e dei fabbisogni standard.

Utilizzando criteri di misurazione ovviamente soggettivi, si può arrivare a concludere che, nel 2021, il comparto delle regioni è al 58 per cento dello stato di attuazione, mentre i comuni sono leggermente più avanti, al 66 per cento.

Per quanto riguarda il comparto delle province e delle città metropolitane, nel 2021, si deve ancora rilevare la mancata attuazione di tutti i pilastri portanti del federalismo fiscale previsti dall’impianto costituzionale. Oltre a non essere stati individuati i Lep, c’è la totale assenza di autonomia impositiva e la presenza di trasferimenti statali negativi per circa 1,4 miliardi. È molto promettente, però, l’approvazione delle nuove metodologie dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali da parte della Commissione tecnica per i fabbisogni standard (Ctfs) che, a partire dal 2022, dovrebbero portare alla definizione di un impianto perequativo conforme ai principi costituzionali.

Tabella 1 – Analisi del livello di implementazione al 2021 del federalismo fiscale nei tre comparti territoriali

Note: Punteggi: 100% verde, 75% giallo, 45% arancione, 0% rosso. Peso del comparto in base alla spesa corrente: Regioni = 75%, Province e C.M. = 2%, Comuni = 24%. LEP = Livelli essenziali delle prestazioni, LEA = Livelli Essenziali di Assistenza, RSO = Regioni a Statuto Ordinario, FSC = Fondo di Solidarietà Comunale, TPL = Trasporto Pubblico Lo

In aggregato, quindi, sospendendo la valutazione per alcuni aspetti del comparto delle province e città metropolitane, si valuta nel 59 per cento il processo di attuazione globale dei principi costituzionali alla base del federalismo fiscale.

Perequazione e autonomia impositiva

Le regioni sembrano più avanti nel grado di implementazione del meccanismo di perequazione standard e nella definizione dei Lep, soprattutto grazie alla individuazione e al monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea). Invece, i comuni sembrano più avanti in termini di grado di autonomia impositiva e, soprattutto, di adeguatezza dei meccanismi di perequazione standard.

Per il futuro sarebbe interessante immaginare un processo, per così dire, di ibridazione tra i due livelli di governo. Da una parte, la metodologia di individuazione e monitoraggio dei Lea potrebbe essere un punto di riferimento per la determinazione dei Lep comunali, soprattutto per il settore sociale e dell’istruzione. Dall’altra, la metodologia di calcolo sviluppata per i comuni rappresenta un prezioso patrimonio di elaborazione tecnica sfruttabile a livello regionale per legare i fabbisogni ai livelli quantitativi delle prestazioni.

La pandemia da Covid-19 ha dato nuovo slancio al completamento dell’impianto costituzionale del 2001, in gran parte grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio a fronte delle risorse e degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Le riforme strutturali che accompagnano l’attuazione del Pnrr prevedono: l’aggiornamento della normativa vigente (legge 42/2009 e decreto legislativo 68/2011) entro dicembre 2022; il completamento del processo di fiscalizzazione dei trasferimenti entro dicembre 2022; la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei fabbisogni standard non sanitari entro dicembre 2024. Attenzione, però, alla abolizione dell’Irap prevista dalla delega fiscale: in assenza di altri provvedimenti, indebolirebbe ulteriormente la già flebile autonomia impositiva regionale.

Per il comparto comunale, gli obiettivi di servizio del settore sociale introdotti con il Dpcm del 1° luglio 2021, assieme alle le nuove norme previste dalla legge di bilancio per il 2022 in tema di livelli essenziali delle prestazioni sociali, asili nido e trasporto scolastico di studenti disabili, rappresentano un importante passo in avanti verso la definizione e il finanziamento dei Lep. La sfida per i prossimi mesi sarà quella di coordinare i nuovi Lep con i fabbisogni standard già esistenti. Il rischio da evitare è che, come in sanità, fabbisogni standard e Lep finiscano per non incontrarsi.

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Cosa significa “obbligo di vaccinazione”

Mar, 11/01/2022 - 09:32

L’obbligo di vaccinazione, ammesso dalla Costituzione, è un’eccezione alla regola dell’autodeterminazione nelle cure e non può essere imposto con l’utilizzo della forza. La sanzione per i non vaccinati sta nei limiti e restrizioni previste per loro.

La strategia del governo

Il Consiglio dei ministri, nella seduta del 5 gennaio 2022, ha approvato un decreto legge che introduce “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza Covid-19, in particolare nei luoghi di lavoro e nelle scuole”.

Il testo introduce l’obbligo vaccinale per tutti coloro che hanno compiuto i 50 anni. Senza limiti di età, l’obbligo vaccinale è esteso al personale universitario, così equiparato a quello scolastico. Per i lavoratori pubblici e privati con 50 anni di età sarà necessario il Green pass “rafforzato” per l’accesso ai luoghi di lavoro a partire dal 15 febbraio prossimo. L’obbligo di Green pass “ordinario” è invece previsto per coloro che accedono ai servizi pubblici, postali, bancari e finanziari, ai servizi alla persona e alle attività commerciali.

Nel bilanciamento degli strumenti a disposizione e all’interno di una “strategia gradualistica”, sottesa al principio di doverosa tutela della salute dei terzi, il governo ha preso atto dell’impennata della curva del contagio su tutto il territorio nazionale e, considerando che il pericolo non potesse essere fronteggiato in altro modo, ha stabilito di estendere l’obbligo vaccinale (inizialmente previsto solo per alcune categorie di lavoratori) all’intera popolazione over 50. Peraltro, si continua a puntare sulla “persuasione” per convincere la restante fetta di popolazione a vaccinarsi e su pediatri e genitori per vaccinare i bambini da 5 a 11 anni.

L’arrivo della quarta ondata, guidata dalla nuova variante “Omicron”, ha quindi riacceso il dibattito sull’obbligo vaccinale tout court e per questo vale la pena soffermarci sulla natura giuridica del presidio, cercando di capire fino a che punto il nostro ordinamento può spingersi per fare rispettare il trattamento sanitario imposto.

Il sistema sanzionatorio

Il governo ha ritenuto di rafforzare la cogenza degli strumenti della profilassi vaccinale per assicurare una prevenzione efficace dalla malattia infettiva da Covid-19, calibrandone variamente le misure sanzionatorie volte a garantire l’effettività dell’obbligo.

