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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 15 min fa

Il Punto

Ven, 03/12/2021 - 11:53

Sui migranti di Calais si consuma una crisi che non è giustificata dai numeri delle richieste di asilo nel Regno Unito, ma ha molto a che vedere con la Brexit. Fed e Bce non cambiano politica davanti all’aumento dell’inflazione. Un rischio se le aspettative inflazionistiche non rimangono sotto controllo. La politica monetaria è cambiata negli ultimi anni. Un libro spiega il passaggio dalla gestione tradizionale alla “nuova normalità” delle banche centrali. Calcoli alla mano, l’assegno unico e universale per i figli darà un sostegno più forte alla maggior parte delle famiglie italiane. Per i pochissimi che perdono bastano pochi aggiustamenti. La geografia della disuguaglianza di reddito in Italia va oltre il divario Nord-Sud. I risultati di uno studio. Arrivano da un convegno in Spagna proposte interessanti per ridefinire il ruolo dei contratti pubblici e renderli un volano della ripresa.

È online il secondo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di reddito di cittadinanza con Massimo Baldini. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. Il programma dell’evento è già disponibile. È possibile registrarsi compilando il modulo a questo link.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Categorie: Informazione

Mettere il risultato al centro dei contratti pubblici

Ven, 03/12/2021 - 11:11

I contratti pubblici hanno un ruolo strategico nella fase di rilancio e nella sfida della sostenibilità. Regole e funzionamento vanno perciò ripensati secondo criteri di risultato, trasparenza e legalità. Le proposte emerse in un convegno.

Un convegno sul ruolo dei contratti pubblici

La sfida della ripresa e il ruolo dei contratti pubblici è il titolo del congresso internazionale ospitato il 10, 11 e 12 novembre 2021 dall’Università di Saragozza. Accademici come Santiago Muñoz Machado, Cani Fernández, Miquel Roca i Junyent, José Maria Gimeno Feliù e Joaquín Tornos si sono confrontati con esperti di Italia, Argentina, Messico, Ecuador e Cile, scambiando prospettive e propostesulle strategie di rilancio delle economie nazionali e sul ruolo dei contratti pubblici per la messa a terra di risorse e soluzioni.

Tutti i partecipanti hanno condiviso l’idea che i contratti pubblici rappresentano uno snodo fondamentale per vincere la sfida della sostenibilità, sia a livello globale realizzando gli obiettivi dell’Agenda 2030, sia a livello europeo perseguendo le direttrici della transizione verde e digitale condivise dalla Commissione e dagli stati membri. Tutti, inoltre, hanno riconosciuto il ruolo strategico dei contratti pubblici per rendere operativa la fase di rilancio.

Sono temi di particolare interesse per Italia e Spagna, in quanto stati destinatari della maggior quota dei fondi Nex Generation EU stanziati per la ripresa e, al contempo, quelli con minori capacità di spesa delle risorse europee, come ha certificato recentemente la Corte dei conti europea. Non a caso, Italia e Spagna hanno in comune l’esigenza di ripensare le regole e il funzionamento dei contratti pubblici applicando la cultura: (i) del risultato, in modo da garantire la smobilizzazione degli investimenti, (ii) della spesa pubblica come investimento, (iii) della legalità fondata non su formalismi, ma su garanzie di piena trasparenza e rendicontazione.

La pandemia ha avuto il “merito” di evidenziare i limiti culturali e giuridici di regole consolidatesi negli anni. Nel momento dell’emergenza, le soluzioni adottate hanno perentoriamente messo da parte lacci e lacciuoli nonché prassi basate sulla motivazione del “si è sempre fatto così”, puntando in modo diretto alla soddisfazione dell’interesse sotteso al contratto pubblico. In poco tempo è diventato superfluo tutto ciò che non è strumentale al raggiungimento dell’obiettivo.

Di qui, l’emersione di nuove coordinate per il rinnovamento del sistema, la cui realizzazione implica la salvaguardia della sicurezza giuridica (vale a dire qualità delle regole e certezza della loro applicazione), della trasparenza (declinata in forme di rendicontazione, monitoraggio e accesso), del buon governo (nell’ambito delle funzioni di vigilanza, coordinamento e partecipazione) e, al contempo, il superamento di regole e soluzioni non necessarie, che rischiano di condannare all’arretratezza il sistema paese.

Di seguito riportiamo alcune proposte presentate a Saragozza, utili anche per la discussione in corso in Italia sul cambiamento del quadro normativo (Ddl n. 2330 – XVIII Leg., del 21 luglio 2021, presentato al Parlamento dal presidente del Consiglio e dal ministro delle Infrastrutture).

Va pur detto che il cambiamento non richiede soltanto modifiche legislative, “per renderlo possibile, infatti, è necessario prima di tutto un cambiamento culturale nell’amministrazione” (Alfonso Peña, presidente Cámara de Cuentas de Aragón).

Sette proposte in campo

1. I fondi europei e nazionali devono raggiungere il settore produttivo in tempi brevi mirando al risultato. L’interpretazione e l’applicazione delle regole dovrebbe tener conto di tali esigenze. Per le procedure a evidenza pubblica potrebbe essere opportuno semplificare i controlli ex ante, a favore di controlli sistematici nella fase dell’esecuzione.

2. Le regole per la gestione delle risorse devono essere il più possibile chiare e certe. Con una normativa ad hoc si potrebbero disciplinare soluzioni per: (i) la selezione diretta di progetti di nuova generazione; (ii) la modifica dei contratti esistenti; (iii) l’iniziativa privata per l’attivazione di bandi riguardanti progetti innovativi; (iv) l’applicazione di soluzioni per gli acquisti locali; (v) le responsabilità dei funzionari nella gestione delle risorse; (vi) l’applicazione di rimedi extragiudiziali per la soluzione delle controversie nella fase dell’esecuzione. La stessa normativa potrebbe definire ricorsi attivabili davanti a organi amministrativi autonomi specializzati, con termini di deposito e di deliberazione brevi.

3. La gestione delle risorse implica integrità e trasparenza. La trasparenza non dovrebbe essere percepita come onere amministrativo, ma come strumento di miglioramento di soluzioni inefficienti o cattive prassi. Di qui la necessità di affrontare preventivamente la corruzione e garantire la trasparenza in tutte le fasi del contratto (dalla programmazione all’esecuzione).

4. Un sistema sostenibile si basa su una governance adeguata, in grado di attuare la trasparenza. La semplificazione di regole e procedure va equilibrata con garanzie di trasparenza funzionali alla produzione di dati completi sul sistema dei contratti e a forme di monitoraggio partecipate anche dalla società civile. Il monitoraggio dovrebbe basarsi su indicatori oggettivi, fondati sull’idea che ciò che non è misurabile difficilmente può essere migliorato.

5. La sostenibilità può essere perseguita mediante l’applicazione di clausole sociali e ambientali, nell’ambito di un quadro normativo certo. Il superamento della regola che vincola l’utilizzo di criteri sociali e ambientali al collegamento con l’oggetto dell’appalto è in corso di discussione a livello europeo. Tale superamento può essere favorito anche da un’interpretazione meno rigorosa di tale vincolo che faciliti il perseguimento di obiettivi sociali e ambientali.

6. La contrattazione pubblica deve “garantire la salute pubblica”, configurata come diritto fondamentale. Ciò richiede un generale ripensamento del sistema dei contratti pubblici nel settore sanitario, funzionale a garantire maggiore qualità ed efficienza. Il ripensamento va operato mettendo al centro il paziente: la contrattazione deve rispondere ai suoi bisogni garantendo qualità, tempi brevi, procedure che guardano al risultato, facilità per l’innovazione. Le regole europee permettono questo cambiamento, in particolare accentuando la visione strategica dei contratti pubblici (non la loro burocratizzazione). La strategia e l’efficienza amministrativa (che guardi all’idea di valore e non di mera spesa) devono prevalere sulla considerazione del prezzo, non solo nel settore dei farmaci ma anche nei settori che presentano caratteristiche simili. La creazione di valore nei servizi sanitari dovrebbe promuovere una nuova cultura dei contratti pubblici, in grado di fare affidamento su indici di performance e sistemi di monitoraggio dell’esecuzione. Si tratta di soluzioni che possono essere meglio perseguite quando l’azione contrattuale è promossa da centrali di committenza.

7. La collaborazione pubblico-privato è tema strategico per l’utilizzo delle risorse europee. Queste collaborazioni vanno incentivate mettendo da parte pregiudizi e resistenze. Possono garantire l’effettivo raggiungimento degli interessi pubblici preservando standard di qualità ed equità sociale.

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Calais: cronaca di una crisi che si poteva evitare

Ven, 03/12/2021 - 10:08

Aumentano gli arrivi di migranti nel Regno Unito attraverso il canale della Manica. Molto spesso si tratta di persone che hanno diritto alla protezione internazionale. Il problema è che, nel post Brexit, la crisi di Calais assume un forte valore simbolico.

La crisi di Calais e gli sbarchi nel Regno Unito

I ministri dell’Unione europea si sono incontrati domenica 28 novembre a Calais, in una riunione d’urgenza per fronteggiare la crisi nel canale della Manica. Il vertice ha ribadito l’intenzione dei paesi europei di contrastare la presenza di trafficanti nell’area e ha previsto che un aereo di Frontex sorvoli la zona per identificare imbarcazioni sospette. Del tutto assente è stata invece la discussione sulle modalità più efficaci di assicurare protezione internazionale ai richiedenti asilo accampati a Calais, come se il diritto di asilo non fosse sancito dai trattati internazionali dei quali tutti i paesi Ue sono firmatari.

Ma cosa succede a Calais? Innanzitutto, c’è stata la drammatica morte – avvenuta la scorsa settimana – di 27 persone nel tentativo di attraversare su di un gommone i 40 chilometri di mare tra la città francese e il Kent. Il naufragio va collocato nell’ambito di un significativo aumento del numero di migranti che provano ad attraversare la Manica via mare. Dal 1° gennaio al 26 novembre, circa 25.700 persone sono arrivate nel Regno Unito in questo modo, il triplo di quelle registrate in tutto il 2020 (8.400), che, a loro volta, erano oltre quattro volte quelle del 2019 (1.800). E si stima che in questo momento ci siano circa duemila persone bloccate a Calais.

Chi sono le persone che rischiano la vita attraversando la Manica? Si tratta principalmente di profughi che intendono chiedere asilo nel Regno Unito e che tendenzialmente hanno ottime ragioni per farlo. Secondo i dati dell’Home Office britannico, circa due terzi dei 12 mila migranti che hanno attraversato la Manica tra gennaio 2020 e maggio 2021 arrivavano da Iran, Iraq, Sudan, Siria, Vietnam ed Eritrea: paesi in conflitto o nei quali i cittadini subiscono violenza e persecuzioni per ragioni politiche. Nello stesso periodo, difatti, il governo britannico ha dato lo status di rifugiato a circa l’80 per cento dei richiedenti asilo provenienti dai sei paesi, riconoscendo quindi la fondatezza delle loro richieste.

Nonostante l’aumento di oltre quattordici volte del numero di attraversamenti della Manica tra 2019 e 2021, però, il numero di richieste di asilo non è visibilmente aumentato. La figura 3 mostra che, da gennaio a settembre 2021, il Regno Unito ha ricevuto 29.774 domande, grosso modo tante quante nel 2020, e addirittura meno delle 35.737 domande ricevute nel 2019.

La sostanziale stabilità nel numero di domande di asilo pur con il significativo aumento degli attraversamenti della Manica suggerisce che sia in corso un cambio di modalità di entrata più che una genuina crescita della protezione umanitaria e della richiesta di protezione internazionale nel Regno Unito. L’aumento dei controlli di polizia all’ingresso del Tunnel sotto la Manica, insieme alla drastica riduzione del traffico dovuta a Brexit e Covid-19, hanno nettamente aumentato la probabilità di essere scoperti se si tenta un ingresso clandestino nascosti all’interno di camion o automobili. Allo stesso tempo, la riduzione del traffico aereo e del numero di passeggeri ha reso più difficile e rischioso l’accesso al Regno Unito con questa modalità. La via del mare, per quanto più pericolosa, sembra essere al momento quella che garantisce maggiori probabilità di successo. L’ingresso della criminalità organizzata e dei trafficanti – attirati dalle possibilità di guadagno offerte dalla presenza dei migranti a Calais – ha poi certamente contribuito a consolidare lo spostamento sulla rotta marittima.

I rapporti tra Francia e Gran Bretagna

Quando il governo britannico accusa quello francese di non fare abbastanza, Parigi risponde che le sue forze di polizia hanno arrestato oltre 1.500 trafficanti nel corso del 2021. E i numeri sull’asilo dicono che la Francia sta facendo la sua parte anche nel campo della protezione umanitaria: nel 2020 ha ricevuto oltre 87 mila domande di asilo, contro le 36 mila del Regno Unito, per una popolazione residente molto simile (65 e 67 milioni, rispettivamente). Bisogna anche ricordare, però, che il tasso di rifiuto delle domande di asilo della Francia l’anno scorso è stato del 78 per cento, quasi il doppio del 42 per cento del Regno Unito.

A giugno i governi francese e britannico avevano raggiunto un accordo sulla gestione dei migranti nella Manica che prevedeva che il Regno Unito versasse alla Francia un contributo di 55 milioni di sterline (circa 65 milioni di euro) per pagare parte delle spese connesse alla gestione dei migranti a Calais e ridurre gli attraversamenti irregolari. La Francia adesso lamenta che questi soldi non sono mai arrivati, mentre la ministra degli interni britannica Priti Patel risponde che i fondi sono stati trattenuti perché Parigi non ha fatto abbastanza per fermare gli attraversamenti.

È una battaglia a forte valenza simbolica per il Regno Unito. Il governo conservatore ha insistito molto sul fatto che la Brexit avrebbe portato a un rinnovato controllo dei confini nazionali (taking back controls of our borders). E proprio la riappropriazione del controllo delle frontiere serve ora a giustificare i costi e le difficoltà – rese più acute dalla pandemia – che il Regno Unito fronteggia nel periodo post-Brexit. I richiedenti asilo però minano inconsapevolmente uno dei pochi (ipotetici) “benefici” della Brexit, mostrando non solo che le frontiere inglesi sono permeabili persino a chi cerchi di entrare con un gommoncino gonfiabile, ma anche che la gestione dei confini del paese va comunque concordata con l’Unione europea e, in particolare, con uno dei suoi principali esponenti, la Francia.

I numeri di una crisi che si potrebbe risolvere

I numeri della presunta crisi nella Manica sono perfettamente gestibili per due paesi che, insieme, hanno una popolazione di oltre 130 milioni di abitanti e sono fra le massime potenze economiche europee. Il canale della Manica tra Calais e il Kent è così stretto che dove finiscono le acque territoriali francesi iniziano immediatamente quelle britanniche: l’assenza di acque internazionali dovrebbe semplificare i conflitti di attribuzione della responsabilità, così come le distanze ridotte dovrebbero facilitare le operazioni di ricerca e soccorso in mare.

I numeri eccessivi sono invece quelli dei morti, i 27 della settimana scorsa, e quelli che rischiano di aggiungersi nei prossimi mesi, se si prosegue con una battaglia simbolica a colpi di Twitter e cancellazioni di inviti.

