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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 9 min 6 sec fa

Ingressi di stranieri per lavoro: un canale da riaprire

3 ore 28 min fa

Alcuni grandi paesi sviluppati hanno avviato una riapertura regolata e selettiva dei canali d’immigrazione per lavoro, anche a media qualificazione. L’Italia dovrebbe seguire il loro esempio. Dal Festival della migrazione arrivano tre proposte in merito.

Una nuova politica dell’immigrazione

Guardare al dopo-pandemia, preparare il rilancio del nostro paese, misurarsi con la sfida di costruire un’Italia più giusta e inclusiva, significa porsi, tra le altre, la questione di impostare nuove politiche dell’immigrazione. Ci sta provando in questi giorni da Modena il Festival della migrazione, giunto alla quinta edizione. L’agenda proposta dagli organizzatori, sotto la guida del presidente Romano Prodi e del portavoce Edo Patriarca, affronta diversi temi della variegata problematica dell’incontro tra la nostra società e la popolazione di origine straniera.

Vorrei qui concentrare l’attenzione su un aspetto di cruciale rilievo: la politica degli ingressi per lavoro. Archiviata o quasi la stagione del salvinismo e dei suoi decreti (in)sicurezza, parzialmente tamponata l’espansione dei soggiornanti irregolari con l’ennesima (ma limitata) sanatoria, non è stato ancora trovato il coraggio politico per individuare canali ordinati e trasparenti per regolamentare l’accesso in Italia dei lavoratori necessari al sistema economico e alle famiglie. I decreti flussi reiterati ogni anno, senza una programmazione pluriennale dei fabbisogni, si limitano a consentire l’ingresso di 30.850 lavoratori, perlopiù stagionali (18 mila), oppure appartenenti a categorie molto specifiche: investitori, promotori di start-up, artisti e altri. Tra l’altro, se si vuole limitare il ricorso improprio al canale dell’asilo, oltre che i rischiosi viaggi della speranza attraverso il deserto e il mar Mediterraneo, si dovrebbe incrementare l’offerta di opportunità di ingresso legale. Lo stesso ragionamento vale per i rimpatri: i paesi di origine andrebbero coinvolti con quote più incentivanti di ingressi legali.

Le soluzioni del Festival della migrazione

L’agenda del Festival della migrazione propone al dibattito tre soluzioni che meritano di essere considerate seriamente.

La prima riguarda il rilancio della programmazione di quote realistiche d’ingresso per lavoro. Si potrebbe aggiungere, riprendendo una proposta del Cnel, di valutare le candidature con un sistema a punti, ispirandosi al modello canadese, e premiando chi dimostra di possedere qualificazioni professionali richieste (per esempio, in campo sanitario), conosce la lingua italiana, ha parenti in Italia che possano accompagnarlo nel percorso d’integrazione sociale.

La seconda proposta è volta a sanare una falla del nostro sistema normativo: in luogo delle sanatorie periodiche di massa, con la visibilità, le polemiche e gli abusi che comportano, introdurre un meccanismo di regolarizzazione su base ordinaria e individuale, a favore degli stranieri privi di permesso di soggiorno, ma in grado di soddisfare alcuni requisiti. Tra questi, il radicamento sul territorio da un certo periodo, l’assenza di precedenti penali, la conoscenza della lingua italiana, l’inserimento lavorativo, particolari situazioni biografiche come la malattia o la presenza di figli. Meccanismi analoghi già esistono in diversi paesi, come Francia e Spagna. Consentono di risolvere caso per caso le forme di irregolarità non pericolose, premiando i passi compiuti verso l’integrazione. Aggiungerei a questi meccanismi un allargamento delle opportunità di conversione del permesso di soggiorno, da studio a lavoro, per gli studenti che ottengono un titolo certificato in Italia. Ha poco senso allontanare persone sulla cui istruzione il nostro paese ha investito.

La terza idea riguarda il rilancio della formula della sponsorizzazione, già prevista dalla legge Turco-Napolitano e subito abrogata dalla successiva Bossi-Fini: permessi per ricerca lavoro della durata di un anno, vincolati alla presentazione di adeguate garanzie economiche per il soggiorno e l’eventuale rientro in patria. Si potrebbe qui prevedere oltre allo sponsor un’istituzione di accompagnamento, ossia il coinvolgimento accanto ai parenti ospitanti di attori locali, pubblici o della società civile, per offrire corsi di italiano e sostegno nei percorsi d’integrazione.

Importanti paesi sviluppati, come la Germania e il Giappone, hanno avviato una riapertura regolata e selettiva dei canali di immigrazione per lavoro, anche a media qualificazione. Forse potremmo imparare qualcosa da loro: l’apertura umanitaria può convergere con gli interessi di un paese sviluppato e con gli investimenti sul futuro.