La vaccinazione obbligatoria, costituendo uno di quei trattamenti sanitari obbligatori cui fa riferimento l’articolo 32 della Costituzione, rappresenta un’eccezione alla regola del diritto alla salute come diritto fondamentale all’autodeterminazione nelle cure e nella disposizione del proprio corpo e, come tale, costituisce un trattamento sanitario coatto, ma non “coercibile”. Una siffatta regola di condotta precettiva “meramente obbligatoria” non può, cioè, essere imposta con l’utilizzo della forza da parte dell’autorità sanitaria. L’espressione “trattamento sanitario obbligatorio” viene spesso erroneamente identificata esclusivamente con il procedimento previsto per la malattia mentale, mentre deve essere riferita a una serie di situazioni più ampie, la più frequente delle quali è rappresentata proprio dalle vaccinazioni obbligatorie. L’obbligatorietà di un trattamento sanitario risulta già prevista nel nostro ordinamento dall’articolo 33 della legge n. 833/78, ma il trattamento più noto, conosciuto con l’acronimo “Tso”, è introdotto dal successivo articolo 34 della medesima legge, che abilita il sindaco all’uso della forza solo in presenza di circostanze puntualmente verificate. All’inosservanza dell’obbligo vaccinale può quindi conseguire solamente l’irrogazione di una sanzione amministrativa, stabilita anch’essa per legge.

Le sanzioni dirette

Corollario dell’obbligo vaccinale è l’assoggettamento a sanzioni di vario tipo. Sono una forma di reazione dell’ordinamento alla violazione di un precetto e si connotano per il carattere afflittivo e per le finalità di prevenzione generale e speciale. Le sanzioni dirette sono quelle che colpiscono direttamente colui che rifiuta di vaccinarsi e comportano l’immediata sospensione dal servizio prestato per il comparto pubblico (articolo 4 e 4-ter, comma 3, decreto legge n. 44/2021). Le sospensioni non sono vere e proprie sanzioni amministrative, ma comuni provvedimenti del datore di lavoro, la cui unica peculiarità risiede nella circostanza per cui l’effetto afflittivo che il lavoratore subisce è solo la conseguenza indiretta della realizzazione dell’interesse pubblico, primariamente orientato a scongiurare il contagio professionale in quei luoghi a elevata fruizione pubblica. Per le categorie non sanitarie di lavoratori è prevista anche una sanzione pecuniaria. Anche quella prevista per i cittadini non lavoratori over 50 che non rispettano l’obbligo vaccinale non potrà che essere di tipo pecuniario.

Le sanzioni indirette

Un sistema di sanzioni indirette messo in atto dal governo è quello incentrato sulla necessità di disporre ed esibire il cosiddetto Green pass (più o meno rafforzato) attestante la vaccinazione, la guarigione o l’effettuazione di un test negativo al Covid-19 allo scopo di fruire di alcune tipologie di servizi o frequentare luoghi ed esercizi aperti al pubblico. Il sistema è destinato a operare in modo coordinato al fine di garantirne l’efficacia sul piano della regolazione delle interazioni sociali, con particolare riguardo ai contatti tra soggetti vaccinati, o altrimenti immunizzati, e soggetti non vaccinati. In questo caso, è più corretto parlare non tanto di obblighi, quanto di sanzioni indirette, ovvero di “oneri” a carico di tutta la collettività, fatta eccezione per i bambini fino a 12 anni. La sanzione verso i non vaccinati si nasconde dietro i limiti e le restrizioni imposte. Si tratta di conseguenze talmente fastidiose da spingere il ministro Brunetta a definire il Green pass un “geniale strumento di cattiveria del governo Draghi”. 

La strategia fin qui adottata dal governo nella scelta, a monte, degli strumenti più efficaci per ottenere la più ampia platea di cittadini vaccinati (obbligo, Green pass e raccomandazione) applicando, a valle, un sistema sanzionatorio misto (sanzioni dirette e sanzioni indirette) sembra avere dato risultati positivi alla luce della percentuale di popolazione over 12 che ha completato il ciclo di vaccinazione, pari all’86,13 per cento, e quella che ha già fatto il richiamo, pari al 69,5 per cento (fonte: governo.it). Non ci resta che continuare ad avere fiducia nella “riserva di scienza” per sconfiggere il Covid, consapevoli però che le politiche sanitarie non devono essere sottratte alle scelte democratiche con la scusa della complessità tecnica, come spesso ripeteva Stefano Rodotà.

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Meno nascite e più scuola: la doppia sfida dell’Africa

Lun, 10/01/2022 - 11:09

Nel 2050, la popolazione dell’Africa sarà raddoppiata rispetto al 2019. Perché il tasso di fertilità scende molto lentamente. Ma una forza lavoro in costante aumento e ben poco scolarizzata difficilmente potrà trovare impiego senza investimenti massicci.

Tendenze demografiche in Africa

L’equilibrio climatico e le misure necessarie per evitare sviluppi che potrebbero essere catastrofici sono oggi al centro dell’attenzione. Molto meno interesse viene riservato invece a un’altra situazione che può avere conseguenze esplosive sugli equilibri economici e sociali: le tendenze demografiche in Africa. 

Il continente si avvia a raddoppiare la popolazione: da 1,25 miliardi nel 2019 a 2,5 miliardi nel 2050 (2,1 miliardi per l’Africa subsahariana) e a 4,5 miliardi nel 2100. Al contempo, le capacità di assorbimento della nuova forza lavoro sono assai incerte, stante il basso livello educativo delle persone che si affacciano al mercato del lavoro.

A differenza di quanto accade in altre regioni del mondo, il tasso di fertilità in Africa diminuisce molto lentamente: è sceso da 6,8 nati vivi per donna nel 1970-1975 a 4,8 nel 2015-2019 (tabella 1), mentre nel Sud Est asiatico la flessione è stata da 5,5 a 2,2, in America Latina e Caraibi da 4,9 a 2,1 (dati della UN Population Division, World Population Prospects 2019). Anche l’India ha recentemente annunciato di aver raggiunto un tasso di fertilità pari a 2. Paesi come Iran, Vietnam, Bangladesh, che nel 1970-1975 avevano tassi di fertilità fra 6 e 7, vicini a quelli africani, registrano nel 2019 tassi fra 2 e 2,1. 

Le proiezioni delle Nazioni Unite con orizzonte 2100 sono fatte con tre varianti. La variante media assume che i paesi ad alto tasso di fecondità evolveranno verso un suo più rapido declino nel medio termine, sulla base dell’esperienza della transizione demografica in paesi che si sono sviluppati nel passato. E dunque, il tasso di fertilità in Africa subsahariana dovrebbe scendere a 3,2 nel 2050 e a 2,1 solo nel 2100.  

Con tassi di crescita della popolazione elevati (2,3 per cento previsto nel 2025 per tutta l’Africa), il numero di abitanti dei paesi più popolosi raggiungerebbe livelli molto alti nel 2050: 410 milioni in Nigeria (da 180 milioni nel 2015), 180 milioni in Etiopia (da 100 milioni), 140 milioni in Tanzania (da 53 milioni), 106 milioni in Uganda (da 40 milioni). 