Il cimitero del Mediterraneo – con oltre 1.100 morti registrate dallo Iom solo nei primi sei mesi del 2021 – ci ha tristemente assuefatto alla realtà che si possa morire nel tentativo di raggiungere l’Europa. Non vogliamo abituarci all’idea che si possa morire anche in Europa, abbandonati tra i suoi confini.

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Le frontiere della politica monetaria

Ven, 03/12/2021 - 08:53

La politica monetaria è cambiata negli ultimi anni. Le banche centrali hanno arricchito la loro “cassetta degli attrezzi” e modificato la loro strategia. Il passaggio alla “nuova normalità” è spiegato in libro. Ecco i temi che affronta.

Il “new normal” della politica monetaria

La politica monetaria è cambiata negli ultimi anni. Le banche centrali hanno arricchito la loro “cassetta degli attrezzi” e modificato la loro strategia. Il libro “Le frontiere della politica monetaria” spiega il passaggio dalla gestione tradizionale della moneta alla “nuova normalità”. In questo articolo i temi trattati nel volume.

La gestione della moneta è stata rivoluzionata in poco più di dieci anni. Le diverse crisi che si sono succedute, da quella dei “mutui subprime” a quella del debito sovrano a quella scatenata dal coronavirus, hanno costretto le banche centrali ad introdurre strumenti nuovi, che sono divenuti noti complessivamente come politiche monetarie “non convenzionali”.

Queste innovazioni sono state introdotte come misure temporanee, per reagire alle crisi in corso. Tuttavia, rispondono anche ad alcune tendenze di fondo dell’economia: per questa ragione, sono destinate a restare permanentemente nel panorama della politica monetaria. Si è venuta così creando una “nuova normalità” (new normal) nella gestione della moneta, che incorpora le nuove tecniche e le affianca agli strumenti tradizionali già a disposizione delle banche centrali.

Quantitative easing

All’origine delle trasformazioni vi è il fatto che lo strumento classico della politica monetaria, il livello dei tassi di interesse, è divenuto un’arma spuntata nel momento in cui esso ha raggiunto, attraverso successive riduzioni, il suo limite naturale: lo zero. A quel punto, le manovre espansive di politica monetaria non potevano più avvenire abbassando ulteriormente i tassi di interesse. Occorreva inventarsi qualcosa di nuovo. La strada fu identificata nelle misure di allentamento quantitativo: nacque così il Quantitative easing. Da allora, un allentamento monetario viene identificato con l’introduzione, ed eventualmente l’espansione, di programmi di acquisto di attività finanziarie (titoli pubblici e privati) da parte delle banche centrali. Per converso, una restrizione monetaria viene attuata in primo luogo riducendo la dimensione di tali programmi (il tapering annunciato dalla Fed) fino ad abbandonarli del tutto. Solo dopo arriva, eventualmente, il rialzo dei tassi di interesse di policy.

Prestiti a lungo termine, comunicazione, tassi negativi

Un altro strumento innovativo sono i prestiti a lungo termine al settore bancario. Mentre la scadenza tradizionale delle operazioni di politica monetaria era breve (una settimana nell’area euro), nel nuovo assetto, le banche centrali concedono finanziamenti con scadenze lunghe (fino a quattro anni nell’area euro), che spesso includono alcune condizioni per incentivare le banche a girare i prestiti all’economia reale. La comunicazione ha assunto un ruolo centrale nella “nuova normalità” del central banking: mentre una volta i banchieri centrali amavano sorprendere i mercati finanziari e preferivano tenersi le mani libere sulle loro mosse future, oggigiorno fanno di tutto per essere prevedibili e orientare le aspettative dei partecipanti al mercato, attraverso la cosiddetta “forward guidance”. Alcune banche centrali, tra cui la Bce, hanno varcato la soglia dello Zero Lower Bound (Zlb), portando in territorio negativo, seppure marginalmente, i tassi di interesse applicati ad alcune loro operazioni. Tutti questi cambiamenti hanno avuto un impatto profondo sulla gestione operativa della politica monetaria: sugli strumenti utilizzati e sui rapporti tra banca centrale e mercati finanziari.

Revisione della strategia

Tra l’anno scorso e quest’anno, la Fed e la Bce hanno attuato una revisione delle loro strategie. La principale spinta in questa direzione è venuta dalla necessità di ancorare le aspettative di inflazione all’obiettivo prefissato (2 per cento), in presenza di tassi di inflazione più bassi dell’obiettivo per lunghi periodi di tempo e di tassi di interesse prossimi allo Zlb. La convergenza dei tassi di interesse a livelli così bassi è legata ad alcune tendenze di lungo periodo dell’economia mondiale, che vanno sotto il nome di “stagnazione secolare”. Il recente ritorno dell’inflazione su livelli mai visti da molti anni è stata una sorpresa, che sta mettendo a dura prova la strategia e la capacità di comunicazione delle banche centrali, strette tra due esigenze contrapposte: da un lato evitare una stretta monetaria prematura, in presenza di forti incertezze sull’evoluzione della pandemia, dall’altro scongiurare il pericolo che i tassi d’inflazione osservati negli ultimi mesi entrino stabilmente nelle aspettative degli operatori economici. 

Politica monetaria verde, moneta digitale

Le nuove frontiere della politica monetaria sono la sostenibilità ambientale e la moneta digitale. I massicci investimenti fatti con le operazioni di Qe hanno portato le banche centrali a detenere ampi portafogli di attività finanziarie, emesse da soggetti privati oltreché dal settore pubblico. La composizione di questi portafogli ha un rilievo per l’ambiente: può essere sbilanciata verso il finanziamento dei settori produttivi più inquinanti o, al contrario, può essere mirata a sostenere attività che favoriscano la transizione verso una economia carbon free. L’inclusione dei temi ambientali nelle considerazioni che guidano la politica monetaria (greening monetary policy) è senz’altro destinata a occupare un posto rilevante nel dibattito di policy.

L’altra sfida deriva dalla tecnologia: in particolare, dalla diffusione di monete digitali private (cripto-currencies e stable-coins) e di servizi di pagamento innovativi. Per adeguarsi alla digitalizzazione dell’economia, le banche centrali stanno lavorando all’introduzione di una moneta digitale pubblica: la central bank digital currency (Cbdc). Aprirebbe nuove opportunità, consentendo a chiunque di detenere un conto presso la banca centrale, mentre finora questa era una possibilità riservata alle banche. Tuttavia, la Cbdc potrebbe anche comportare alcuni rischi, a partire dalla disintermediazione del sistema bancario.

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Assegno unico per i figli: molti guadagnano, pochi perdono

Gio, 02/12/2021 - 11:45

L’assegno unico rende più semplice e inclusivo il sistema di welfare. Il sostegno ai figli aumenterà per la maggior parte delle famiglie italiane, soprattutto per quelle oggi poco tutelate. E per i pochi che perdono, la misura si può ancora migliorare.

Cosa cambia con l’assegno unico e universale

L’assegno unico e universale (Auu) che entrerà in vigore a marzo 2022 rappresenta una piccola rivoluzione per il sistema di protezione italiano. L’obiettivo, ambizioso, è di razionalizzare il sistema di supporto alle famiglie con figli, finora caratterizzato da una molteplicità di interventi poco coerenti tra loro accumulatisi nel corso degli anni. Per esempio, le detrazioni Irpef per figli a carico decrescono al crescere del reddito imponibile individuale, ma, poiché non sono rimborsabili, non raggiungono i lavoratori incapienti, ovvero coloro che ne avrebbero maggiore necessità. Gli assegni al nucleo familiare (Anf) vanno anche agli incapienti, ma interessano principalmente le famiglie di dipendenti. Vengono quindi esclusi i disoccupati di lungo periodo e le famiglie di lavoratori autonomi. Il sistema attuale è inoltre poco generoso verso molte famiglie di lavoratori “atipici” (per esempio gli stagionali), in quanto sia gli Anf che le detrazioni Irpef sono pagati per i soli giorni effettivi di lavoro: danno dunque poco sostegno ai genitori con carriere discontinue o intermittenti.

Il nuovo assegno unico e universale sostituisce gli Anf, le detrazioni Irpef per figli a carico (sotto i 22 anni) e altre quattro misure (l’assegno per le famiglie numerose, il bonus bebè, il premio alla nascita, il fondo natalità per le garanzie sui prestiti). Rimane invece il bonus nido, mentre per i figli a carico sopra i 21 anni viene mantenuto il sistema di aiuti attuale (incluse le detrazioni Irpef per figli a carico).

La struttura del nuovo Auu è relativamente semplice: l’assegno è massimo per le famiglie con un basso Indicatore della situazione economica equivalente (Isee) e decresce oltre una certa soglia Isee fino a un minimo corrisposto a tutte le famiglie, indipendentemente dal loro livello di reddito e patrimonio. Un sistema di maggiorazioni fornisce ulteriore sostegno a particolari tipologie familiari, come ad esempio quelle con più di due figli, con figli disabili o famiglie dove entrambi i genitori lavorano. Una tabella riassuntiva degli importi e delle maggiorazioni è disponibile in un recente articolo di Avvenire.

L’Auu ha una forte componente “universalistica”, dovuta non solo alla presenza di un importo minimo indipendente dalla situazione economica della famiglia, ma anche alla scelta di far iniziare la riduzione dell’importo massimo per valori molto alti rispetto alla retribuzione media lorda. Vedremo nel seguito come la componente universalistica potrebbe essere rimodulata per far fronte ad alcune possibili criticità del nuovo assegno (sullo stesso punto si veda anche il recente contributo di Francesco Figari e Carlo Florio).

I calcoli per famiglie tipo

Per provare a capire chi guadagna e chi perde con l’entrata in vigore del nuovo sistema a regime, abbiamo impiegato il modello Tax-Benefit dell’Ocse (TaxBen) per calcolare la variazione del reddito disponibile di alcune famiglie ipotetiche che riceveranno il nuovo assegno. Il vantaggio del calcolatore TaxBen è di tenere in considerazione le articolate relazioni tra tutte le componenti del sistema di fiscale e di welfare italiano per un insieme molto ampio di famiglie tipo. Ciò è fondamentale quando si analizza una riforma così complessa che modifica molte parti del sistema vigente.

Per iniziare, mostriamo i risultati per una coppia monoreddito con due figli di quattro e sei anni al variare della retribuzione dell’unico percettore (figura 1). Per semplicità, assumiamo che l’altro partner non riceva sussidi di tipo contributivo (come la Naspi), che la famiglia viva in affitto pagando un canone mensile pari a 550 euro (aspetto importante ai fini del calcolo dell’Isee), che non abbia alcun patrimonio mobiliare o immobiliare e che abbia accesso al reddito di cittadinanza qualora rispetti le condizioni di reddito e patrimonio previste dalla legge. Sulla base di queste ipotesi, il reddito disponibile della famiglia è dato dalla somma delle seguenti componenti di reddito (ove rilevanti): la retribuzione lorda del lavoratore (area grigia), l’assegno unico per i figli (area rossa) e il bonus dipendenti (area celeste). Per ottenere il reddito disponibile (linea nera), alla somma dei redditi percepiti bisogna sottrarre l’Irpef netta a debito (area blu scuro) e i contributi sociali pagati dal lavoratore (area viola).

La figura 1 mostra infine il reddito disponibile che la stessa identica famiglia avrebbe avuto nel 2021 con la legislazione vigente (linea nera tratteggiata). La differenza tra le due linee del reddito disponibile indica dunque i guadagni o le perdite della famiglia col passaggio al nuovo Auu.

Figura 1 – Variazione delle componenti del reddito disponibile al variare della retribuzione annuale lorda del lavoratore. Coppia monoreddito con due figli di quattro e sei anni – Assegno unico e universale a regime.

Fonte: calcoli dell’autore basati sul modello Tax-Benefit dell’Ocse. I calcoli ipotizzano una famiglia in affitto con un canone pari al 20% della retribuzione media (circa 550 euro al mese di affitto).

I guadagni per la tipologia familiare mostrata in figura 1 sono generalizzati lungo la maggior parte dell’intervallo di reddito considerato: la linea nera (continua) del reddito disponibile con l’Auu è quasi sempre più alta della linea nera (tratteggiata) del reddito disponibile calcolata con la legislazione vigente. Le figure 2 e 3 generalizzano la figura 1 mostrando la differenza tra il reddito disponibile “pre” e “post” Auu per famiglie con 1, 2, 3 e 4 figli, con due percettori (figura 2) e con un solo percettore (figura 3). Come per la figura 1, i calcoli assumono che la famiglia viva in affitto e che non abbia nessun patrimonio.

I risultati per le famiglie con due percettori sono stati calcolati ipotizzando che il secondo percettore abbia una retribuzione lorda pari a 22 mila euro l’anno. I risultati mostrano guadagni generalizzati per tutti i livelli di reddito nel caso di famiglie con uno o due minori (linee blu e grigie continue).

Anche per le famiglie con più di due figli (linee tratteggiate blue e celeste), la figura 2 mostra guadagni generalizzati e perdite solamente nei casi in cui il primo percettore abbia una retribuzione lorda inferiore a 13 mila euro (assumendo che la retribuzione dell’altro percettore rimanga costante a 22 mila euro/anno). La ragione della perdita è dovuta principalmente all’abrogazione dell’assegno per le famiglie con più di tre figli e della detrazione per le famiglie con quattro o più figli.

La figura 2 mostra inoltre il caso di una famiglia con due percettori e due figli appena maggiorenni (19 e 20 anni – linea grigia tratteggiata). In questo caso, le perdite sono più cospicue, in quanto l’assegno unico per i ragazzi appena maggiorenni cala da 175 euro al mese a 85 euro al mese, rendendo quindi il sistema vigente più generoso per retribuzioni lorde del primo percettore inferiori a 23 mila euro.

La figura 2 mostra infine che il passaggio all’Auu avvantaggia maggiormente i nuclei con tre o più figli relativamente “ricchi” rispetto a nuclei “meno ricchi” (a parità di numero di figli). Per esempio, una famiglia con quattro figli e una retribuzione lorda complessiva pari a 110 mila euro (22 mila euro del genitore 1 e 88 mila del genitore 2) guadagnerebbe col nuovo regime circa 5 mila euro all’anno. Se la retribuzione lorda complessiva fosse invece di 32 mila euro (22 mila euro del genitore 1 e 10 mila del genitore 2) la famiglia avrebbe una perdita di circa 500 euro (per via delle maggiori addizionali locali). Il motivo di questo fenomeno è dovuto principalmente all’uso dell’Isee per calcolare l’ammontare dell’Auu. Infatti, un nucleo in affitto e senza patrimoni con quattro figli e una retribuzione complessiva di 110 mila euro avrebbe un Isee di circa 26 mila euro. A questo Isee corrisponde un Auu di circa 8 mila euro, molto più alto dei vantaggi che lo stesso nucleo ricevere attualmente (circa 3 mila euro).