I fattori che incidono sul tasso di fertilità

I demografi hanno studiato le determinanti dell’evoluzione del tasso di fertilità. Le principali sono il livello di reddito, il tasso di urbanizzazione, l’abbassamento della mortalità infantile che fa aumentare la distanza fra le nascite, il tasso di occupazione delle donne e il livello di educazione femminile, in particolare quello di scuola secondaria. In altre regioni l’occupazione femminile ha un forte impatto sulla fertilità, ma non in Africa, data la prevalenza della famiglia estesa che si occupa dei figli piccoli. Una variabile significativa è invece il livello di educazione. Alcune analisi econometriche su questi temi si trovano in John Bongaarts, “The causes of education differences in fertility in sub Saharan Africa”; The Population Council; Jean Pierre Guenguant e John May, “African Demography

In Africa, tuttavia, il livello di educazione secondaria rimane molto basso. Nel 2017, il 60 per cento dei giovani fra 15 e 17 anni nell’area subsahariana non frequentava le scuole e per le ragazze la percentuale è più elevata. Nel complesso, il tasso di frequenza scolastica secondaria nell’Africa subsahariana è solo del 34 per cento, metà di quello di Medio Oriente e Africa settentrionale e un quarto meno che nel Sud-Est asiatico (dati Unicef). 

Le prospettive

Per assorbire questa forza lavoro in aumento, saranno necessari tassi estremamente elevati di crescita del prodotto nazionale che, a loro volta, richiedono alti livelli di investimento e il miglioramento nella qualità del capitale umano. Paesi come il Vietnam e il Bangladesh sono stati capaci, negli ultimi trent’anni, di crescere molto sotto il profilo economico e di impiegare la nuova forza di lavoro, mentre realizzavano una transizione demografica verso tassi di crescita zero della popolazione. Hanno saputo attirare significativi investimenti esteri, sviluppando l’industria, nel contempo migliorando rapidamente il livello educativo in modo da assorbire lavoratori nel nascente settore industriale e, in Vietnam, anche modernizzando l’agricoltura. 

Al contrario, in Nigeria negli ultimi cinque anni sono entrate nella forza lavoro 19 milioni di persone, ma sono stati creati solo 3,5 milioni di posti di lavoro, secondo dati della Banca Mondiale. Il tasso di disoccupazione a fine 2020 ha raggiunto il 33 per cento. In Tanzania, ogni anno, si affacciano sul mercato del lavoro 800 mila persone, il loro assorbimento richiederebbe un tasso di crescita del 10 per cento invece del 6 per cento realizzato fra il 2015 e il 2019.

L’assorbimento di flussi massicci di popolazione che arriva nel mondo del lavoro costituisce una sfida cruciale. Lo sviluppo del settore manifatturiero richiederebbe investimenti elevati, in gran parte esteri, come è avvenuto nel Sud Est asiatico, e allo stesso tempo progressi educativi molto rapidi. Alcuni paesi – come il Kenya e l’Etiopia – stanno cercando di espandere questo settore. Ghana, Kenya, Nigeria e Sud Africa hanno sviluppato un’offerta di servizi esterni per business processing per aziende europee, in concorrenza con India e Filippine, ma il numero degli occupati è modesto. Attualmente, nella maggior parte dei paesi africani l’assorbimento di lavoratori avviene soprattutto nel settore informale, con redditi modesti. Le statistiche mostrano però progressi nel ridurre la povertà estrema. 

L’aumento dei redditi richiede una forte crescita dell’impiego formale nei settori manifatturiero, dei servizi, della costruzione e rapidi passi avanti nel modernizzare l’agricoltura, che ancora assorbe quote di popolazione fra il 50 e il 70 per cento.

La sfida è di ridurre rapidamente il tasso di fertilità con sforzi educativi massicci e con campagne vigorose contro i matrimoni precoci, come quelle condotte in Ruanda e in alcuni altri stati. Allo stesso tempo, è necessario attirare investimenti esteri e creare posti di lavoro nel settore manifatturiero emergente e nei servizi moderni, nella costruzione e nell’agricoltura. Il tasso di crescita del prodotto lordo deve restare elevato con guadagni di produttività oltre che di intensità di capitale. Se i paesi non riescono a conseguire questi obiettivi, il rischio è una instabilità sociale crescente e fortissime pressioni all’emigrazione verso i paesi più avanzati.  

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Due strade per ridurre i ricoveri in terapia intensiva

Lun, 10/01/2022 - 10:30

Per affrontare la quarta ondata di Covid, il governo ha deciso una sorta di lockdown mirato per i non vaccinati e l’obbligo vaccinale per chi ha più di 50 anni. Una simulazione permette di valutarne l’efficacia nel ridurre i ricoveri in terapia intensiva.

La stretta del governo

Nei giorni in cui l’epidemia da Covid-19 ha ripreso vigore, il governo ha introdotto l’obbligo vaccinale dai 50 anni in su (da febbraio) e ha ampliato il numero delle attività accessibili solo con Green pass rafforzato, una sorta di lockdown mirato per i non vaccinati.

In realtà, il problema da risolvere in questa quarta ondata non sembra tanto quello della crescita dei contagi, visto che i virologi sono concordi nell’affermare che l’ultima variante, la Omicron, seppure più contagiosa, sia meno letale delle precedenti, quanto quello dell’occupazione dei posti in ricovero ordinario negli ospedali e soprattutto di quelli in terapia intensiva. Infatti, se in termini percentuali meno persone necessitano del ricovero in TI rispetto al periodo pre-vaccino, sono i numeri assoluti a preoccupare il governo di fronte a una prevista crescita sostenuta dei contagi. 

Cosa dicono i numeri

Se ci si basa sui dati ufficiali dei quali possiamo disporre, cosa si può dire circa l’efficacia dei provvedimenti di lockdown mirato e di un obbligo vaccinale generalizzato rispetto all’occupazione delle terapie intensive? Se si considerano vaccinati (V) tutti coloro che hanno completato un ciclo vaccinale (minimo 2 dosi) e non vaccinati (NV) gli altri, dai dati della tabella dell’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (pubblicato il 21 dicembre) si ricava una percentuale totale di V intorno all’84 per cento, contro il 16 per cento di NV su una popolazione totale di NV=5.4099.440 persone over 12.

Analogamente, per quanto riguarda le terapie intensive, su un numero totale pari a 1.379 persone ricoverate tra il 5 novembre e il 5 dicembre 2021, la percentuale di V è del 34 per cento, mentre quella di NV è del 66 per cento. Per inciso, questi dati non si discostano molto da quelli forniti dalla Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), che nel suo report del 22 dicembre ravvisa, nei 21 ospedali campione, una percentuale di ricoveri nelle terapie intensive pari al 70 per cento di non vaccinati, contro un 30 per cento di vaccinati.

Basandoci dunque sui dati del report Iss (quelli Fiaso sarebbero stati ancora più favorevoli al vaccino e per questo non li abbiamo presi in considerazione), se n è il numero di pazienti ricoverati in TI e N la popolazione totale over 12, il rapporto tra la percentuale Pnv dei pazienti NV (Pnv=n·0,66/N·0,16) e quella Pv dei pazienti V (Pv=n·0,34/N·0,84) fornisce, come già riportato in questo precedente contributo, il numero di NV destinati a finire in TI per ogni V. Il rapporto 0,66*0,84/(0,16*0,34)=10,2 dimostra che per ogni dieci non vaccinati che vanno in terapia intensiva, ne arriva solo uno vaccinato.

Provvedimenti che svuotano le terapie intensive

A questo punto, a puro titolo esemplificativo, consideriamo il numero di pazienti affetti da Covid-19 entrati in terapia intensiva il giorno 30 dicembre: erano 134. Se si prendono per buoni i dati Iss, bisogna banalmente presumere che circa 46 (il 34 per cento di 134) fossero V mentre più o meno 88 (il 66 per cento di 134) fossero NV.

Nel caso in cui i pazienti NV fossero stati messi in condizione di non contrarre il Covid, limitando al massimo le loro interazioni sociali (mediante un lockdown selettivo che avrebbe comunque evidenti ripercussioni economiche, oltre che psicologiche), avremmo avuto solo il 34 per cento di pazienti in terapia intensiva rispetto al totale registrato. Se avessimo invece vaccinato tutti i NV (obbligo vaccinale generalizzato) potremmo presumere (con buona probabilità) che gli 88 pazienti NV si sarebbero ridotti a 9 (il vaccino protegge dieci volte di più). Anziché 134 pazienti, quindi, avremmo avuto un numero di circa 55 pazienti in terapia intensiva (i 46 pazienti V più 1/10 degli 88 pazienti NV): il 59 per cento in meno. Ipotizzando percentuali di vaccinati e non vaccinati non troppo dissimili nel tempo da quelle riportate per i ricoveri in terapia intensiva dal rapporto Iss (confermate in qualche modo dai dati Fiaso), è ragionevole presumere che l’occupazione delle terapie intensive beneficerebbe di una notevole riduzione sia in caso di lockdown selettivo dei non vaccinati che in caso di introduzione di obbligo vaccinale generalizzato. Per esempio, dalla percentuale di occupazione delle terapie intensive del 13 per cento (dati Agenas) al 30 dicembre si scenderebbe intorno al 5 per cento. 

Anche se queste percentuali sono destinate inevitabilmente a salire parallelamente al numero dei contagi, i dati sembrano confermare che isolare selettivamente i non vaccinati evitando che contraggano la malattia oppure introdurre l’obbligo vaccinale potrebbero diminuire notevolmente l’impatto del Covid sulle terapie intensive degli ospedali. Appare soprattutto questo l’obiettivo da conseguire in considerazione di una probabile presenza endemica futura del Sars-CoV-2, con la quale saremo presumibilmente costretti a convivere per un tempo per ora indeterminabile. 

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Il Punto

Ven, 07/01/2022 - 11:26

Nel periodo festivo lavoce ha continuato a pubblicare articoli e commenti su vari temi. Vaccini e conseguenze della pandemia restano in primo piano. Per evitare il collasso delle terapie intensive, l’unica soluzione è aumentare il numero dei vaccinati. E infatti il governo, nel suo ultimo decreto, ha esteso l’obbligo vaccinale. Tuttavia, secondo un’indagine, difficilmente la misura riuscirà a portare i no-vax più convinti nei centri vaccinali. Intanto i presidi chiedono la Dad fino al 31 gennaio. Eppure, uno studio mostra che la didattica a distanza riduce gli apprendimenti degli studenti di tutte le classi sociali. In più, una ricerca rende chiaro come il Covid-19 abbia notevoli conseguenze sugli stili di vita e sulla salute mentale dei giovani. Il Superbonus, un provvedimento fortemente voluto dai partiti, favorisce le fasce di reddito più alte. Così come fa un’altra misura contenuta nella legge di bilancio: la revisione delle aliquote Irpef. D’altra parte, benché preoccupati dall’aumento della disuguaglianza, gli italiani rinunciano a chiedere interventi per ridurla, per sfiducia nelle politiche redistributive. Uno strumento per ridurre la riproduzione della disuguaglianza economica tra generazioni sono le politiche come l’assegno unico per i figli che considerano i bambini come cittadini. Nel 2022 si profila un cambiamento nel diritto societario: un disegno di legge detta norme sulla prassi che consente al Cda uscente di proporre ai soci una lista di candidati per il rinnovo. La libertà di impresa applicata agli investimenti nei settori regolati, come fa una sentenza della Corte costituzionale, finisce per favorire i concessionari e ridurre la concorrenza. Contrariamente a quanto spesso si dice, le multinazionali possono favorire la transizione ecologica, a patto che investano in tecnologie verdi.Valutati a mente fredda i risultati del G20 di Roma dimostrano che il multilateralismo può funzionare. Si ritorna a parlare di banconote da un euro: su lavoce ne avevamo discusso vent’anni fa.

Il 29 dicembre è scomparso Francesco Daveri, professore universitario, redattore de lavoce, che ha coordinato dal 2014 al 2020. Abbiamo raccolto qui tutti i messaggi di saluto e ricordo che abbiamo ricevuto. E abbiamo pubblicato due contributi di Fausto Panunzi e Marco Vicinanza, che ne raccontano la figura, umana e professionale.

Sono online i cinque episodi de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio 2022. Potete ascoltarli sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Dopo vent’anni nell’Euro torna di moda la teoria qualitativa della moneta

Gio, 06/01/2022 - 09:30

L’ex-ministro dell’economia Giulio Tremonti ha sottolineato ancora una volta che non introdurre una banconota da un euro, come per il dollaro negli Stati Uniti, fu “un errore”. Il tema è sempre stato caro all’ex-ministro. Riproponiamo, a vent’anni di distanza, un commento di Luigi Guiso a questa proposta.

L’inflazione e la teoria qualitativa della moneta di Luigi Guiso – 7 ottobre 2003

Il ministro Tremonti ha riproposto all’Ecofin di introdurre l’Euro di carta come misura per contrastare l’inflazione in Italia. Ma la BCE è perplessa. A ragione. Sull’argomento riproponiamo un contributo di Luigi Guiso di più di un anno fa, quando l’idea dell’euro di carta fu lanciata.

Il governo reitera nuove teorie dell’inflazione e conseguenti strumenti.  Accanto alla consolidata teoria quantitativa della moneta e dell’inflazione di cui narrano i manuali di economia, in questi giorni ha fatto capolino una nuova teoria, coniata, a quanto risulta, durante una pedalata da Umberto Bossi e Giulio Tremonti: la teoria “qualitativa” della moneta. La teoria quantitativa sostiene che il livello dei prezzi è proporzionale alla quantità di moneta in circolazione e il tasso di inflazione uguale a quello dell’offerta di moneta (al netto della crescita della produttività) e raccomanda di ridurre la crescita monetaria per ridurre l’inflazione. La teoria qualitativa asserisce che il livello dei prezzi dipende anche dal materiale di cui sono fatte le monete: se di carta – a parità di quantità di moneta – il livello dei prezzi sarebbe più basso. Di qui la proposta formulata dal Ministro Tremonti: sostituiamo le monete metalliche da 50 centesimi, 1 e 2 euro con banconote di uguale valore e così avremo prezzi più bassi e tutti ci sentiremo più ricchi (con la stessa quantità di moneta potremo acquistare più beni).

Nostalgia del passato?