I risultati per le famiglie monoreddito (figura 3) mostrano guadagni particolarmente rilevanti per retribuzioni lorde inferiori alla soglia di incapienza Irpef (ovvero per coloro che col sistema attuale non possono beneficiare delle detrazioni per figli a carico) e per retribuzioni lorde superiori ai 20-35 mila euro all’anno (a seconda del numero di figli). Per le famiglie monoreddito con uno o due minori (sopra i 12 mesi), i guadagni a regime sono pressoché generalizzati, con la sola eccezione delle famiglie con retribuzioni lorde comprese tra 14 mila e 20 mila (per le famiglie con un solo minore) e 17 mila e 22 mila (per le famiglie con due minori). La tabella 1 (parte sinistra) mostra ad esempio che per una coppia monoreddito con un minore e 18 mila euro di retribuzione lorda la perdita a regime (ovvero senza la clausola temporanea di salvaguardia) sarebbe di circa 760 euro a causa (principalmente) delle maggiori addizionali locali (i valori delle addizionali impiegate nei calcoli sono relative alla regione Lazio e al comune di Roma).

Per le famiglie monoreddito con più di due minori i guadagni a regime ci sarebbero solo per retribuzioni lorde superiori a 35 mila euro. Per esempio, come mostrato nella tabella 1 (parte destra), una famiglia monoreddito con una retribuzione lorda di 26 mila euro e quattro minori avrebbe una perdita di circa 1.500 euro causata della maggiore Irpef a debito (incluse le maggiori addizionali locali), il venir meno dell’assegno Inps alle famiglie con più di tre figli e della detrazione Irpef per famiglie numerose. Per una famiglia identica, ma con tre figli anziché quattro, la perdita sarebbe invece più contenuta (570 euro) e interamente dovuta alle maggiori addizionali locali.

La figura 3 mostra infine il caso di una famiglia monoreddito con un minore di meno di 12 mesi. In tal caso, le perdite sarebbero generalizzate poiché oltre al pagamento dell’Irpef e delle addizionali locali la famiglia non riceve più il bonus bebè (non rifinanziato a partire dal primo gennaio 2022).

Quali margini di miglioramento?

L’assegno unico modernizza il nostro sistema di welfare rendendolo più semplice, trasparente e inclusivo. Il sostegno ai figli aumenterà per la maggior parte delle famiglie italiane, soprattutto per i genitori attualmente poco o per niente tutelati (autonomi, disoccupati di lungo periodo e lavoratori atipici).

Le problematiche riscontrate riguardano un numero di nuclei familiari molto limitato. Per esempio, i nuclei con più di due figli sono circa il 7 per cento del totale dei nuclei interessati alla riforma e solo una minima parte di loro perderà col passaggio al nuovo regime (allo scadere della clausola di salvaguardia). Inoltre, parte delle perdite potrebbero essere compensate in tutto o in parte dalla riforma dell’Irpef attualmente in discussione (la legge delega prevede per esempio il superamento delle addizionali locali).

Ciò, tuttavia, non esclude che l’attuale design dell’assegno unico possa essere migliorato in sede di conversione del decreto attuativo. Per esempio, si potrebbero includere due nuove maggiorazioni per i figli di età inferiore ai due anni e per i maggiorenni iscritti regolarmente a un corso di studi. Si potrebbero inoltre rimodulare le maggiorazioni per i nuclei con tre o più figli, evitando che i vantaggi siano concentrati maggiormente verso le famiglie “ricche”. Infine, si potrebbe modificare la maggiorazione per i genitori che lavorano, aumentandone l’importo e concentrando la maggior parte dei benefici verso i lavoratori con redditi da lavoro (non di Isee) sotto i 20 mila euro.

Il costo di queste modifiche potrebbe essere finanziato tutto o in parte nell’ambito della riforma stessa, per esempio rivedendo i valori Isee entro i quali avviene la riduzione progressiva dell’assegno (attualmente tra i 15 mila e 40 mila euro) e definendo una riduzione dell’assegno non più lineare, ma per segmenti con pendenza decrescente (simile a quanto già avviene per gli attuali assegni al nucleo familiare).

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Fed e Bce nel mondo post-Covid

Mer, 01/12/2021 - 10:32

Fed e Bce non rispondono alla crescente pressione inflazionistica. Una strategia dettata dal fatto che per molto tempo l’inflazione è stata al di sotto del target. Ma non è detto che le aspettative di inflazione futura rimangano a lungo sotto controllo.

Il comportamento della Fed 

Che cosa stanno facendo la Federal Reserve e la Banca centrale europea? Perché non rispondono alla crescente pressione inflazionistica? Secondo molti, la ragione è nel fatto che lo shock inflazionistico sia da ritenersi temporaneo. Una spiegazione in realtà superficiale, perché se l’impatto sull’inflazione sia temporaneo o meno non è indipendente dalla risposta della politica monetaria. Di fatto, attraverso la gestione delle aspettative di inflazione, è la banca centrale che “sceglie” se uno shock inflazionistico è temporaneo o persistente.

Come interpretare, dunque, l’inerzia delle due più importanti banche centrali? Una spiegazione del comportamento della Fed è nella combinazione di due fattori: il nuovo regime di politica monetaria introdotto nell’agosto del 2020, cosiddetto di “average inflation targeting”, e il dettaglio della misura del costo della vita monitorato dalla banca centrale americana. 

La figura 1 mostra l’andamento del livello dei prezzi Pce (Personal Consumption Expenditure), che è la misura preferita dalla Fed, perché include una varietà ampia di beni e tende a non sovrastimare il costo della vita. Per chiarire, la curva misura il livello dei prezzi, mentre la sua pendenza misura il tasso di inflazione. L’indice Pce è oramai vicino a rientrare sul trend di crescita del 2 per cento, ma non lo ha ancora raggiunto. 

Figura 1 – Livello dei prezzi statunitense (Pce) e dell’Eurozona (Hicp)

Perché riportare il livello dei prezzi in linea con il trend è importante? Perché il nuovo regime della Fed guarda di più al livello dei prezzi piuttosto che alla velocità di crescita (cioè l’inflazione). Per semplificare, si può dire che la Fed si ponga ora come obiettivo non più un certo tasso di inflazione, bensì cerchi di mantenere il livello dei prezzi su un percorso di crescita costante, ad esempio del 2 per cento all’anno (la linea di trend in nero nella figura). 

Sembra un dettaglio, ma è una importante differenza. Con inflation targeting tradizionale una banca centrale può accettare una variazione temporanea nel tasso di inflazione nella misura in cui l’inflazione ritorni all’obiettivo dopo un po’ di tempo. In sostanza, può lasciare che “il passato sia passato”. Guardando alla figura ciò vorrebbe dire accontentarsi che la curva del livello dei prezzi ritorni parallela al trend di crescita, ma senza tornare a toccarla. Con un targeting del livello dei prezzi, invece, periodi di inflazione al di sotto del 2 per cento devono essere compensati da periodi di inflazione al di sopra del 2 per cento, proprio per riportare il livello dei prezzi in linea con il trend. Di fatto lo shock inflazionistico legato alla ripresa post-Covid sta aiutando la Fed a recuperare il “difetto” di inflazione degli anni precedenti. Da questo punto di vista non è sorprendente che la Fed non abbia ancora agito. 

La pazienza della Bce

La Bce, per propria scelta, ha invece adottato come riferimento un indice diverso del livello prezzi, cosiddetto Hicp (Harmonized Index of Consumer Prices). La principale differenza è che esclude la componente di immobili e affitti. Ma in questo caso la differenza è irrilevante. Guardando alla zona euro la spiegazione dell’inerzia di politica monetaria è ancora più evidente. L’indice Hicp in Europa è ben più distante dal trend del 2 per cento. È vero che il regime di politica monetaria della Bce non è (ancora) assimilabile a quello americano e quindi non costringe necessariamente la banca centrale ad attendere che il livello dei prezzi torni a sovrapporsi al trend. Ma certamente la zona euro sconta anni di stagnazione, bassa domanda e (quasi) deflazione, tutti ben visibili dal lungo periodo in cui i prezzi si sono allontanati dal trend di riferimento. 

È per questo motivo che la Bce predica pazienza. Non tanto perché si possa immaginare che lo shock inflazionistico della ripresa post-Covid sia “temporaneo”. Ma essenzialmente perché la spinta inflazionistica dal lato dell’offerta colpisce la zona euro dopo diversi anni di inflazione troppo bassa, che ha costretto la Bce ad adottare vari strumenti di politica monetaria non convenzionale. 

Quello della pazienza è un gioco per ora giustificabile, ma comunque rischioso. Perché esercitare pazienza richiede che le aspettative di inflazione futura rimangano sotto controllo. In Europa forse ancora no, ma negli Usa certamente la quiete delle aspettative di inflazione non potrà durare ancora per molto. Anticipare questa variazione, invece di seguirla, è la sfida prossima per la politica monetaria.

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Qualche sorpresa nella geografia delle disuguaglianze

Mer, 01/12/2021 - 09:54

Si dice spesso che ci sono due Italie: il Centro-Nord, più industrializzato e ricco, e il Sud, più povero e caratterizzato da bassa crescita. Ma la geografia della disuguaglianza di reddito è molto più complessa, come mostrano i risultati di uno studio.

Le due Italie

La narrativa delle due Italie, che ci racconta di ampie differenze di reddito tra Nord e Sud del paese, è conosciuta a livello internazionale. A un Centro-Nord più industrializzato, più ricco e dotato di servizi più efficienti, si contrappone un Sud rappresentato come omogeneamente più povero, meno sviluppato, caratterizzato da una bassa crescita. Ciò contribuirebbe a spiegare le disuguaglianze di reddito che negli ultimi decenni, in Italia come nella maggior parte dei paesi occidentali, si sono aggravate, accrescendo il divario tra i ricchi e i poveri. Ma quando si considera la geografia è davvero ancora soltanto una questione Nord-Sud?

Differenze in provincia

In un nostro recente lavoro, utilizziamo i dati dell’universo dei lavoratori italiani impiegati nel settore privato forniti attraverso il programma VisitInps Scholars e definiamo come misura di disuguaglianza la varianza del reddito da lavoro (espresso in logaritmo) ricevuto in un anno. Decomponiamo la misura in due fattori: una parte dovuta alle differenze di reddito tra province e una parte dovuta alle differenze di reddito all’interno delle province, per capire da dove origini la parte predominante della disuguaglianza. 

Nel 1985, la varianza di reddito tra province rappresentava il 3,93 per cento della varianza totale, mentre il rimanente 96,07 per cento era attribuibile alla varianza all’interno delle province. Nel 2018, la varianza di reddito tra province rappresentava il 3,02 per cento della varianza totale. Questi numeri ci dicono che le differenze provinciali, negli anni Ottanta come oggi, sono marginali nello spiegare le differenze salariali dei lavoratori italiani in uno specifico anno (cross-section). Se è vero che ci sono differenze sostanziali tra i redditi medi nelle province più ricche e in quelle più povere, sono però le differenze al loro interno a essere di gran lunga più importanti. La differenza tra il reddito medio in provincia di Milano e in provincia di Napoli è molto minore rispetto alla differenza di reddito tra l’individuo più povero e quello più ricco che vivono in provincia di Milano (o di Napoli). I nostri risultati rafforzano l’evidenza fornita in alcuni studi precedenti di una maggiore disuguaglianza interna alle regioni e province italiane, rispetto alla disuguaglianza tra regioni e province. Una possibile spiegazione potrebbe derivare dal fatto che le province italiane si differenziano di più nei tassi di disoccupazione/occupazione che nei livelli salariali. 

Differenze nel reddito di tutta la vita lavorativa

Per esplorare questa possibilità, calcoliamo il reddito totale dei lavoratori durante tutta la loro carriera lavorativa (e non solo in un anno), includendo pertanto non solo i periodi di occupazione ma anche quelli di non-occupazione, in cui i soggetti potrebbero risultare percettori di misure a sostegno del reddito. Utilizziamo un campione di lavoratori italiani (circa il 13 per cento della popolazione totale), che include lavoratori nel settore privato, pubblico e lavoratori autonomi. Per questi soggetti, osserviamo gli estratti conto contributivi, che includono non solo informazioni sul reddito da lavoro, ma anche sui benefici percepiti durante la loro vita lavorativa (sussidi di disoccupazione, maternità, malattia, cassa integrazione e altro). Ci concentriamo sulla coorte di lavoratori nati nel 1960 e calcoliamo il reddito totale attualizzato, definendo come misura di disuguaglianza la varianza del reddito totale durante tutta la carriera lavorativa (espresso in logaritmo). Assegnando ciascun lavoratore alla provincia di nascita, calcoliamo, come nell’esercizio precedente, la percentuale della varianza di reddito attribuibile alla differenza tra province e quella all’interno delle province. Mentre la percentuale tra province è incredibilmente piccola e pari al 3,4 per cento, quella all’interno delle province è molto più rilevante e pari al 96,6 per cento. Come per l’analisi cross-section, è importante sottolineare come ci siano differenze sostanziali tra i redditi accumulati durante l’intera vita lavorativa nelle province più ricche e in quelle più povere, però le differenze di reddito all’interno delle province hanno un ordine di grandezza decisamente più grande. A questi risultati si giunge considerando sia i soli lavoratori del settore privato sia tutti i lavoratori, quindi anche quelli pubblici e gli autonomi. Inoltre, i risultati sono comparabili sia quando consideriamo solo i redditi da lavoro sia quando includiamo anche i benefici.

Migrazioni e differenze di genere

Si potrebbe pensare che il risultato sia dovuto alla migrazione: un’estesa percentuale di lavoratori potrebbe essersi infatti spostata verso province più ricche, limitando pertanto il ruolo della provincia di nascita nello spiegare la disuguaglianza. Ripetiamo quindi il nostro esercizio attribuendo i lavoratori all’ultima provincia dove hanno versato i contributi. Il risultato che otteniamo è molto simile: la percentuale della varianza del reddito di tutta la vita lavorativa attribuibile alla differenza tra province è pari al 4,2 per cento. Questo ci porta a pensare che la migrazione non sia un fattore cruciale per il nostro risultato. 

Le disparità di genere ancora una volta giocano una parte importante: le differenze tra province sono più rilevanti per le donne rispetto agli uomini. La percentuale della varianza di reddito tra province è pari all’1,8 per cento tra gli uomini, mentre sale al 7,1 per cento nel campione di sole donne. Questi numeri rispecchiano una forte eterogeneità nell’occupazione femminile tra il Nord e il Sud Italia, dove la partecipazione femminile al mercato del lavoro è ancora molto bassa e le carriere lavorative risultano maggiormente frammentate.

La nostra analisi mostra come la vera geografia della disuguaglianza reddituale in Italia sia molto più complessa del divario Nord-Sud. I dati documentano un ruolo marginale della componente tra province, a fronte di una componente interna alle province di gran lunga più importante. Il nostro risultato evidenzia la necessità di nuovi tipi di politiche da introdurre a fianco di quelle attuali place-based a sostegno del Mezzogiorno se si vuole ridurre la disuguaglianza di reddito in Italia. E dà spunti di riflessione al recente dibattito sulla opportunità di una modernizzazione della contrattazione collettiva, come discusso in recenti articoli pubblicati su lavoce.info e sul Menabò.  