Ma ogni teoria che si rispetti (e conseguente proposta pratica basata su di essa) deve superare dei test minimi. L’inflazione era più elevata quando le mille lire erano di carta. Questo getta l’ombra del dubbio sulla neonata teoria qualitativa. Inoltre, se il materiale con cui si coniano le monete ha questo potere, chi ci assicura che la carta non sia ancora peggio? Perché non il silice, tornando quindi alle conchiglie, o il tabacco, come durante la guerra di secessione americana? Oppure l’oro, caro anche ai teorici della teoria quantitativa. Ma questi ultimi avevano un buon argomento per proporlo: è più difficile da produrre in abbondanza (creando inflazione) delle banconote, che, essendo appunto di carta, possono essere stampate in gran quantità. Nostalgia del passato?

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Perché le scelte dei genitori non ricadano sui figli

Mer, 05/01/2022 - 00:03

Considerare i bambini come cittadini può ridurre considerevolmente la riproduzione della disuguaglianza economica tra generazioni. È il lascito principale della sociologa Sara McLanahan. E per questo vengono varate misure che si basano sui figli, più che sui genitori, come l’assegno unico, appena entrato in vigore in Italia.

I bambini come cittadini

Perché le politiche sociali non devono discriminare contro le scelte di vita di coppia? Perché è importante che la società e lo stato sostengano in modo concreto i bambini indipendentemente dalle scelte dei genitori? Essenzialmente, per evitare che gli svantaggi di una generazione si ripercuotano sulla generazione successiva, e oltre ancora. Ossia per evitare che le scelte di vita di una madre o di un padre servano a produrre svantaggi permanenti per i figli. Per questo vengono varate misure che si basano sui figli, piuttosto che sui genitori, come l’assegno unico appena entrato in vigore in Italia, che viene erogato, almeno in parte, indipendentemente dal reddito dei genitori. Trattando i bambini come cittadini e non solo come figli.

Destini divergenti

Sembra ovvio dirlo, ma anni di politiche sociali volte a “incentivare” scelte “sagge” per teenager e genitori, spesso non protetti da istruzione superiore, hanno lasciato più soli i figli di madri sole, di genitori conviventi, di genitori in coppie dello stesso sesso. E non hanno pensato ai bambini, concentrandosi troppo su quello che avevano, o avevano fatto, i genitori.

Il lavoro di Sara McLanahan, sociologa e demografa della famiglia dell’Università di Princeton, che ci ha lasciato proprio alla fine del 2021, ha mostrato invece come le scelte familiari e demografiche di una generazione si intersecano con la disuguaglianza economica. McLanahan ha usato i dati in modo semplice, in una memorabile relazione presidenziale alla Population Association of America pubblicata nel 2004. Ha documentato come le scelte “libere” dei padri e delle madri, nell’era individualizzata della seconda transizione demografica, divengano vincoli pesanti per i figli. Si creano così i “destini divergenti”. Da un lato, coloro che provengono da classi agiate, che si possono permettere di accedere ai comportamenti familiari innovativi e cumulare facilmente i redditi tra madre e padre, creando risorse economiche per i figli. Dall’altro, coloro che provengono da classi più disagiate, con madri (e spesso anche padri) con risorse economiche più limitate e lavori meno gratificanti e flessibili. Per questi ultimi, l’instabilità familiare e di carriera vanno di pari passo, con conseguenze economiche negative sui figli.

Sostenere i bambini

Il lavoro di McLanahan non è stato esente da critiche. In particolare, è discutibile l’idea che il concetto dei “destini divergenti”, creato per gli Stati Uniti, sia generalizzabile ad altri paesi e abbia un’importanza indipendente dalle politiche sociali. Tuttavia, prima di correggere la rotta, occorre valutarne la direzione, ed è questo il contributo fondamentale, la scoperta, di Sara McLanahan. Considerare i bambini come cittadini e non solo come figli, con politiche e welfare mirati, può infatti diminuire in modo importante la riproduzione tra generazioni della disuguaglianza economica e liberare le generazioni successive dalle preferenze familiari dei genitori o dei nonni. Nell’era dei nuovi comportamenti familiari e della necessità di conciliare lavoro e famiglia, è fondamentale, dunque, pensare ai bambini prima di tutto.

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Una sentenza dalla parte dei concessionari

Mer, 05/01/2022 - 00:01

La sentenza della Consulta sugli investimenti nei settori regolati applica il concetto di libertà di impresa in un ambito improprio. Crescerà così il perimetro delle aziende costruttrici che operano “in house”. Il contrario di quello che si dovrebbe fare.

La sentenza della Corte costituzionale

Una recente sentenza della Corte costituzionale stabilisce che i concessionari autostradali e quelli che gestiscono reti (energia, acqua e poste) siano troppo penalizzati dall’obbligo di mettere in gara a società terze l’80 per cento (il 60 per cento per le concessioni autostradali) dei lavori inerenti alla concessione stessa. Queste percentuali erano previste dalla disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, e dall’articolo 177, comma 1, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (Codice dei contratti pubblici), ora cancellato con la sentenza n. 218 del 5 ottobre scorso.

Le utility dei servizi (A2A è un ricorrente) e i gestori delle autostrade (l’Aiscat che le rappresenta tutte è un altro ricorrente) da sempre lamentavano come troppo vincolante l’obbligo di dover esternalizzare, mediante affidamenti a terzi con procedura di evidenza pubblica, quelle percentuali (relative a lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro) e di realizzare solo la restante parte tramite società “in house” o società controllate.

Le motivazioni della sentenza, tuttavia, lasciano molto perplessi, perché, riferendosi ai concessionari, sembrano appoggiarsi al concetto costituzionale di “libertà di impresa”. Sembrano però ignorare il contesto a cui applicano il concetto, che non è in alcun modo paragonabile a un libero mercato, in cui valga il gioco della domanda e dell’offerta, i conseguenti rischi di impresa e i “segnali di prezzo” che possano determinare l’efficienza degli investimenti: il mercato di riferimento delle imprese regolate è in larga misura determinato da decisioni pubbliche, anche nella sfera tariffaria, e a volte da Autorità dedicate, quali quelle dei trasporti e dell’energia.

Ne consegue che lo spazio di libertà reale per gli investimenti dei concessionari sembra molto ridotto e soprattutto sono ridotti i rischi relativi, senza i quali la libertà di impresa non può essere invocata. Anche le caratteristiche tecniche dei singoli investimenti sono spesso strettamente normate, come sono normati i profitti mediante appositi “mark up”, generalmente basati sul costo-opportunità del capitale impiegato (Wacc).

I profitti inoltre devono essere basati su una stima di “costi efficienti” degli investimenti stessi, verificati dal concedente/regolatore, nel caso non sia la concorrenza a determinarne l’efficienza. È evidente, infatti, che il soggetto pubblico concedente/regolatore non può consentire che un investimento che presenti extracosti sia pagato dagli utenti o dai contribuenti mediante trasferimenti pubblici.