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Il Punto

Mar, 30/11/2021 - 11:40

La delega fiscale prevede la tanto attesa e mai realizzata riforma del catasto. A trarre più vantaggi dallo status quo sono le grandi città e le zone costiere di Sardegna, Toscana e Liguria. Intanto la legge di bilancio anticipa un’altra parte della delega: la riforma dell’Irpef. Un primo passo verso la razionalizzazione del sistema tributario. Così come avviene in altri paesi che hanno scelto il calcolo contributivo, anche in Italia si può garantire una maggiore flessibilità nell’età di pensionamento senza rinunciare alla sostenibilità del sistema. Se il Pil da solo non è più sufficiente per dar conto del benessere di una società, va affiancato da altri indicatori capaci di cogliere la generazione di ricchezza in senso multidimensionale. Le percentuali di vaccinati e non vaccinati ricoverati nelle terapie intensive dimostrano l’efficacia del vaccino: basta prendere in considerazione i numeri corretti per comprenderlo. Un esercizio.

È online il secondo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di reddito di cittadinanza con Massimo Baldini. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Misurare il benessere in modo nuovo

Mar, 30/11/2021 - 11:16

Capire i limiti del Pil non significa abbracciare la prospettiva della decrescita. Ma servono nuovi indicatori per dar conto di società generative, capaci di fornire opportunità di realizzazione, in senso ampio, al più alto numero possibile di persone.

Perché il Pil non basta più

In una conferenza di fine ottobre 2021 a Madrid, il Commissario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni ha parlato della necessità di “andare oltre il Pil”, la misura del valore dei beni e servizi finali prodotti in un anno in un determinato paese, perché l’obiettivo non deve essere solo stimolare la crescita ma anche promuovere la resilienza con attenzione al sociale e al benessere ambientale, visto il consenso sul fatto che la crescita non è una cosa fine a se stessa.

Il consenso di cui parla Gentiloni si è sviluppato progressivamente nella letteratura economica su definizione e determinanti del benessere e del ben-vivere. Punto di partenza convenzionale di questa letteratura è il cosiddetto “paradosso di Easterlin”, una semplice evidenza descrittiva che mostra come nel secondo dopoguerra la significativa crescita del Pil pro capite negli Stati Uniti abbia trovato corrispondenza in un progressivo declino della quota di coloro che si dichiaravano molto felici, contraddicendo l’assunzione che la crescita del Pil potesse essere considerata condizione sufficiente per il miglioramento del benessere soggettivo degli individui. Studiando le ragioni del paradosso, la letteratura empirica successiva ha sottolineato come il Pil pro capite non rappresenti una buona misura neppure della soddisfazione economica dei cittadini, che è meglio approssimata dal reddito disponibile dopo le tasse e dopo aver considerato il costo di beni pubblici essenziali, come salute e istruzione. Ha inoltre sottolineato come il meccanismo psicologico dell’adattamento edonico riduce nel tempo la soddisfazione per il benessere economico realizzato, rendendo piatta nel lungo periodo la relazione tra soddisfazione di vita e benessere economico stesso. Infine, ha evidenziato come il confronto con il gruppo dei pari riduca la soddisfazione per il proprio benessere economico in presenza di diseguaglianze crescenti.

Molto è cambiato con la pandemia

La recente esperienza della pandemia ci propone una nuova versione “rovesciata” del paradosso, che apre nuovi interrogativi. Nell’anno terribile (2020) l’Italia ha registrato un calo del Pil dell’8,9 per cento e allo stesso tempo, sorprendentemente, secondo i dati Istat, ha visto una leggera crescita (dal 43,2 al 44,5 per cento) di coloro che dichiarano di essere molto soddisfatti della loro vita. Da notare che la reazione degli italiani è stata completamente diversa da quella della crisi dello spread, quando, nell’anno dei sacrifici del governo Monti, la percentuale di coloro che si dichiaravano molto soddisfatti della loro vita passò dal 45,8 per cento del 2011 al 35,2 per cento del 2012. Il paradosso appare supportato dalle stime contenute nel World Happiness Report, in cui l’effetto del 2020 nelle stime panel sulle determinanti della soddisfazione di vita è positivo e significativo per la maggioranza dei paesi presenti nell’indagine.

La riflessione sulle ragioni del nuovo paradosso di Easterlin durante la pandemia è ancora in corso. Tra le possibili spiegazioni, ci sono la scoperta attraverso il lavoro a distanza delle opportunità di conciliazione tra vita di lavoro e vita di relazioni, la rivalutazione del valore della salute e della vita (c’è ovviamente un bias di sopravvivenza nelle risposte degli intervistati) e la riscoperta del senso del vivere della comunità in un periodo drammatico e straordinario della nostra storia, nel quale abbiamo avuto la sensazione di avere un copione e un ruolo ben preciso. Va ovviamente tenuto conto che, al di là del dato aggregato, gli effetti della pandemia, del distanziamento e dello smart work sul benessere soggettivo sono dipesi molto dalle caratteristiche del lavoro e anche dal genere, con impatto più negativo per le donne con maggior carichi di lavoro domestici e i lavoratori in settori più colpiti dalle conseguenze della pandemia. Una conferma dell’importanza dell’effetto smart work sulla conciliazione vita-lavoro sembra essere sottolineata dal fatto che la variazione migliore di soddisfazione di vita rispetto all’anno precedente è nella classe 35-54 anni, mentre l’effetto peggiore è sui ragazzi tra i 14 e i 19 anni.

Garantire la sostenibilità del sistema

Capire a fondo i limiti del Pil non significa abbracciare automaticamente la prospettiva e l’obiettivo della decrescita. Abbiamo bisogno di creare valore economico per combattere la povertà materiale, promuovere opportunità occupazionali, contrastare le diseguaglianze, ma la stessa transizione ecologica ci impone una revisione radicale del modo in cui il valore economico può e deve essere creato.  

In una panoramica sugli ultimi due millenni, Partha Dasgupta ricorda nel suo rapporto sulla biodiversità per la corona inglese che nell’anno zero eravamo 230 milioni con un’aspettativa di vita media di 24 anni, mentre nel 2020 la popolazione ha raggiunto i 7,8 miliardi con un’aspettativa media di 73 anni. Il progresso sociale, culturale, scientifico e tecnologico in duemila anni ha in pratica creato condizioni potenziali di vita sulla terra per circa 320 miliardi di anni in più, se consideriamo la differenza di prodotto tra aspettativa media e abitanti nelle due diverse epoche.

Ma ciò ci ha portato vicini ai limiti di sostenibilità ambientale del sistema. Per questo motivo la via dell’economia circolare è l’unica praticabile, ovvero è necessario disallineare la creazione di valore economico dalla distruzione di risorse naturali, gestendo in modo ottimale il ciclo dei rifiuti, aumentando la quota di materia seconda (riuso, riciclo) utilizzata come input di nuovi prodotti, aumentando la loro durata media di vita e il tasso di utilizzo della capacità consumativa (intensità di utilizzo per intervallo di tempo) dei beni di consumo strumentali (per esempio, le auto o gli strumenti per il fai-da-te) attraverso pratiche di sharing. La sfida della soddisfazione e ricchezza di senso di vita, però, va oltre. Gli stessi indici di benessere multidimensionale, oggi sempre di più riferimento dell’azione di economisti e policymaker (dai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite al sistema degli indicatori Bes, benessere equo e sostenibile, in Italia) hanno un limite sostanziale. Possiamo infatti avere reddito, salute e istruzione, ma se passiamo la giornata sdraiati sul divano non siamo felici. L’uomo è cercatore di senso prima di essere massimizzatore di utilità e l’ultimo miglio della soddisfazione e ricchezza di senso di vita delle persone è l’espressività orientata a un fine che ci appassiona. Gli studi più recenti chiamano tutto questo generatività, ovvero combinazione di creatività e capacità d’impatto positivo della propria vita sulle vite altrui. La sfida dei prossimi anni sarà dunque quella di costruire società generative in grado di fornire opportunità di realizzazione e di fioritura di vita al più ampio numero possibile di persone. Per far questo non smetteremo di misurare la quantità di beni e servizi prodotti, ma vi affiancheremo indicatori di benessere multidimensionale e di generatività (come la capacità di promuovere creazione di imprese e organizzazioni sociali, longevità attiva, politiche per la riduzione dei Neet) in grado di segnalare se siamo sulla giusta rotta della ricchezza di senso del vivere.

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Pensioni: più flessibilità in uscita è possibile

Mar, 30/11/2021 - 11:00

Per le pensioni, la legge di bilancio conferma le norme in vigore, passando da Quota 100 a Quota 102. Presto però andranno ridefiniti i criteri che regolano l’uscita dal lavoro. I dati suggeriscono che non si verificherà una fuga verso il pensionamento.

Le pensioni nella legge di bilancio

La Commissione finanze ha recentemente ascoltato in audizione Ufficio parlamentare di bilancio, Cnel, Corte dei conti e Banca d’Italia sui contenuti della legge di bilancio per il 2022. Per quanto attiene agli interventi in ambito pensionistico, il giudizio che emerge dalle relazioni, pur non essendo particolarmente benevolo, appare ispirato a un certo attendismo, forse frutto della decisione del governo di non intervenire in maniera organica sul tema al centro del dibattito dopo l’uscita di scena di Quota 100: la flessibilità pensionistica.

I fondamenti della manovra di finanza pubblica per il 2022 nel settore delle pensioni sono: i) il passaggio da Quota 100 a Quota 102; ii) la conferma per il prossimo anno di opzione donna; iii) la conferma e l’ampliamento della platea per l’Ape sociale; iv) il passaggio dell’Inpgi all’interno dell’Inps.

I primi tre provvedimenti aprono, secondo le indicazioni di Banca d’Italia, la possibilità di un’uscita anticipata a 55 mila persone nel 2022. Passare a Quota 102 è un modo per ammorbidire, in maniera non traumatica per la cassa pensionistica, lo scalone che altrimenti si sarebbe creato a partire dal 1° gennaio 2022 con la fine di Quota 100. Come già evidenziato, si tratta di una scelta che ribadisce il solco generazionale che da decenni ormai caratterizza il lungo passaggio dalla regola retributiva a quella contributiva e garantisce a un (forse) ultimo manipolo di lavoratori il permanere di un privilegio difficilmente giustificabile in termini di equità intergenerazionale.

Opzione donna viene prolungata ancora per un anno. Finora ha assicurato l’uscita anticipata a un numero non trascurabile di lavoratrici, 140 mila secondo i dati forniti nella relazione della Corte dei conti. Al di là di valutazioni legate all’opportunità di garantire alle donne una sorta di compenso per l’extra contributo loro richiesto all’interno della famiglia, la logica della misura sfugge però quando la si voglia considerare in maniera organica in un sistema che da tempo ha affermato il principio della convergenza dell’età di pensionamento delle donne rispetto a quella degli uomini.

L’Ape sociale, misura fino a oggi poco utilizzata, verrà ampliata nella platea dei futuri percettori. Nella relazione tecnica di accompagnamento alla legge di bilancio, si parla di 21 mila soggetti per il prossimo anno. Per questi sarà possibile anticipare a 63 anni l’uscita dal mercato del lavoro. Fino al raggiungimento dei requisiti ordinari per la pensione, l’importo erogato verrà finanziato con risorse provenienti dal bilancio pubblico e non da quello pensionistico. Interessa persone che hanno svolto lavori usuranti o che si trovano in condizioni di disoccupazione, ma a ben vedere anche questo è un intervento di tipo categoriale che concede una deroga al regime ordinario di pensionamento, questa volta almeno in maniera coerente con un principio condivisibile di solidarietà.

Un discorso a parte merita la questione dell’Inpgi. La deroga e la categorialità dell’intervento sono qui evidenti e rischiano di generare comportamenti imitativi da parte di altri regimi speciali, che ancora sono presenti nel sempre frastagliato panorama pensionistico italiano.

Verso una ridefinizione dei criteri di uscita

Superata l’approvazione della legge di bilancio, l’esecutivo e la sua maggioranza parlamentare saranno chiamati, assieme alle parti sociali, a una ridefinizione più generale dei criteri che consentono l’uscita per pensionamento. Non si potrà che partire dall’assetto che già oggi la regolamenta nel sistema contributivo.

In sintesi, si partirà dall’età legale di pensionamento, attualmente fissata a 67 anni e destinata a crescere con l’eventuale aumento dell’aspettativa di vita dei pensionati futuri. La normativa attuale permette un anticipo di tre anni e quindi una pensione “anticipata” a 64 anni, in presenza di una prestazione maturata di importo pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, circa 1.300 euro mensili. Al tempo stesso, nel caso in cui a 67 anni l’importo maturato non sia almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale, ovvero circa 700 euro mensili, il pensionamento slitta in avanti, fino al raggiungimento dell’obiettivo, con un tetto massimo di 71 anni di età. Accanto a questo schema vi sono poi le pensioni anticipate indipendentemente dall’età anagrafica. Vi si potrà accedere con almeno 42 anni e 10 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne) indipendentemente dall’età anagrafica. Anche questa condizione, a partire dal 2026, sarà agganciata all’andamento dell’aspettativa di vita.

È un’impostazione evidentemente molto attenta agli obiettivi di contenimento della spesa pensionistica aggregata e desiderosa di assicurare che il sistema pubblico possa offrire, anche in futuro, trattamenti adeguati e non troppo distanti da quelli realizzati con il sistema retributivo. Il costo (sociale) per raggiungere i due obiettivi è proprio quello di aver sacrificato una reale flessibilità sull’altare del rigore finanziario e di avere in maniera rigida ipotizzato un pensionamento in età molto avanzate per una parte importante della popolazione occupata.

Norvegia e Svezia, che – come l’Italia – hanno adottato il sistema contributivo, hanno scelto età centrali di pensionamento più basse (65 e 64 rispettivamente) e hanno ammesso la possibilità di anticipare o ritardare l’uscita dal mercato del lavoro senza vincoli particolari. Perché non considerare questa opzione anche per il nostro paese?

I dati sul comportamento dei lavoratori italiani nel passato recente ci dicono che l’età di pensionamento è cresciuta e non in maniera trascurabile: il suo valore medio era pari a 58 anni nel 1995 ed è diventato pari a 64 nel 2020. Anche la distribuzione per età testimonia l’intensità che si è realizzata in questi decenni.

In definitiva, la definizione di quale sarà l’età centrale di pensionamento del futuro ci aiuterà a capire quanto ancora pesino le preoccupazioni sul fatto che fughe verso il pensionamento anticipato possano mettere in discussione la dinamica della spesa previdenziale.

Tra le modifiche, potrebbe esserci anche l’eventuale eliminazione o ammorbidimento delle condizioni sull’importo dell’assegno maturato per accedere alla pensione anticipata di tipo contributivo. Il comportamento dei lavoratori italiani, certificato dai dati, invita infatti a un (moderato) ottimismo. Se non si può escludere che, almeno in parte, l’aumento dell’età di pensionamento effettiva sia stato una conseguenza dell’irrigidimento progressivo delle condizioni normative imposte dalle varie riforme degli ultimi decenni, è tuttavia utile ricordare che il sistema contributivo rende più costosa la scelta di anticipare il pensionamento. Inoltre, la ridotta adesione a Quota 100, rispetto alle previsioni iniziali del governo, conferma che anche pensioni ancora in parte retributive non sempre si trasformano in pensioni anticipate. La possibilità di accedere al pensionamento anticipato accettando il ricalcolo dell’eventuale quota retributiva della pensione aiuterebbe infine il sistema a beneficiare dei vantaggi che il sistema contributivo offre con riferimento alla stabilità dei conti pensionistici.

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Catasto: a chi conviene che resti com’è*

Mar, 30/11/2021 - 10:40

La riforma del catasto mira ad assegnare agli immobili un valore patrimoniale in linea con i valori di mercato, con l’introduzione di meccanismi di adeguamento periodico. Non tutti sono d’accordo. Ecco chi ha interesse a mantenere le cose come stanno.

Verso una revisione del catasto

Il 29 ottobre 2021, il governo ha trasmesso alle Camere il disegno di legge delega per la riforma fiscale, che all’articolo 6 prevede la tanto attesa quanto temuta riforma del catasto.

Stando al testo, la riforma mira ad assegnare a ciascuna unità immobiliare un valore patrimoniale e una rendita in linea con gli attuali valori di mercato e prevede l’introduzione di meccanismi di adeguamento periodico. Allo stesso tempo, è stato escluso qualsiasi effetto tributario dell’adeguamento: in altre parole, i valori di riferimento per la determinazione delle imposte rimangono per ora invariati. 

L’utilizzo degli attuali valori catastali, tuttavia, genera uno squilibrio che è sia di carattere orizzontale, ovvero tra immobili dello stesso tipo e valore, sia verticale, ovvero tra immobili appartenenti a diverse categorie.

In questo articolo ci occupiamo del primo tipo di squilibrio, analizzando lo scostamento tra valore di mercato e valore catastale per le abitazioni civili nei comuni italiani.

Il disallineamento tra valori di mercato e valori catastali

L’analisi ideale richiederebbe dati a livello dei singoli immobili. In assenza di questi, possiamo comunque ottenere evidenza preliminare a livello comunale aggregando dati provenienti da diverse fonti, tra cui l’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi) dell’Agenzia delle entrate, il ministero dell’Economia e delle Finanze e il Censimento Istat 2011. 

Nello specifico, abbiamo misurato lo scostamento tra il valore catastale medio comunale e le stime del valore immobiliare medio comunale per ciascun comune per l’anno 2018, il più recente con tutti i dati disponibili. L’intera analisi fa riferimento alle sole abitazioni civili (cat. A2/A3).

Il valore catastale medio comunale è stato calcolato sulla base della formula fornita dell’Agenzia delle entrate, secondo cui il valore catastale di un immobile si ottiene moltiplicando la rendita catastale per un coefficiente che varia a seconda che si tratti di prima o seconda casa (115,5 per le prime e 126 per le seconde). Abbiamo ottenuto la rendita catastale media delle abitazioni civili a livello comunale effettuando il rapporto tra rendita catastale totale per comune e numero di unità immobiliari urbane (Uiu), entrambi per la sola tipologia di immobili considerata. Successivamente, al fine di tenere in conto la differenza nel moltiplicatore per tipo di abitazione, abbiamo approssimato la percentuale di prime case sul territorio comunale con la proporzione di famiglie residenti in una casa di proprietà sul totale delle famiglie residenti (fonte Istat 2011), armonizzati e resi disponibili dal Local Opportunities Lab. 

Il valore immobiliare medio comunale è stato ottenuto moltiplicando il prezzo medio al metro quadro, fornito da Omi, per la metratura media, ottenuta dal Censimento 2011. Più precisamente, per ciascuna zona Omi (sono le aeree con caratteristiche immobiliari, urbanistiche e socio-demografiche omogenee) abbiamo considerato il valore medio tra il prezzo massimo e minimo al metro quadro per abitazioni civili “ordinarie” e abbiamo ottenuto il valore a livello comunale come la media dei valori delle zone Omi pesata per la superficie di queste ultime. Il dato sulla metratura, invece, è stato ottenuto effettuando il rapporto tra superficie totale delle abitazioni occupate nel comune e il numero di abitazioni occupate.

Chi guadagna di più dal mancato aggiornamento del catasto? 

In figura 1 è riportata la differenza tra valore medio di mercato e valore catastale medio per i comuni italiani. Questa statistica è la più rilevante per valutare lo scompenso nella base imponibile a fini tributari. A causa dell’incompletezza di alcune fonti (soprattutto Omi) riusciamo a ottenere il valore per il 94 per cento dei circa 8 mila comuni italiani.

Figura 1 – Differenza tra valore medio di mercato e valore medio catastale per i comuni italiani (2018) 

Fonte: rielaborazione di Tortuga su dati Omi, Agenzia delle entrate, Istat. 
Note: I valori sono espressi in migliaia di euro. In parentesi è riportata la percentuale di comuni appartenente a ciascuna categoria.

Innanzitutto, il valore catastale sottostima quello di mercato nella grande maggioranza dei comuni. La vasta opposizione alla riforma, che la rende da sempre una battaglia politicamente complessa, è quindi dovuta all’effettivo timore dei cittadini che l’aggiornamento dei valori determini un aumento della stima del loro patrimonio e, di conseguenza, un aumento della pressione fiscale.

In secondo luogo, due direttrici principali di disuguaglianze emergono chiaramente: tra Nord e Sud da un lato, e tra aree interne e aree urbane e aree costiere dall’altro. In particolare, le aree maggiormente agevolate dall’attuale disallineamento dei valori sono le zone costiere di Sardegna, Toscana e Liguria, oltre a grandi città come Roma e Milano. Dall’altro lato dello spettro, troviamo invece le aree interne del Sud Italia. Dall’attuale sistema catastale sembrano beneficiare quindi i proprietari di immobili in zone turistiche e nei centri produttivi.

Un ulteriore tassello all’analisi proposta è presentato in figura 2, dove è mostrata la relazione positiva (ρ= 0.455) esistente tra la differenza tra valori di mercato e catastali e il reddito imponibile pro-capite a livello comunale. In altre parole, i territori che registrano una differenza più marcata tra valori di mercato e valori catastali sono anche quelli in cui il reddito pro-capite è più elevato.

Figura 2 – Regressione della differenza tra valori di mercato e valori catastali e reddito imponibile pro-capite a livello comunale (2018)

Fonte: Rielaborazione di Tortuga su dati Omi, Agenzia delle entrate, Istat, mistero Economia e Finanze

L’esistenza di questa correlazione è attribuibile in gran parte al fenomeno delle migrazioni interne, ovvero al fatto che le persone si muovono laddove vi sono maggiori opportunità. Poiché l’offerta di abitazioni è notoriamente inelastica, una crescente domanda nei luoghi che offrono redditi più alti genera un continuo aumento dei prezzi e, di conseguenza, un maggiore scostamento dai valori catastali.

Come procedere?

In conclusione, il catasto non è semplicemente datato e disallineato ai valori di mercato. Il disallineamento è più marcato proprio in quei territori che, essendo più ricchi, dovrebbero contribuire maggiormente, con imposte appropriate, al sistema tributario.  

La questione dell’aggiornamento delle rendite catastali lascia aperti alcuni interrogativi importanti. Il primo riguarda la frequenza e la gestione del processo. È impensabile un aggiornamento istantaneo, dunque va definita una cadenza regolare che garantisca una buona corrispondenza dei valori catastali con quelli reali degli immobili. A questo scopo, è importante prevedere un’infrastruttura digitale per la raccolta dati che sia facilmente aggiornabile. 

In secondo luogo, a un progetto di aggiornamento dei valori catastali deve corrispondere una ridefinizione del sistema di tassazione connesso, che permetta di correggere le attuali iniquità prodotte dall’Imu. La conoscenza incompleta da parte del legislatore di quanto una persona realmente possiede rende impossibile sapere esattamente quanto questa sarebbe tenuta a pagare, compromettendo le finalità ridistributive della tassa.

*Hanno contribuito alla realizzazione dell’articolo:
Emma Paladino, Junior Researcher presso Irs e Senior Fellow di Tortuga.
Giorgio Pietrabissa, dottorando in economics presso il Cmfi di Madrid e Senior Fellow di Tortuga.

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Una percentuale per capire l’efficacia dei vaccini

Mar, 30/11/2021 - 08:38

Il numero di vaccinati in terapia intensiva dimostra l’inutilità del vaccino? Non è così. Ed è evidente se si prende in considerazione il dato corretto: la percentuale dei ricoverati sull’intera popolazione dei vaccinati rispetto ai non vaccinati.

Fake news con dati sbagliati

Sempre più spesso, nei blog, ma anche sui giornali e a volte in tv, c’è chi, prendendo a pretesto i dati numerici messi a disposizione sui siti ufficiali, sostiene una supposta inefficacia dei vaccini contro l’epidemia da Covid-19 e quindi una sostanziale inutilità della campagna vaccinale.

Di esempi ce ne sarebbero molti. Uno dei più comuni è prendere i dati sulla percentuale di ricoverati in terapia intensiva di vaccinati e non vaccinati e inferire che i vaccini non servirebbero a contrastare l’epidemia. Per poi aprire la polemica sulla cosiddetta retorica anti-vaccinista, che terrebbe volutamente nascosti i dati al fine di favorire non meglio identificati poteri occulti. Su lavoce.info, si è già affrontata la questione di altri numeri utilizzati in maniera fuorviante per contestare l’utilità del vaccino.

Qui cercheremo di dimostrare, basandoci sui dati ufficiali (Iss-Istituto superiore di sanità, Aifa-Agenzia italiana del farmaco, Fiaso-Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere), che il vaccino protegge efficacemente dal finire in terapia intensiva le persone che hanno completato il ciclo e che i dati sull’occupazione delle terapie intensive e sulla percentuale di vaccinati e non nella popolazione generale possono fornire informazioni interessanti sull’efficacia del vaccino.

I numeri da tenere in considerazione

Partiamo dai dati provenienti dalla rete dei sedici ospedali Fiaso, pubblicati sul QuotidianoSanità il 17 novembre. Quantificano una percentuale di vaccinati nelle terapie intensive pari al 26 per cento contro una di non vaccinati (o comunque di persone che non hanno completato il ciclo vaccinale) pari al 74 per cento. Questi dati nulla hanno a che fare con la supposta protezione del vaccino (quantificata come prossima al 95 per cento), che non deve essere confusa con il dato percentuale di ricoverati in terapia intensiva.

Se si tiene conto (come correttamente si dovrebbe fare) della percentuale sull’intera popolazione dei vaccinati rispetto ai non vaccinati (rispettivamente, 45 milioni, pari all’85 per cento, e 8 milioni, pari al 15 per cento di cittadini sopra i 12 anni di età), i dati Fiaso dimostrano che il vaccino funziona – e bene – nel proteggere le persone dal ricovero in terapia intensiva (contribuendo quindi a limitarne gli accessi).

Cerchiamo di vedere in modo semplice il perché.

Supponiamo che il vaccino si propaghi in maniera omogenea in una popolazione di N persone delle quali l’85 per cento abbiano completato il ciclo vaccinale e il 15 per cento no. Supponiamo che nelle terapie intensive ci sia una percentuale costante di vaccinati pari al 26 per cento contro il 74 per cento di non vaccinati (dati Fiaso) su un numero totale di pazienti in terapia intensiva pari a n.

La percentuale Pv di pazienti vaccinati in terapia intensiva rispetto al totale dei vaccinati sarà:

Pv= (n⋅0,26)/(N⋅0,85)

Analogamente la percentuale Pnv dei pazienti non vaccinati (in terapia intensiva) rispetto al totale dei non vaccinati si può calcolare come:

Pnv=(n⋅0,74)/(N⋅0,15)

Il rapporto Pnv/Pv (che non dipende da n né da N) fornisce il numero di non vaccinati destinati a finire in terapia intensiva per ciascun paziente vaccinato e quindi quantifica la protezione del vaccino.

Poiché Pnv/Pv=16 si può affermare che, se il numero di vaccinati e non vaccinati nella popolazione totale fosse lo stesso, per ogni vaccinato che finisce in terapia intensiva ce ne finirebbero 16 non vaccinati. La probabilità per un non vaccinato di arrivare in terapia intensiva è 16 volte superiore a quella di un vaccinato. È come dire che, a parità di numero di vaccinati e non vaccinati nella popolazione generale, su 100 persone in terapia intensiva solo 6 sarebbero vaccinati (che è comunque ben diverso dal sostenere che la probabilità di finire in terapia intensiva sia del 96 per cento per un non vaccinato e del 6 per cento per un vaccinato).

Se Pv fosse uguale a Pnv non ci sarebbe nessuna protezione del vaccino rispetto al ricovero in terapia intensiva (vaccino completamente inefficace). Questo caso specifico però può verificarsi solo se la percentuale di vaccinati in terapia intensiva è uguale a quella di vaccinati rispetto all’intera popolazione (il che implica ovviamente che la percentuale dei non vaccinati in terapia intensiva è uguale a quella dei non vaccinati nell’intera popolazione).

Se la percentuale dei vaccinati in terapia intensiva fosse maggiore di quella dei vaccinati nell’intera popolazione Pv<Pnv, il vaccino sarebbe addirittura controproducente (dannoso).

Fino a quando i dati mostreranno una percentuale di pazienti vaccinati presenti in terapia intensiva inferiore rispetto a quella delle persone vaccinate sull’intera popolazione conviene senz’altro vaccinarsi se si vuole evitare il più possibile, una volta contratto il virus, di essere ricoverati in terapia intensiva.

Anche il solo confronto tra queste due percentuali può quindi fornire informazioni circa l’efficacia del vaccino.

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Irpef: prove di riforma strutturale

Lun, 29/11/2021 - 10:03

Il governo ha deciso di destinare 8 miliardi per anticipare un modulo della riforma fiscale. Le due proposte in campo si concentrano sull’Irpef. Entrambe razionalizzano almeno in parte il sistema. Sarebbe invece meglio posticipare l’intervento sull’Irap.

Manovra e legge delega sul fisco

Le anticipazioni sull’accordo raggiunto tra le forze politiche di maggioranza su una proposta di riforma del fisco hanno scatenato l’usuale ridda di commenti contrastanti. Il “chi ci guadagna quanto” ha dominato la discussione sui media, con organizzazioni imprenditoriali e sindacali per una volta singolarmente unite nelle critiche, seppure per motivi opposti. Ma si è discusso poco di altri possibili vantaggi della proposta, nonché dei suoi limiti. Proviamo a vederli.

A ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato una proposta di legge delega di riforma del sistema tributario italiano, attualmente all’esame del parlamento. Successivamente, in sede di preparazione della manovra di bilancio per il 2022, il governo ha deciso di investire 8 miliardi in un primo modulo della riforma, così da anticiparne una parte degli effetti al prossimo anno, invece di attendere approvazione e decreti attuativi della delega. Naturalmente, siccome l’intervento è concepito come una prima fase della delega fiscale, deve rispettarne principi e obiettivi. 

E l’obiettivo principale è l’alleggerimento del peso fiscale sui fattori produttivi, in particolare sul lavoro, e ancora più in particolare sul lavoro dipendente, molto più colpito dal fisco in quanto molto meno evaso o eroso di altri redditi. Vale la pena ricordare che la tassazione sul lavoro in Italia (comprensiva dei contributi) è tra le più alte in Europa, 6 punti in più della media, e che, secondo le stime ufficiali, i redditi da lavoro autonomo sono evasi per il 68 per cento del totale, tanto che i redditi da lavoro dipendente (e assimilati, cioè i trattamenti pensionistici), che costituiscono solo il 55 per cento circa di tutti i redditi sulla base delle stime, rappresentano viceversa l’84 per cento della base imponibile dell’Irpef e generano l’81 per cento del gettito. 