Le conseguenze

In pratica, il provvedimento farà crescere il perimetro delle aziende costruttrici che operano “in house”, cioè al di fuori dei mercati “normali” dei diversi settori. È un fatto molto negativo, perché aumenta indebitamente il “clout regolatorio” dei concessionari, cioè la loro capacità di pressione, anche politica, sia sul regolatore che sul concedente pubblico (a questo proposito, la sentenza sembra anche ignorare la distinzione di ruolo tra i due soggetti, svalutando indirettamente quello dei regolatori indipendenti).

È la stessa questione regolatoria nota come Rab (Regulatory Asset Base): devono essere oggetto di regolazione solo le attività specificamente attinenti al ruolo del regolato (per esempio, gestire in modo efficiente un servizio idrico), proprio al fine di mantenere aperto alla competizione ciò che può esserlo, cioè ciò che non sia monopolio naturale o legale.

Un segnale implicito ma eloquente: i concessionari premono sempre per massimizzare gli investimenti che possono fare “in house”, a riprova del fatto che tali investimenti generano profitti sostanzialmente garantiti. Se il perimetro di questi investimenti si amplia, continueranno a premere per effettuarne il massimo possibile (anche quelli non socialmente necessari, per esempio creando eccessi di capacità). A meno che la remunerazione dell’investimento sia soggetta a un reale “rischio di domanda”, scenario che non si può escludere, ma che appare in generale irrealistico.

Si pensi per esempio alle riparazioni, spesso onerosissime, necessarie per una rete idrica: è evidente che i rischi di domanda sono remoti (un calo improvviso della popolazione?). E per le autostrade spesso la remunerazione degli investimenti è del tipo “a piè di lista”, cioè lascia al concessionario solo i rischi industriali (extracosti), non quelli di domanda. Ma se anche vi fossero rischi reali connessi alla domanda, vi sono in genere meccanismi di riaggiustamento della redditività complessiva della concessione che li minimizzano.

Si può obiettare che il concedente/regolatore, così come è chiamato a impedire fenomeni di “gold plating” (eccesso di costi unitari degli investimenti), impedirà anche eccessi di capacità. Ma qui interviene proprio il rischio di “clout politico”: per esempio, il regolato minaccerà di chiudere o di ridurre drasticamente il personale delle imprese “in house” e ovviamente il sindacato e gli enti locali premeranno perché ciò non avvenga.

Più in generale c’è da osservare la debolezza dei concedenti e dei regolatori nel nostro paese, che consiglierebbe comunque di non aumentarne troppo i compiti, e cioè di lasciare alla concorrenza tutto ciò che è ragionevole lasciare.

Questi soggetti si sono spesso dimostrati distratti e generosi nel definire il tasso di interesse garantito ai concessionari, per le verifiche ai dovuti livelli di manutenzione (si pensi in particolare al caso delle reti idriche e autostradali), nel promuovere una adeguata innovazione tecnologica o, ancora, nell’evitare il costituirsi di imprese dominanti ope legis (molto meno accettabili di quelle che si formano in mercati concorrenziali grazie alla capacità di innovare).

E il crescere di imprese protette (appunto quelle “in house”) ridurrebbe la competizione anche nei loro settori, diciamo così, “di provenienza”. Anche questa è una conseguenza che appare indesiderabile: alcune imprese regolate potrebbero raggiungere dimensioni tali da costituire imprese “in house” dominanti, o praticare “sussidi incrociati” difficili da controllare.

La strada da percorrere sembra dunque tendenzialmente quella opposta: aumentare la concorrenza, soprattutto in quei settori in cui opera troppo poco, quali per esempio le grandi opere civili (di nuovo ci si riferisce alle autostrade).

Infine, c’è da segnalare l’incentivo perverso a ridurre la concorrenza costituito dall’abbondanza di risorse legata al Piano nazionale di ripresa e resilienza: Dio non voglia che dal libero mercato emergano imprese più dinamiche ed efficienti di quelle italiane, capaci di aggiudicarsi (a beneficio degli utenti) una quota di quelle risorse che le nostre imprese regolate vedono già come acquisite.

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I vizi dell’obbligo vaccinale e le virtù delle terze dosi

Mar, 04/01/2022 - 10:38

Un’indagine statistica mostra che il numero dei contrari al vaccino non è cresciuto nel tempo, ma nemmeno calato. L’introduzione di un obbligo probabilmente non spingerebbe questi “irriducibili” a vaccinarsi, ma rischia di aumentare ulteriormente il conflitto sociale. Per ridurre il rischio di nuove ondate, sarebbe meglio spingere sulle terze dosi.

I dati parlano chiaro: la campagna vaccinale in Italia è stata un successo. Partita del tutto a marzo, ha raggiunto a Natale oltre l’85 per cento della popolazione dai 12 anni in su, oltre 46 milioni di persone.

La ricerca ResPOnsE Covid-19 dell’Università degli Studi di Milano mostra come, in effetti, la campagna sia stata efficace nel raggiungere praticamente tutti i cittadini che erano disponibili ad essere vaccinati. I dati, rilevati con interviste online su un campione di oltre 10 mila casi distribuito in modo proporzionale alla popolazione maggiorenne, si riferiscono al periodo marzo-dicembre 2021.

La Figura 1 mostra la porzione di popolazione vaccinata (linea verde), che sale dal 10 per cento di marzo a oltre l’80 per cento di dicembre. La figura offre anche una chiara rappresentazione di come questa percentuale sia stata raggiunta: tutte le persone che erano disponibili a farsi vaccinare (linea gialla) piano piano sono effettivamente andate a unirsi alle fila degli immunizzati. Tanto che a dicembre il serbatoio dei disponibili alla vaccinazione, ma non ancora vaccinati, si è praticamente esaurito.

Figura 1 – Andamento settimanale della percentuale di popolazione già vaccinata e (per i non vaccinati) delle disponibilità a vaccinarsi

Nota metodologica

Rimane invece una minoranza di scettici (linea grigia), che è leggermente calata da marzo a oggi; e una ancor più marginale di fortemente contrari, certi di non vaccinarsi, assestati a poco più del 5 per cento (linea rossa). Questa percentuale rimane costante attraverso tutto il periodo.

La valutazione di questi dati ci offre la possibilità di avanzare due congetture importanti: la prima è che la contrarietà ai vaccini è un atteggiamento fortemente minoritario e non è cresciuto in questi mesi; la seconda è che, allo stesso tempo, la fetta della popolazione fortemente contraria alla vaccinazione si mantiene salda in questa posizione.