Un secondo obiettivo importante è la revisione della struttura delle aliquote marginali e medie effettive dell’Irpef, la principale imposta sul lavoro, per evitare gli attuali preoccupanti “salti” presenti in diversi punti della distribuzione dei redditi. 

Il punto merita qualche precisazione ulteriore, perché è stato del tutto ignorato nel dibattito sulla stampa e nella comunicazione politica. Per ragioni discutibili, a un certo punto della nostra storia tributaria si è deciso di ridurre drasticamente il numero di scaglioni dell’Irpef (ora solo cinque, da un minino del 23 per cento a un massimo del 43 per cento), recuperando un percorso più graduale di progressività tramite l’introduzione di una serie di detrazioni all’imposta decrescenti nel reddito e differenziate per tipologia (autonomo, dipendente e pensionistico). Questa scelta ha però avuto l’effetto di rendere poco trasparente il sistema, visto che così le aliquote legali di imposta corrispondenti ai vari scaglioni non dicono molto su quanto effettivamente un contribuente deve al fisco per ogni euro in più guadagnato. 

Come se non bastasse, si è poi aggiunto (dal 2014) il “bonus Irpef”, ossia un trasferimento monetario a vantaggio dei lavoratori dipendenti, indicizzato al reddito lordo e anch’esso decrescente nel reddito. Oltre a rendere ancora più complesso e meno trasparente il sistema, per il gioco di aliquote legali crescenti e detrazioni/trasferimenti decrescenti, il “bonus Irpef” ha generato veri e propri salti nelle aliquote marginali effettive, soprattutto a bassi livelli di reddito. La sua revisione decisa per il 2020 ha ridotto in parte il problema, ma non l’ha risolto del tutto. 

Un esempio può aiutare a capire meglio. Sulla base del sistema attuale, se un lavoratore dipendente che guadagna tra i 35 mila e i 40 mila euro (lordi) l’anno riesce a strappare 1.000 euro di retribuzione lorda (al netto dei contributi) in più dal datore di lavoro, deve in realtà trasferirne 610 al fisco. Questo non è solo ovviamente eccessivo, con gli immaginabili effetti in termini di disincentivo all’offerta di lavoro, ma è pure iniquo, visto che un lavoratore più ricco, per esempio uno che ne guadagna 60 mila (lordi) che riuscisse a ottenere lo stesso incremento, ne verserebbe solo 410 al fisco. 

La proposta del governo

Questi problemi spiegano la decisione presa dal governo di concentrare la maggior parte delle risorse a disposizione su una riforma dell’Irpef. Anzi, una delle scelte ancora possibili è quella di utilizzare tutti gli 8 miliardi in questa direzione, anche se la stampa ora riporta come più probabile una suddivisione 7+1, cioè 7 miliardi sull’Irpef e 1 miliardo sull’Irap pagata dai contribuenti persone fisiche (essenzialmente lavoratori autonomi). Da quanto anticipato sui giornali, entrambe le proposte sull’Irpef si basano su una revisione delle aliquote degli scaglioni e di un incremento delle detrazioni per le tre tipologie di reddito, in modo da offrire vantaggi a tutte le categorie, nel contempo, però, riassorbendo il bonus Irpef nella nuova detrazione ampliata per lavoratori dipendenti. 

Nella versione da 8 miliardi, gli interventi su scaglioni e detrazioni riuscirebbero a eliminare del tutto i salti nelle aliquote, con un’aliquota marginale effettiva costante per tutti i redditi da lavoro dipendente sopra i 28 mila euro. 

La proposta da 7 miliardi ha a disposizione un miliardo in meno, ma riesce ancora a ridurre fortemente i salti, seppure con un’aliquota marginale effettiva che rimane più elevata per un ampio gruppo di contribuenti nelle fasce centrali di reddito. 

In entrambi i casi, per costruzione, non ci sono “perdenti”; il trattamento integrativo da bonus viene mantenuto per i redditi da lavoro dipendente al di sotto dei 15 mila euro, ed è comunque prevista una “clausola di compensazione” per i pochi casi (in termini percentuali) in cui l’accresciuta detrazione non copra del tutto l’eliminazione del bonus integrativo. Come già riportato dalla stampa, in entrambe le versioni della riforma, la maggior parte dei vantaggi si concentra nella fascia tra i 28 mila e i 50 mila euro, dove si colloca circa il 33 per cento dei lavoratori dipendenti, con guadagni che oscillano tra i 140 e gli 840 euro l’anno. 

Nella fascia tra i 15 mila e i 28 mila euro i guadagni sono in media inferiori, attorno ai 130-150 euro l’anno, ma andrebbe osservato che questi lavoratori, tramite l’accresciuta detrazione, mantengono anche i vantaggi ora garantiti dal bonus, pari a 1.200 euro all’anno. 

Le critiche

Alla luce di queste osservazioni, alcune critiche paiono poco giustificate. Sulle caratteristiche distributive si è già detto. Vale forse la pena di osservare che mentre nessuno ci perde, in entrambe le versioni della riforma, i maggiori guadagni, per circa il 95 per cento del totale, vanno a vantaggio di lavoratori dipendenti e pensionati, un elemento desiderabile alla luce delle considerazioni prima ricordate. 

Per quanto riguarda le parti sociali, un altro modo di calcolare i possibili vantaggi della riforma è chiedersi quanto i sindacati dovrebbero ottenere, e gli imprenditori sborsare, per attribuire ai lavoratori gli stessi euro netti ora garantiti della riforma. Siccome su ogni euro lordo concesso dagli imprenditori è necessario pagare i contributi sociali (a un’aliquota del 33 per cento) e su quello che resta i lavoratori devono poi versare la loro aliquota marginale effettiva Irpef, la cifra è ovviamente molto superiore. Per esempio, nella fascia ora più avvantaggiata dalla riforma (perché più svantaggiata prima), cioè quella tra i 35 mila e i 40 mila euro, è facile calcolare che per mettere in tasca ai lavoratori gli stessi 845 euro netti annui garantiti dalla riforma, con il sistema attuale un imprenditore dovrebbe sborsare 3.250 euro. 

Le critiche casomai dovrebbero andare in altra direzione. Per esempio, non appare ragionevole “sprecare” in questa fase un miliardo di euro per un intervento sull’Irap. La legge delega prevede un graduale superamento del tributo, ma vista la dimensione delle cifre in gioco (circa 14 miliardi di euro) sarebbe meglio un intervento comprensivo sul sistema tributario per trovare le risorse alternative, piuttosto che uno sconto limitato solo ad alcune categorie di contribuenti Irap, oltretutto suscitando anche qualche preoccupazione di tipo giuridico. 

Un’ultima considerazione, che rappresenta anche il limite principale delle due proposte sull’Irpef. Se hanno almeno il merito di ridurre un po’ il peso del fisco sui contribuenti e rimettere a posto il sistema delle aliquote marginali e medie effettive, si tratta solo del primo e nemmeno del principale degli interventi necessari. Come più volte ricordato su questo sito, il problema principale dell’Irpef è rappresentato dalla presenza di numerosi meccanismi agevolativi che ne hanno ridotto drasticamente la base imponibile, sottraendo i redditi relativi dall’imposta. Una razionalizzazione e revisione di questi meccanismi, così come previsto dalla legge delega, consentirebbe una riduzione molto più marcata del carico fiscale sui contribuenti, con un’ulteriore riduzione delle aliquote.

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A casa loro gli immigrati si aiutano da soli

Ven, 26/11/2021 - 11:07

Diminuite poco anche nel periodo più critico della pandemia, quest’anno le rimesse degli immigrati verso il paese di origine dovrebbero tornare a crescere. Sono somme che andrebbero canalizzate verso programmi di sviluppo, gestiti dalle diaspore.

Le rimesse nel mondo in tempo di pandemia

Secondo le stime fatte nel 2020 dall’Ocse e dalla Banca Mondiale, la pandemia di Covid-19 avrebbe dovuto determinare forte calo nei flussi di denaro inviati in patria dai migranti internazionali, conseguenza logica della crisi economica legata all’emergenza sanitaria.

Nel corso del 2021, invece, la stessa Banca Mondiale ha osservato che le previsioni iniziali non sono confermate dai dati: il 2020 ha segnato un calo di appena 8 miliardi di dollari rispetto al 2019 (da 548 a 540, -1,5 per cento).

Per dare l’idea, nel 2009 (a seguito della crisi finanziaria globale) il calo era stato del -4,8 per cento. E, nel 2020, gli investimenti diretti esteri verso paesi a basso reddito sono diminuiti del 30 per cento.

Contrariamente alle previsioni iniziali, dunque, il volume delle rimesse dovrebbe tornare a crescere già nel 2021.

Si tratta ovviamente solo dei flussi “formali” (banche, poste, money transfer), sono esclusi i canali “informali” (non necessariamente illegali), da sempre molto utilizzati.

Rimesse dall’Italia nel primo semestre 2021

Per quanto riguarda i flussi dall’Italia, l’aumento registrato nel 2020 (+12,9 per cento) addirittura si intensifica nel primo semestre 2021 (+24,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, dopo il crollo del 2013 e alcuni anni di sostanziale stabilizzazione, il volume delle rimesse ha cominciato un trend in crescita a partire dal 2018.

Il Bangladesh si conferma il primo paese di destinazione delle rimesse, con 368,15 milioni di euro complessivi (10,1 per cento delle rimesse totali), e con un significativo aumento sia rispetto al I semestre 2020 (+31,9 per cento) sia rispetto allo stesso periodo del 2016 (+51,5 per cento).

Il secondo paese di destinazione è la Romania, con una tendenza in calo. In aumento, invece, Filippine e Marocco. Tra i primi dieci paesi, ben cinque sono asiatici: Bangladesh, Filippine, Pakistan, Sri Lanka e India. Tra i paesi asiatici, peraltro, si registrano forti aumenti: +29,1 per cento Pakistan, +23,3 per cento Sri Lanka, +17,1 per cento India nell’ultimo anno.

Rapportando il volume delle rimesse con il numero di residenti in Italia, si ottiene il valore medio pro-capite. Mediamente, ciascun immigrato in Italia ha inviato in patria circa 120 euro al mese. Valore che scende sotto la media per due delle nazionalità più numerose: Romania (42,21 mensili pro-capite) e Marocco (109,12 euro). Nei due casi, evidentemente, sul valore pro-capite incidono la presenza di persone inattive (per esempio, minori) e il fatto che molte famiglie si sono negli anni ricongiunte, portando in Italia i componenti rimasti inizialmente in patria.

Rapportando rimesse e popolazione, tra le comunità più numerose il valore più alto è quello del Bangladesh: mediamente, ciascun cittadino ha inviato oltre 400 euro al mese. Superano i 300 euro mensili anche i cittadini del Senegal, del Pakistan e delle Filippine.

Possibili spiegazioni

L’aumento delle rimesse durante la pandemia può apparire una contraddizione, specie se si considera che gli immigrati sono stati tra i più colpiti dalla crisi occupazionale nel 2020.

In realtà, i flussi di denaro verso le famiglie in patria non dipendono solamente dalla mera disponibilità finanziaria, ma anche (e soprattutto) da ragioni psicologiche e sociali.

Come riportato in un interessante studio condotto da Cespi, le ragioni per cui si invia denaro in patria oscillano tra motivazioni “egoistiche” ed “altruistiche”, generalmente mescolandosi tra i due estremi. Nel primo caso, la ragione principale è l’interesse di chi invia, come nel caso della costruzione o dell’acquisto di una casa in patria (principalmente in vista di un successivo rientro in patria). Nel secondo caso, la motivazione è sostenere i familiari e le comunità locali.

Per comprendere l’aumento, bisogna quindi considerare alcuni elementi.

Innanzitutto, i flussi ufficiali sono solo una parte di quelli reali. Per esempio, le limitazioni alla mobilità internazionale hanno avuto un impatto diretto sulle famiglie migranti: chi prima faceva visita periodicamente nel paese d’origine, generalmente portando regali o denaro, ha visto nell’invio di denaro l’unica possibilità per mantenere un contatto. Basti pensare, per fare un esempio, ai pulmini che settimanalmente viaggiano verso i paesi dell’Est.

Inoltre, dato che la crisi ha colpito anche i paesi d’origine, è possibile che i migranti abbiano attinto ai propri risparmi per offrire alle famiglie in patria un sostegno maggiore rispetto al passato. Il demografo Massimo Livi Bacci, ad esempio, avanza l’ipotesi che i vincoli di solidarietà tra emigrati e comunità di origine siano assai più forti di quanto comunemente si ritenga.

Maggiore inclusione

A livello internazionale, la Banca Mondiale ha definito alcuni obiettivi, su cui anche i singoli stati dovrebbero convergere:

– monitoraggio dei flussi. La sempre maggiore varietà dei canali per l’invio di denaro rende necessario un aggiornamento costante dei sistemi di monitoraggio dei flussi, il più possibile omogeneo a livello internazionale;

– riduzione dei costi di invio. Le commissioni per l’invio di denaro rappresentano un ostacolo che sposta i flussi dai canali legali a quelli informali o illegali;

– inclusione finanziaria. L’educazione finanziaria e l’assistenza ai gruppi più vulnerabili rappresentano una sfida per gli stati, con l’obiettivo di portare sempre più persone verso un utilizzo consapevole degli strumenti finanziari;

– canalizzazione delle rimesse. Già da anni esistono programmi che accompagnano le diaspore nella raccolta e nella gestione condivisa dei risparmi delle famiglie. In questo modo, le rimesse potrebbero essere utilizzate non solo per i bisogni immediati delle famiglie, ma anche per investimenti in programmi di sviluppo, gestiti e progettati dalle stesse diaspore in base ai bisogni effettivi delle comunità.

Nota metodologica

  • I dati sulle rimesse dei lavoratori immigrati in Italia riportano i trasferimenti di denaro all’estero regolati tramite istituti di pagamento o altri intermediari autorizzati senza transitare su conti di pagamento intestati all’ordinante o al beneficiario (regolamento in denaro contante) (fonte: Banca d’Italia).
  • I valori degli anni precedenti al 2020 sono rivalutati al 2020 (valore medio annuo) utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati al netto dei tabacchi (Foi), pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ai sensi dell’art. 81 della legge 27 luglio 1978, n. 392.
  • Per il calcolo dei valori pro-capite si assume che tutte le rimesse verso un determinato paese siano inviate da cittadini di quella nazionalità residenti in Italia. Sono considerati tutti i residenti, indipendentemente da età, genere, situazione occupazionale. I dati dei residenti 2021 sono provvisori.

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Il Punto

Ven, 26/11/2021 - 11:02

La risposta ai divari Nord-Sud tra i beneficiari del reddito di cittadinanza non è l’introduzione di soglie di accesso differenziate. Semmai si può pensare a due livelli nella composizione dell’assegno, uno nazionale e uno locale. Iniziate prima dell’introduzione della misura di sostegno al reddito, le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro possono ora mettere a rischio gli obiettivi ambiziosi del Pnrr. Gli “aiuti di stato” alle imprese in Italia sono sotto la media europea. Forse è un bene visto che le aziende spesso non li utilizzano per aumentare occupazione o investimenti. I no-vax rivendicano il diritto alla scelta di non vaccinarsi. Ma i numeri ci dicono che quella libertà lede il diritto di tutti a un sistema sanitario che non sia impegnato a curare solo il Covid-19. Durante la pandemia sono diminuite di poco: le rimesse degli immigrati danno sostegno ai familiari rimasti in patria. E anche alle comunità locali. Quando i fallimenti del mercato sono rilevanti, l’intervento pubblico è inevitabile: ecco perché le idee liberiste sono un’illusione.

È online il primo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di pensioni con Elsa Fornero. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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L’illusione liberista

Ven, 26/11/2021 - 10:20

Ridurre al minimo il ruolo dello stato e lasciar fare al mercato: è il credo dei liberisti. Ma i fallimenti del mercato esistono e lo stato li deve correggere. Per l’Italia il problema non è la “dimensione” dello stato, quanto il modo in cui interviene.

Il laissez faire, soprattutto

Quale visione del mondo ispira i liberisti? Perché vorrebbero ridurre al minimo il ruolo dello Stato? Sono solo due delle questioni approfondite ne L’illusione liberista. Nel libro, ho scelto di occuparmi molto di “idee” economiche, politiche e morali, condividendo il convincimento di Keynes che “le idee degli economisti e dei filosofi della politica, giuste o sbagliate che siano, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga”. Perché sono le idee a dare forma e presentabilità agli interessi e a dar loro il peso ideologico necessario a costruire il consenso politico. 

Secondo i liberisti, il mercato lasciato a se stesso crea sempre maggiori opportunità e benessere di quanto sarebbe capace di fare qualsiasi sistema “misto”, in cui mercato, stato e comunità operino cooperativamente. I liberisti usano il “teorema della mano invisibile” per dare dignità (via efficienza) al laissez faire, per poi asserirne la superiorità anche quando le rarefatte condizioni per la validità di quel teorema non esistono e lasciar fare significa lasciare campo libero ai grandi predoni monopolisti e al crony capitalism. Tra laissez faire e concorrenza, liberisti come Milton Friedman e George Stigler scelgono il laissez faire. I liberisti non sono disposti a riconoscere la vera e propria disgregazione sociale prodotta dalle crescenti disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di capacità che si generano nel mercato lasciato a se stesso o mal corretto dalla politica economica. E preferiscono non vedere gli effetti negativi delle disuguaglianze sulla crescita (ormai confermati da molte ricerche empiriche). La questione importante, per i liberisti, non è quanta disuguaglianza ci sia, ma quante opportunità ci sono per gli individui talentuosi e “meritevoli”. Ignorano sia che il merito è fortemente imparentato con la fortuna e che è tautologico misurarlo col metro del successo e del denaro guadagnato, sia che la disuguaglianza di risultati influenza direttamente l’uguaglianza di opportunità e i “meriti” acquisibili dalla prossima generazione: “gli esiti ex post di oggi danno forma al campo di gioco ex ante di domani: chi beneficia della disuguaglianza di esiti oggi può trasmettere un vantaggio iniquo ai propri figli domani” (Anthony Atkinson, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, ed. it., 2015, p. 15).

Fallimenti del mercato e fallimenti dello stato

Che si possano fare errori nella politica economica, che i politici al potere (o all’opposizione) possano comportarsi in modo contrario al pubblico interesse (definito in qualche modo) ed essere corrotti è ben noto. Ed era noto molto prima che i teorici della public choice ci costruissero sopra il loro credo liberista. Il punto è che, quando i fallimenti del mercato sono rilevanti, l’intervento pubblico è inevitabile e, con esso, la presenza di un’ampia burocrazia, con tutte le possibilità di distorsione nell’allocazione delle risorse e di corruzione. “Tutti questi fallimenti del governo, tuttavia, non provano che l’intervento del governo sia socialmente dannoso. Al contrario, possono segnalare l’inevitabile prezzo da pagare per affrontare i fallimenti del mercato” (Daron Acemoglu e Thierry Verdier, The choice between market failure and corruption, 2000, p. 195). Addirittura, la dimensione ottimale del settore pubblico cresce di più quando la corruzione è possibile di quando non è possibile. Infatti, per controllare e limitare la corruzione è necessario pagare remunerazioni incentivanti (cioè alte) ai burocrati e assumere più controllori (cioè altri burocrati o magistrati contabili). Per entrambi i versi il settore pubblico è costretto a crescere in termini di spesa e di occupati.

Quando poi si sottolinea l’ipertrofia dello stato e la sua inefficienza in confronto con i privati e il libero mercato – hanno sottolineato i premi Nobel (2019) Abhijit Banerjee ed Esther Duflo (Una buona economia per tempi difficili, 2020, cap. 8) – non si tiene conto del fatto che, in generale, lo stato fa cose diverse e più difficili di quelle che fa il mercato: dal garantire l’istruzione e l’assistenza sanitaria ai poveri, ai residenti nelle periferie dei paesi e delle città, fino a proteggere l’ambiente e le nostre vite dalle conseguenze delle crisi economiche, a gestire le immigrazioni, ad amministrare la giustizia, e altro ancora. In generale, il capitalismo e il mercato non vivono senza istituzioni, regole e interventi del governo, soprattutto (ma non solo) quando nel gran pentolone della società ribollono crisi, trasformazioni e paure. Nel discorso inaugurale del suo secondo mandato presidenziale, nel 1937, Franklyn Delano Roosevelt diceva agli americani: “noi della Repubblica abbiamo colto la verità che il governo democratico ha la capacità innata di proteggere la propria gente dai disastri che una volta erano considerati inevitabili, di risolvere i problemi una volta ritenuti irrisolvibili […]. Ci siamo rifiutati di lasciare che i problemi del nostro benessere comune venissero risolti dai venti del caso e dagli uragani del disastro”. 

Dimensione e qualità dell’intervento pubblico

L’intervento pubblico può giocare un ruolo prevalentemente positivo o prevalentemente negativo, può correggere i difetti del mercato o può accentuarli, sommando a essi i fallimenti del non-mercato. Nell’Italia di oggi, a mio parere, il problema non è la “dimensione” dello stato in quanto tale. Ma il “modo” in cui lo stato interviene. Mi spiego: a parità di peso ufficiale dello stato (quota della spesa pubblica sul Pil, quota delle entrate su Pil, quota di proprietà pubblica sul totale degli asset del paese, per esempio), ci può essere un diversissimo grado di intrusione del pubblico nelle scelte dei soggetti privati. In Francia, Germania o nei paesi del Nord Europa il peso dello Stato è uguale o maggiore che in Italia. Ma lì le modalità dell’intervento pubblico sono di altra qualità. L’intrusione, che può prendere la forma “nobile” della moral suasion o della regolamentazione incentivante, in Italia assume sovente le fattezze del ricatto, del taglieggio, con tanto di giochi di sponda tra amministrazioni diverse. 

Il mio libro è molto critico dell’uso ideologico che i liberisti hanno fatto dell’economia, ma non è l’ennesima lamentazione di uno statalista di ritorno. Oltre quarant’anni fa, giovane mascotte di un drappello di temerari raccolti intorno a La Rivista Trimestrale, mi trovai a sfidare l’atavica diffidenza nei confronti del mercato tipica della politica italiana (e di tanti colleghi) di allora. Il problema, pensavamo, è sempre agire in modo da valorizzare al massimo le virtù del mercato e da correggerne energicamente i vizi, senza mitizzarlo e senza demonizzarlo. Non ho cambiato idea. 

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Imprese ingrate*

Ven, 26/11/2021 - 10:10

Le imprese italiane ottengono dallo stato meno agevolazioni di quanto erogato nella maggior parte degli altri paesi europei. Però una percentuale elevata di beneficiari dichiara che gli aiuti non hanno inciso sui loro piani di investimento e assunzioni.

L’elenco degli aiuti dallo stato

Il sistema produttivo italiano, come quello di tutti gli altri paesi, usufruisce di numerose agevolazioni, sotto forma di sconti fiscali, garanzie sui prestiti e contributi vari. Le statistiche sull’ammontare dei benefici non sono univoche, benché l’Europa abbia imposto la tenuta di un Registro nazionale degli aiuti di stato, i cui dati sono disponibili online. 

Secondo l’ultima Relazione del ministero dello Sviluppo economico, nel 2019, prima degli aiuti straordinari previsti per fronteggiare gli effetti della pandemia, lo stato e le amministrazioni locali erogavano incentivi alle imprese per 3,5 miliardi (per investimenti, innovazione, occupazione e altro). Tuttavia, un recente studio della Banca d’Italia, utilizzando i dati del Registro nazionale degli aiuti tenuto dal MISE, ha stimato l’ammontare medio delle agevolazioni in 8,6 miliardi l’anno nel biennio 2018-2019, che non comprendono i crediti d’imposta per R&D, i super e iper ammortamenti e altri provvedimenti che sono sostanzialmente “automatici” e a carico della fiscalità generale. Sempre per il 2019, la Direzione per la concorrenza della Commissione europea (Dg Comp) ha valutato gli aiuti di stato italiani in 6,3 miliardi (pari allo 0,35 per cento del Pil). Solo Irlanda, Lussemburgo, Spagna e Olanda sono stati più parsimoniosi di noi a parità Pil). Dal calcolo europeo sono tuttavia esclusi i sostegni che, secondo le norme europee, non distorcono la concorrenza, quelli ancora al vaglio della Commissione, gli aiuti di minore importo e quelli destinati ad agricoltura, pesca, ferrovie e crisi bancarie. Tenendo conto anche di queste voci, nel 2019 le agevolazioni avrebbero superato i 22 miliardi (ovvero l’1,2 per cento del Pil). La Dg Comp elenca puntigliosamente ogni anno le misure prese da ciascun paese e l’Italia non brilla per “creatività” nel campo degli aiuti: c’è perfino qualche membro ed ex membro dell’Unione europea che, col beneplacito della Commissione, ha detassato il settore dei videogiochi.

La valutazione dell’efficacia

Al di là del loro ammontare, è sempre difficile valutare l’effetto addizionale degli aiuti sugli investimenti e sulla domanda di lavoro delle imprese, perché in molti casi gli incentivi spostano semplicemente nel tempo spese già programmate. D’altra parte, non si può pretendere che agevolazioni una tantum e modificabili nel tempo incidano troppo su decisioni che producono effetti sull’arco di decenni. Inoltre, investimenti e occupazione dipendono più dalle prospettive di sviluppo e redditività di lungo periodo che da semplici vantaggi fiscali. Infine, sarebbe necessario confrontare gli effetti macroeconomici degli incentivi con l’alternativa di sgravi fiscali di pari ammontare per tutti i contribuenti, che attiverebbero ugualmente domanda aggregata e quindi investimenti e occupazione.

Purtroppo, una ricerca della Commissione segnala che la maggior parte degli stati membri, compresa l’Italia, non prevede ancora l’obbligo legale di valutare i risultati dei diversi aiuti, anche se non mancano vari studi su casi specifici. È quindi difficile misurare l’efficacia dei nostri aiuti, soprattutto in relazione a quelli di altri paesi. Il nostro è uno dei paesi più attivi nella valutazione, assieme a Germania, Francia, Polonia e Regno Unito, ma i pochi dati disponibili non sembrano incoraggianti. 

Ad esempio, secondo l’ultimo rapporto disponibile sulla “Nuova Sabatini”, relativo al 2018 e pubblicato da Invitalia nel 2020, il 56,7 per cento delle imprese beneficiarie, interpellate dallo stesso ente che eroga i contributi, dichiaravano che avrebbero realizzato lo stesso ammontare di investimenti e nello stesso periodo di tempo anche senza quegli aiuti; il 23,4 per cento che li avrebbe realizzati comunque, ma in anni successivi e l’11,2 per cento che avrebbe investito fino al 20 per cento in meno. In complesso, le imprese che hanno richiesto e ottenuto le agevolazioni creditizie previste dalla legge Sabatini ammettevano dunque candidamente di considerare una semplice integrazione del reddito d’impresa oltre l’80 per cento dei quasi 3 miliardi avuti dallo stato.

L’Inapp ha interpellato un campione di imprese che avevano ricevuto aiuti a vario titolo nel 2018: solo il 40,8 per cento ha dichiarato di aver effettuato nuove assunzioni grazie alle agevolazioni, e solo il 39,3 per cento ha risposto di aver investito più di quanto previsto in assenza di incentivi. Si tratta di risultati che replicano sostanzialmente quelli di una indagine del ministero dello Sviluppo economico condotta nel 2008 (e non più ripetuta da allora), secondo la quale le imprese che avrebbero effettuato esattamente gli stessi investimenti anche senza aiuti sarebbero il 31,1 per cento per quelli concessi dopo una valutazione preventiva e il 46 per cento per le misure automatiche (come i crediti di imposta).

Se queste percentuali di efficacia degli incentivi fossero estrapolate all’ammontare totale delle agevolazioni, nel 2019 lo stato avrebbe speso inutilmente una cifra compresa tra un minimo di 1,3 miliardi (basandosi sui dati riportati dalla Relazione del Mise) e un massimo di 3,3 miliardi (utilizzando le stime della Banca d’Italia), ovvero tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento del Pil l’anno. Risultati anche peggiori (superiori di circa il 50 per cento) si avrebbero applicando le percentuali di inefficacia della “Nuova Sabatini”. Si tratta di una stima fin troppo prudenziale, visto che esclude i fondi contabilizzati dalla Commissione e riservati ad agricoltura, pesca, ferrovie e settore bancario, anche se questi hanno più la natura di sussidi alla produzione e “salvataggi”, piuttosto che di specifici incentivi all’occupazione e agli investimenti. 

Se anche il piano Industria 4.0 soffrirà delle stesse inefficienze, non avrebbero gli effetti sperati almeno 8 dei 24 miliardi stanziati per il biennio 2021-2022 nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per fortuna, proprio il Pnrr spinge verso un rafforzamento del monitoraggio degli effetti degli interventi sull’economia reale, quindi ci si può attendere un significativo miglioramento nella distribuzione delle agevolazioni.

L’asta fra imprese

Non esistono ricette miracolose per disegnare agevolazioni del tutto efficienti. Una possibilità è quella di “mettere all’asta” gli aiuti, assegnandoli alle imprese che si impegnano a investire e assumere di più per ogni euro ricevuto, offrendo garanzie concrete ed esigibili in caso di inadempienza. Ciò non scongiurerebbe il rischio di un semplice anticipo di spese già previste, ma almeno ripartirebbe le risorse tra le imprese più motivate e reattive, in modo da massimizzare l’effetto sull’economia. La richiesta di precise garanzie scoraggerebbe abusi e azzardo morale. 