I costi dell’obbligo

Mettendo insieme queste osservazioni, abbiamo una prima indicazione forte rispetto alle possibili opzioni per il governo: l’imposizione dell’obbligo vaccinale generalizzato per raggiungere un più alto livello di immunizzazione nella popolazione sarebbe una misura estremamente costosa, soprattutto in termini simbolici. Verosimilmente, porterebbe a pochi risultati e a tanti problemi. Le ragioni sono chiare: l’obbligo andrebbe a impattare su una fetta di popolazione refrattaria a mutare la propria opinione e, molto probabilmente, ancor più contraria a essere effettivamente vaccinata. Di fronte a questa situazione, un governo che decidesse per l’obbligo dovrebbe non solo trovare sanzioni proporzionate per chi rifiuta di allinearsi alla regola generale, ma anche applicarle. E due sarebbero gli esiti possibili, entrambi estremamente negativi nei confronti dell’autorità pubblica: scontrarsi con la resistenza degli irriducibili o lasciar correre. Una situazione in cui si perde sempre.

A rafforzare questa lettura, c’è un ulteriore dato che proviene da una domanda posta solo a chi si dice certo di non voler vaccinarsi. A questi si chiede come si comporterebbero nel caso fosse imposto l’obbligo: a dicembre, solo il 14 per cento risponde che, in questo caso, si farebbe vaccinare. Il 70 per cento sarebbe irriducibile e rifiuterebbe il vaccino anche in caso di obbligo. Il 16 per cento invece non sa ancora come si comporterebbe.

Le virtù della terza dose

Come affrontare allora il problema della massimizzazione dell’immunizzazione? Una indicazione ci è data dalle risposte alla seguente domanda: “Nel caso in futuro si ripetesse di nuovo una situazione simile a quella del COVID-19, se ci fosse un vaccino, lei quanto sarebbe favorevole a vaccinarsi per proteggersi dal virus?” Le modalità di risposta vanno da 0 “completamente contrario” a 10 “completamente favorevole”.

Questa domanda è mutuata dagli studi elettorali, dove si chiede agli intervistati la probabilità di votare in futuro per un determinato partito. Così noi abbiamo fatto relativamente alla vaccinazione. Chiamiamo questo indicatore “propensione alla vaccinazione”. Anche in questo caso, i risultati sono inequivocabili.

Tra coloro che già si sono vaccinati, la media della propensione alla vaccinazione è 9, sulla scala da 0 a 10. Nessuna sorpresa nello scoprire che questa media scende a 1 tra quelli che non si vogliono vaccinare.

Da questo dato, che in parte può apparire banale, viene però un’altra forte indicazione: la strada maestra per massimizzare il livello di immunizzazione nella popolazione è quello dei richiami o, cosiddette, terze dosi. I costi per applicare questa misura sono verosimilmente bassi, essendo rivolta ad una platea composta da persone che già hanno completato il ciclo vaccinale e che, come mostrato, sono altamente propense a vaccinarsi di fronte a ulteriori rischi pandemici.

Ultimo elemento da considerare è la trasversalità di questo atteggiamento positivo verso una possibile futura immunizzazione tra chi è già vaccinato. La propensione alla vaccinazione non manifesta infatti differenze significative relativamente alle principali caratteristiche socio-demografiche (Figura 2).

Conclusioni

A noi sembra che i dati siano così chiari che non è nemmeno necessario aggiungere conclusioni. Ma visto che nel dibattito pubblico la confusione è tanta, è bene ribadire il messaggio: se l’obiettivo è quello di raggiungere il massimo livello di immunizzazione nella popolazione per contrastare qualsiasi recrudescenza pandemica, in condizione di risorse scarse, è molto più efficiente ed efficace spingere sulle terze dosi piuttosto che considerare l’introduzione di un obbligo vaccinale, che, oltre ad avere costi simbolici e materiali enormi, potrebbe anche rivelarsi un boomerang sull’autorevolezza del governo.

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Il multilateralismo che funziona

Mar, 04/01/2022 - 10:00

A più di due mesi dal termine del G20 di Roma, si possono cominciare a valutare i risultati conseguiti, con uno sguardo specifico a ciò che si era discusso in passato e a quello che ci aspetta in futuro. Gli accordi raggiunti, in particolare in ambito fiscale, sembrano dimostrare che il multilateralismo possa ancora dire la sua.

A due mesi di distanza dal vertice del G20, svoltosi a Roma il 30 e 31 ottobre, è più facile comprendere se si sia trattato di un successo. Bisogna, infatti, tenere conto che i vertici globali non vanno monitorati come isolati gli uni dagli altri, bensì come tappe nel corso di processi né brevi, né lineari. È importante, quindi, sia volgere lo sguardo all’indietro, sia considerare gli sviluppi più recenti.

I temi in agenda a Roma erano assai diversi: dal supporto ai paesi più colpiti dalla pandemia alla ripresa dell’economia globale, dalla sicurezza alimentare alla protezione dell’ambiente. Anche il saldo netto dei risultati conseguiti è differenziato. Mentre sul versante dell’accesso delle donne agli impieghi è stato solo ribadito l’impegno a promuovere l’uguaglianza, sul versante sanitario, il G20 ha fissato due obiettivi intermedi – la vaccinazione del 40% della popolazione mondiale entro la fine di quest’anno e del 70% entro la metà dell’anno prossimo – e ha preso posizione contro il protezionismo riguardante i prodotti sanitari.

Su un ulteriore versante, la tassazione internazionale delle imprese multinazionali, è stato raggiunto un risultato di grande rilievo. Che le imprese potessero pagare le imposte nel paese dove avevano la sede legale, con aliquote bassissime era intollerabile dal punto di vista dell’equità fiscale e della giustizia. Tuttavia, il precedente vertice del G-20, svoltosi in Arabia Saudita il 21 novembre del 2021, non aveva dato i risultati sperati: il comunicato finale si era limitato a enunciare la volontà dei leader politici di “continuare la loro cooperazione per un sistema internazionale di tassazione moderno, sostenibile e giusto a livello globale”, nonché a chiedere all’Ocse di promuovere la risoluzione delle questioni rimaste insolute. Proprio all’interno del ‘quadro inclusivo Ocse-G20’, ben 136 paesi su 140 (rappresentativi di circa il 90 del Pil mondiale) hanno raggiunto un’intesa sulla minimum tax, ossia su un’imposta del 15 per cento dei profitti realizzati nel luogo dove le attività commerciali si svolgono, anziché in quello dove le imprese hanno la propria sede legale. L’intesa è stata confermata dal G20 a Roma.

Tre fattori sono alla base del successo ottenuto. Il primo è l’esistenza di interessi comuni: quasi tutti i paesi avrebbero tratto vantaggi dal passaggio alla tassazione dei profitti conseguiti dalle imprese sul proprio territorio, e quelli che si erano a lungo opposti hanno finito per accettarla, in cambio di alcune condizioni. Per esempio, l’Irlanda ha ottenuto che il prelievo sia fissato al 15 per cento, anziché “almeno al 15 per cento”, com’era stato proposto all’inizio. Ciò dimostra che l’accordo è convenuto a tutti. Il secondo fattore è la condivisione di parametri tecnici chiari, che consentono di confrontare le posizioni dei vari governi e, dopo l’accordo, di controllarne la condotta. Il terzo fattore è il consenso politico, che era mancato un anno prima. Probabilmente, è stato determinante il cambiamento di linea effettuato da Biden rispetto alle scelte di Trump, che aveva contrastato il multilateralismo in campo ambientale ed economico. Allo stesso modo, il consenso raggiunto all’interno dell’Ue rappresenta la condizione indispensabile per ulteriori passi in avanti. Così, nei giorni scorsi la Commissione ha perfezionato la proposta di direttiva volta ad assicurare che un’aliquota minima del 15 per cento sia imposta sulle imprese che hanno la società madre o una filiale nell’Ue aventi un fatturato annuo superiore a 750 milioni di euro.

L’analisi di questa specifica vicenda offre alcuni spunti – che vanno sottoposti a ulteriori, adeguate verifiche – per una migliore comprensione di quanto sta accadendo in altri ambiti. Innanzitutto, non è infondata una interpretazione degli eventi rilevanti sul piano globale più articolata, non strettamente legata al singolo vertice. In secondo luogo, è determinante il consolidarsi di una visione incentrata sugli interessi comuni, che è più facile in alcuni ambiti rispetto ad altri (per esempio, il controllo degli armamenti convenzionali). Infine, conta moltissimo il metodo – graduale – per comporre i diversi interessi e punti di vista: muoversi in questo modo è essenziale, più importante dello specifico risultato conseguito, con buona pace dei massimalisti.

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Francesco Daveri su lavoce.info

Gio, 30/12/2021 - 16:58

Il 29 dicembre è mancato Francesco Daveri. Redattore de lavoce.info, è stato coordinatore delle attività del sito dal 2014 al 2020, oltre che socio dell’Associazione La Voce. Ha scritto per il nostro sito oltre 250 articoli sui temi a lui più cari, dall’analisi macroeconomica ai conti pubblici e alla politica economica, con uno sguardo a Italia, Europa e mondo. In questa pagina, abbiamo raccolto alcuni dei suoi contributi più recenti, mentre a questo link sono disponibili tutti i suoi articoli pubblicati sul nostro sito. Aveva anche partecipato a tre dei nostri podcast, disponibili quiqui e qui.

Chiunque voglia lasciare un messaggio per ricordarlo, può inviarcelo tramite questo modulo. Verranno poi tutti pubblicati in questa sezione dedicata del nostro sito in suo ricordo.

Invia un modulo.

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Francesco Daveri: un sorriso che bucava la nebbia

Gio, 30/12/2021 - 16:42

Il 29 dicembre è mancato Francesco Daveri, professore universitario, redattore de lavoce.info – di cui è stato coordinatore dal 2014 al 2020 – e grande divulgatore. Il ricordo di un collega e amico.

Ieri sera è mancato Francesco Daveri. Un male terribile lo ha sopraffatto in pochi mesi. Qualche settimana dopo la diagnosi impietosa, aveva detto a mia moglie: “E pensare che io mi sono sempre considerato fortunato”. Ma non era fortuna, la sua. Francesco aveva una straordinaria capacità: quella di trovare qualcosa di positivo in tutto quello che lo circondava e che gli accadeva. La sua filosofia era quella del “portare qualcosa a casa”, fosse il messaggio di un paper a una conferenza o una battuta brillante o semplicemente il tono di voce di qualcuno che aveva incontrato. Riusciva sempre ad arricchirsi e a rendere migliore la sua giornata e quella di chi gli stava accanto.

Francesco aveva due grandi passioni professionali. La prima era l’insegnamento. Negli ultimi anni era il Direttore dell’Mba della Sda Bocconi. Francesco aveva contribuito a innalzarne i ranking a livelli di assoluta eccellenza, ma la sua soddisfazione più grande derivava dallo stare a contatto con gli studenti, aiutarli a superare le difficoltà, creare un senso di comunità. L’altra grande passione di Francesco era la divulgazione economica. Quando Tito Boeri è diventato Presidente dell’Inps, era ovvio a tutti noi che Francesco fosse l’unica scelta possibile per subentrargli come coordinatore de lavoce.info, un sito che lui aveva contribuito a creare. Nessun altro aveva la stessa passione per il commento dell’attualità economica e la capacità di coordinare e motivare i membri della redazione. Ricordo la sua pazienza nelle riunioni e la capacità di mediare tra opinioni diverse degli altri redattori. lavoce è cresciuta grazie a lui e al suo impegno. Francesco era anche lungimirante e quando aveva capito che era ora per lui di passare la mano aveva identificato in Alessandra Casarico la sua erede. La sua attività di divulgatore non si limitava a lavoce. Francesco era anche un apprezzato commentatore economico per il Corriere della Sera e un opinionista di molti programmi televisivi di economia. Bene informato, pacato, capace di spiegare concetti anche complessi in modo semplice e chiaro, era ricercatissimo e sempre disponibile.

Francesco era l’incarnazione delle virtù della leggerezza. La dimostrazione che per essere seri non occorre essere pesanti, che l’ironia può essere il modo migliore per rispondere a un’aggressione verbale o a un insulto, che un ego ingombrante è la cosa più penosa che si possa avere. Amava le sfumature, i dettagli, le osservazioni che a volte sembravano laterali. Francesco era una ventata di ottimismo e buon umore per chiunque gli fosse accanto. Ricordo la felicità dei miei figli quando dicevo che sarebbe venuto a casa nostra. Un suo grande amico sin dagli anni della scuola era Marco Santin, uno dei tre della Gialappa’s Band, e quando sentivi parlare Francesco capivi che avrebbe potuto esserci anche lui a condurre Bar Sport a Radio Popolare negli anni ’80. Invece, per nostra fortuna, decise di fare la Bocconi.  Ci sentivamo cinque, sei volte al giorno per commentare una notizia, una frase, un piccolo evento. Quasi sempre aspetti minimi, quelli di cui è piena la vita di tutti noi. Mi mancherà, Francesco. Mancherà a tutti i suoi numerosi amici. Ci mancherà il suo sorriso, la sua ironia, la sua voglia di vivere. Ma mancherà soprattutto a Patrizia, che lo ha accompagnato anche in quest’ultima, estrema prova con un amore e un coraggio indescrivibili. Ciao Francesco. Che la terra ti sia lieve.

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Cari amici e amiche, lettori e lettrici,

Gio, 30/12/2021 - 13:04

Il 29 dicembre è mancato Francesco Daveri.

Francesco è stato un amico fraterno per molti di noi. Presente, attento, profondo, generoso e spiritoso. Entusiasta, coinvolgente, gentile, curioso e ironico.

È stato l’anima del nostro sito per molti anni. L’ha fatto crescere, in contenuti, in presenza nel dibattito, nel numero di persone e di giovani coinvolti. Ha messo sempre grande cura, oltre che spirito, intelligenza, ottimismo e visione in tutto quello che ha fatto per lavoce.

Ci mancherà moltissimo

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Ecobonus, tra dubbi e certezze – Leonzio Rizzo a L’aria che tira

Gio, 30/12/2021 - 10:14

Leonzio Rizzo è intervenuto a L’aria che tira su La7 per parlare dei limiti del Superbonus 110 per cento, dal rischio truffe fino agli effetti distributivi.

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