Un meccanismo simile non è nuovo: lo prevedeva la legge 488/1992 di riforma degli interventi nel Mezzogiorno e nelle aree depresse, seppure con molta burocrazia, ma la competizione tra imprese è stata progressivamente sostituita da incentivi più o meno automatici. Eppure, la 488 era l’unica legge che aveva registrato un elevato tasso di efficacia in base al sondaggio del Mise del 2008: il 75 per cento delle imprese che ne beneficiavano dichiarava infatti di aver effettuato investimenti superiori a quelli programmati. 

Aste di questo tipo si svolgono, con diverse modalità, in tutto il mondo, ad esempio per assegnare siti e agevolazioni agli investitori esteri , oppure per assicurarsi i sussidi per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Potremmo (ri)provare anche noi, oppure potremmo valutare se sostituire almeno gli incentivi meno efficaci con banali riduzioni delle imposte per famiglie e imprese.

*Le opinioni espresse dall’autore non coinvolgono in alcun modo le istituzioni con cui collabora.

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Domanda e offerta di lavoro: un incontro difficile

Ven, 26/11/2021 - 09:19

Disoccupazione diffusa e imprese che non trovano lavoratori. È un fenomeno che in Italia si manifesta da tempo, forse determinato in parte da un salto di qualità dell’industria, che ora cerca competenze più alte. I rischi per gli obiettivi del Pnrr.

Posti di lavoro che rimangono vacanti

In un paese con 2,3 milioni di disoccupati e 13,5 milioni di inattivi è mai possibile che un’impresa che cerca un lavoratore non lo trovi? E c’è qualche legame con l’aumento delle dimissioni che si registra anche nel nostro paese? La risposta è sì a entrambe le domande.

Partiamo dalla prima. Innanzitutto, quanti sono davvero i posti di lavoro che le imprese italiane non riescono a riempire? Sui giornali circolano vari numeri, non sempre coerenti e confrontabili tra loro (su questo sito se n’era già occupato Francesco Giubileo). Da una parte abbiamo i dati Istat sui posti vacanti, che possono essere considerati come una sorta di margine inferiore, i posti effettivamente pubblicati e che rimangono aperti. La stessa Istat produce, poi, stime sulle imprese manifatturiere che a causa di scarsità della manodopera non riescono a produrre quanto vorrebbero. Infine, il Bollettino Excelsior realizzato da Unioncamere e Anpal, che registra le intenzioni di assunzione da parte delle imprese e le difficoltà previste nell’individuazione di profili idonei. I due ultimi dati riflettono, quindi, la percezione delle imprese e, al netto di una possibile sovrastima da parte dei datori di lavoro, possono essere interpretati come un margine superiore, che, oltre ai posti che effettivamente rimangono scoperti, include anche quelle posizioni che le imprese nemmeno aprono perché “scoraggiate”.

Se prendiamo le stime più conservative, cioè il tasso di posti vacanti Istat, che registra le ricerche di personale formalmente iniziate e non ancora concluse, vediamo effettivamente un aumento nel secondo trimestre confermato, poi, nel terzo trimestre (in realtà, il tasso di posti vacanti riflette i posti scoperti nell’ultimo giorno del trimestre, quindi 30 giugno e 30 settembre). Un tasso di posti vacanti dell’1,8 per cento corrisponde a circa 400 mila posti aperti, un livello non così elevato se comparato a quello di altri paesi, ma il più alto dal 2016, quando inizia la serie che copre il totale delle imprese (figura 1a). A livello settoriale, gli aumenti più rilevanti si sono registrati nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, le cui posizioni lavorative sono di solito ad alto tasso di capitale umano (per esempio di professionisti nell’ambito legale, contabile, della ricerca e sviluppo o del marketing), o il settore del noleggio, agenzie viaggio e servizi alle imprese. Meno nei servizi di alloggio e ristorazione che, invece, erano al centro della discussione estiva (figura 1b). Sono soprattutto le piccole imprese ad aver difficoltà a trovare manodopera: il tasso di posti vacanti per quelle con 10 dipendenti e più scende all’1,4 per cento.

Il fenomeno delle dimissioni

C’è un legame tra posti vacanti e dimissioni? È ragionevole pensare che maggiori opportunità lavorative rendano le persone più sicure nel lasciare il proprio posto e, viceversa, che di fronte a un aumento delle dimissioni, le imprese debbano cercare un sostituto.

Nella figura 2a vediamo una correlazione positiva tra posti vacanti e dimissioni, la stessa che si può osservare in altri paesi (per esempio, Regno Unito o Stati Uniti), e il dato per il secondo trimestre non sembra un valore anomalo (non si discosta dalla relazione degli anni precedenti). Il tasso di dimissioni non appare anomalo nemmeno se confrontato con quello di disoccupazione (dove la relazione, invece, è negativa, figura 2b). La Great Resignation” italiana, l’aumento di dimissioni, sembra quindi semplicemente il riflesso di un mercato più dinamico (a cui non siamo abituati), insieme a un po’ di recupero sulle dimissioni non date nel 2020. Non appare quindi come una fase di forte ripensamento del valore del lavoro e delle priorità di vita.

Le ragioni delle difficoltà delle imprese

Posti vacanti e dimissioni in aumento possono essere interpretati come due facce di una fase di forte rimbalzo (o crescita) dopo una grave caduta, con conseguente chiusura e riapertura di posti. Ma, se allarghiamo lo sguardo, ciò che preoccupa è l’aumento “strutturale” della difficoltà delle imprese a trovare manodopera adeguata. In qualunque paese è normale che ci siano posti vacanti anche se ci sono persone disposte a lavorare: quello del lavoro non è un mercato perfetto dove la domanda incontra immediatamente l’offerta, ma ci sono “frizioni” che rallentano o addirittura impediscono il buon esito della ricerca.

In generale, è più facile per le imprese trovare personale quando il numero di persone che cerca lavoro è elevato, mentre è più difficile quando la disoccupazione è più bassa. La relazione (inversa) tra tasso di posti vacanti e tasso di disoccupazione è la cosiddetta curva di Beveridge, che dà una misura dell’efficienza del mercato del lavoro: più la curva si sposta in basso a sinistra, cioè bassa disoccupazione e pochi posti vacanti, più il mercato è efficiente; invece, più la curva si sposta in alto a destra, cioè la disoccupazione sale e i posti vacanti pure, meno il mercato del lavoro è efficiente.

Osservando la curva di Beveridge per l’Italia (in questo caso, abbiamo preso il tasso di posti vacanti calcolato solo sulle imprese con più di 10 dipendenti, che è disponibile lungo un orizzonte temporale più lungo), si nota come la nostra economia abbia perso efficienza nel far incontrare domanda e offerta già da diversi anni (ben prima che venisse introdotto il reddito di cittadinanza, per dire). Rispetto al 2010-2013 (etichette verdi), dal 2014-2015 (etichette gialle nella figura 3), a parità di tasso di disoccupazione, il tasso di posti vacanti è aumentato. Non siamo in grado al momento di individuare le cause di questo salto. Un’ipotesi possibile è che la crisi finanziaria e dei debiti sovrani, la concorrenza internazionale e incentivi come Industria 4.0 abbiano modificato in parte la struttura industriale e quindi la domanda di competenze da parte delle imprese italiane, cui, però, non ha fatto seguito l’offerta.

Certo è che se l’“inefficienza” nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro fosse destinata a perdurare (e magari a crescere con la transizione verde e digitale), la realizzazione degli ambiziosi piani di investimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarebbe a rischio.

Figura 3 – Curva di Beveridge per l’Italia, primo trimestre 2010 – terzo trimestre 2021

Fonte: elaborazione degli autori su dati Istat.

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Reddito di cittadinanza: quale soluzione per lo squilibrio Nord-Sud

Gio, 25/11/2021 - 10:22

Esiste uno squilibrio territoriale tra i beneficiari del reddito di cittadinanza. Ma il rimedio non è alzare la soglia di accesso per chi vive al Centro-Nord, perché non considera la diversa disponibilità di beni pubblici. La risposta è semmai un’altra.

Il divario territoriale

Una delle questioni emerse nel dibattito sul reddito di cittadinanza e la sua efficacia nel raggiungere chi si trova in povertà riguarda le differenze territoriali nella distribuzione dei beneficiari. In particolare, Massimo Baldini e Giovanni Gallo, nel rapporto che Caritas ha dedicato quest’anno proprio alla misura, confrontano i dati dell’Istat sulla povertà assoluta per ripartizione con la distribuzione dei beneficiari, segnalando uno squilibrio a sfavore delle regioni centro-settentrionali. Stimano infatti che il tasso di copertura delle famiglie in povertà assoluta da parte del reddito di cittadinanza sia pari a circa il 44 per cento a livello nazionale, ma al 52 per cento nel Mezzogiorno e sia viceversa inferiore alla media nazionale nel Centro-Nord. Questo squilibrio si aggiunge a quello, più consistente, a favore delle famiglie piccole o monocomponente e a sfavore di quelle numerose e con minorenni, a causa di una scala di equivalenza penalizzante. 

Si tratta di uno squilibrio solo parzialmente spiegabile dai vincoli in accesso per gli stranieri, che sono numericamente più presenti nelle regioni settentrionali e che costituiscono una buona fetta dei poveri assoluti stimati dall’Istat in queste regioni, dove per altro rappresentano oltre il 20 per cento dei beneficiari (29,1 per cento nel Nord-Ovest, 23,8 per cento nel Nord-Est, 26,7 per cento nel Centro), contro il 10,6 per cento nel Mezzogiorno e il 6,1 per cento nelle Isole. 

Se si confrontano i dati Istat sulla povertà assoluta e quelli di beneficiari, nel Centro-Nord rimarrebbe esclusa anche una buona fetta di poveri assoluti “autoctoni”, mentre, viceversa, nel Mezzogiorno sarebbero inclusi anche un buon numero di “falsi positivi”, specie tra i soli o le famiglie piccole di soli adulti. Si tratterebbe di persone in condizione economica disagiata, ma non in povertà assoluta.

La disparità dipenderebbe sia dallo squilibro strutturale del Rdc, che favorisce i singoli e le famiglie piccole, sia dal fatto che viene utilizzata un’unica soglia di accesso per tutto il territorio nazionale, invece di differenziarla in base al costo della vita, come fa Istat quando calcola l’incidenza della povertà assoluta. Per ovviare al primo aspetto, Caritas, come Alleanza contro la povertà e lo stesso Comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza, propongono di modificare la scala di equivalenza. Per ovviare al secondo, il rapporto Caritas – cui si è unita una schiera di commentatori – suggerisce di alzare la soglia di accesso per i richiedenti il Rdc che vivono nel Centro-Nord. 

No alle soglie differenziate

Si tratta di una proposta a prima vista ragionevole, analoga a quella che periodicamente viene avanzata, in nome dell’equità, di differenziare i salari su base territoriale. Secondo il mio parere, e anche di quello del Comitato scientifico di valutazione del RdC (di cui riprendo qui l’argomentazione, vedi), si tratta di una soluzione basata su argomentazioni che non tengono conto adeguatamente non solo del diverso modo in cui Istat stima la povertà assoluta, rispetto all’indicatore utilizzato per il Rdc, ma soprattutto non considerano il complesso di fattori che contribuiscono al tenore di vita. 

Per quanto riguarda il primo punto, va ricordato che le stime Istat si basano sui consumi e non sul reddito e la ricchezza (mobiliare e immobiliare) e adottano linee di povertà molto diversificate non solo in base alle grandi ripartizioni territoriali, ma anche per ampiezza del comune. Le differenze nel costo della vita per abitazione e beni primari non riguardano, infatti, solo le grandi ripartizioni territoriali, ma anche le città grandi rispetto a quelle piccole, le zone urbane rispetto a quelle rurali e così via. Per questo l’Istat, per ogni tipologia famigliare individuata per età e numerosità dei componenti (39 in tutto), basandosi sul costo stimato di un medesimo paniere di beni, considera ben nove diverse soglie di povertà assoluta. Se anche per il reddito di cittadinanza si adottasse la logica delle soglie differenziate non ci si potrebbe fermare a due, con l’effetto di creare nuove iniquità. 

In secondo luogo, non si può ignorare la diversa disponibilità di beni pubblici nelle varie aree del paese (servizi per l’infanzia, tempo pieno scolastico, servizi sanitari, servizi sociali, trasporti, lo stesso funzionamento dei centri per l’impiego oltre che le possibilità occupazionali). Le stime dell’Istat non prendono in considerazione questo aspetto, che però fa una grande differenza per la qualità della vita e per lo stesso costo di soddisfacimento dei bisogni, a parità di reddito. Queste differenze sono per certi versi speculari a quelle del costo della vita. In altri termini, le aree con il costo della vita più basso, ad esempio riguardo ai costi dell’abitare, hanno spesso anche una dotazione di servizi pubblici inferiore a quella delle aree a costo della vita più alto, o devono sostenere costi aggiuntivi per accedervi. È una questione sollevata anche da chi contesta l’opportunità di diversificare i salari su base territoriale per tener conto del diverso costo della vita.

Inoltre, un’analisi contenuta nell’ultimo rapporto annuale dell’Inps, di cui si è dato conto anche su questo sito, mette in dubbio che vi sia una indebita sovra-rappresentazione del Mezzogiorno tra i beneficiari. Basata su dati a livello comunale, la ricerca utilizza una serie di indici della vulnerabilità sociale e del disagio economico dei comuni di riferimento e dell’incidenza di alcune caratteristiche “a rischio” nella popolazione (istruzione, età, reddito, appartenenza etnica). Ne emerge che il divario Nord-Sud nell’incidenza comunale dei beneficiari può essere largamente spiegato dall’incidenza, più o meno marcata, degli indicatori di povertà e da un mercato del lavoro caratterizzato da alta disoccupazione e bassa istruzione. In altri termini, la “sovra-rappresentazione” dei beneficiari nel Mezzogiorno non è dovuta a una eccessiva generosità della soglia nei loro confronti o a un maggior lassismo dei controlli, bensì a una maggiore concentrazione nel Mezzogiorno di contesti locali caratterizzati da scarsità di risorse economiche (mercato del lavoro) e di capitale umano e sociale. Contesti che esistono anche nel Centro-Nord, ma in misura più ridotta. Ne consegue, tra l’altro, che i beneficiari del Mezzogiorno hanno meno possibilità di trovare una occupazione nella loro area di residenza di quelli del Centro-Nord.

Una ipotesi di soluzione

Per tener conto delle differenze nel costo della vita senza creare nuove iniquità, e insieme ridurre il possibile effetto di disincentivo al lavoro di un sostegno monetario comparativamente (anche a livello internazionale) generoso per i singoli e le famiglie piccole di adulti, si potrebbe considerare la parte monetaria del Rdc come costituita da due livelli. Il primo, garantito come Lep (livello essenziale di prestazione) a livello nazionale, con una soglia di reddito e un importo massimi per una persona sola leggermente più bassi di quelli attuali, il secondo definito a livello regionale. Occorrerebbe però rovesciare la logica della normativa che, così come toglie un euro per ogni euro guadagnato disincentivando il lavoro, ne toglie uno per ogni euro ricevuto a livello locale. 

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La violenza sulle donne in quattro grafici

Gio, 25/11/2021 - 08:41

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999.

In questa serie di grafici, mettiamo in evidenza alcuni dei dati più recenti sul fenomeno della violenza di genere, che continua ad essere estremamente diffuso in Italia e nel resto del mondo.

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