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Categorie: Informazione

Il Punto

3 ore 29 min fa

Finora gli effetti della pandemia sul settore bancario sono stati attutiti dalle misure di sostegno pubblico. Ma non durerà per sempre: meglio correggere ora il valore dei crediti e non esagerare coi dividendi. Perché la nuova Alitalia passi il vaglio della Commissione europea, serve una netta discontinuità rispetto al passato. Il ridimensionamento c’è, ma mancano le garanzie su un reale cambio di passo nelle strategie.
In Italia, nonostante le ingenti risorse mobilitate, durante la pandemia i redditi delle famiglie sono scesi più che altrove. C’entra l’economia sommersa, certo, ma anche qualche falla nel sistema di protezione. E se lo smartworking nella Pa fosse un’opportunità per migliorarne la produttività? Servono però investimenti mirati in formazione e infrastrutture digitali e una revisione del sistema di valutazione.
Sul fronte immigrazione, l’Italia prenda esempio da Germania e Giappone che hanno avviato una riapertura regolata degli ingressi per lavoro, anche a media qualificazione. Tre proposte dal Festival della migrazione.
La Giornata contro la violenza sulle donne offre un momento di riflessione sulla situazione attuale e sui progressi compiuti: alcuni passi avanti, ma troppo pochi e troppo timidi. Complice l’emergenza sanitaria, la giustizia penale è al collasso: tempi troppo lunghi e ancora troppi condannati “non paganti”. Urge una riforma complessiva, che parta dalla riduzione del contenzioso.

Save the date! Convegno annuale de lavoce.info
Giovedì 17 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce.info: si parlerà di economia e ricerca alla sfida del Covid. A breve tutti i dettagli.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.
Continua la nostra collaborazione con Economia24, la trasmissione economica di RaiNews24: nell’ultima puntata Daniel Gros ha parlato di NextGen Eu e di chiusure volontarie di bar e ristoranti.

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Categorie: Informazione

Far pagare i condannati è una questione di giustizia

4 ore 42 min fa

L’emergenza sanitaria ha accentuato la crisi del sistema penale, ma le prospettive di riforma non possono ignorare un problema di fondo: i condannati “non paganti” sono troppi. Come ridurre il contenzioso, coniugando giustizia sociale e utilità economica.

La prevalenza della pena detentiva

La pandemia da Covid-19 amplifica i problemi strutturali del sistema penale italiano. Rinvii e sospensioni processuali produrranno aumenti delle pendenze penali, con una ulteriore frustrazione delle aspettative di giustizia di indagati, imputati e persone offese, che va ad aggiungersi a quella già attestata dalla durata media del procedimento penale italiano, che spicca (in negativo) fra i paesi del Consiglio d’Europa.

Sul versante sostanziale, “vengono al pettine” i nodi di un sistema sanzionatorio ancora monopolizzato dalla pena detentiva, ma percepito come largamente ineffettivo, che costringe a continui interventi legislativi per alleggerire la “pressione carceraria” (da ultimo, il decreto legge 137/2020). Oltre al mancato investimento nell’edilizia penitenziaria, si paga la scelta di non diversificare le tipologie di pena: quella pecuniaria, in particolare, continua a rimanere inesplorata. È possibile che pesi qui l’incapacità di risolvere un problema propedeutico a ogni discorso di riforma: è un problema di free riding.

I condannati “non paganti”

Il tema della mancata o infruttuosa riscossione delle pene pecuniarie inflitte ai condannati è già stato meritoriamente portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Si tratta della situazione per cui una larga parte dei “fruitori” del servizio della giustizia penale (nei confronti dei quali si è approntato un sistema di costose garanzie processuali) non paga per i reati commessi e accertati con sentenza definitiva. Questa parte si comporta, cioè, da free rider.

La cosa mina alla radice la legittimità dello stato di diritto come comunità solidale di individui, se si considera che, mentre il contribuente è soggetto a un’imposizione fiscale per attività economiche lecite (imposizione che peraltro finanzia il servizio della giustizia penale), l’imposizione di origine penale a carico di chi realizza condotte illecite, in spregio al “patto sociale”, viene largamente disattesa. Se ci sono vittime di reato “in carne e ossa”, poi, l’iniquità è doppia: alla violazione dei propri diritti e alla successiva “vittimizzazione secondaria” da processo, segue l’impunità dell’autore del reato.

C’è però una seconda variante del fenomeno, con implicazioni processuali. Un’altissima percentuale dei ricorsi per Cassazione sono dichiarati inammissibili: in parole povere, non dovrebbero essere proposti. Nei fatti, la mole di questi ricorsi (sconosciuta a sistemi giuridici di altri paesi avanzati, come la Spagna o la Francia) comporta una sottrazione di tempo e risorse alla trattazione dei ricorsi ammissibili, cioè contribuisce indirettamente alla lesione delle aspettative di giustizia di imputati e altre parti private che ricorrono in Cassazione legittimamente. Anche in questo caso, la poca evidenza disponibile è nel senso che le “spese di giustizia”, tra cui le sanzioni pecuniarie alle parti private per l’inammissibilità del ricorso, raramente vengono riscosse. Di nuovo: una parte dei “fruitori” della giustizia penale (essenzialmente imputati che, per l’inammissibilità del ricorso, diventano condannati in via definitiva) si comporta da free rider, accollando il costo delle proprie azioni ad altri individui e, più in generale, alla comunità (dei contribuenti).

La proposta

La risoluzione del problema può presentare due risvolti: di giustizia sociale, poiché si eliminerebbe l’intollerabile disparità di trattamento tra free rider e individui rispettosi del “patto sociale”; di utilità economica, poiché l’introito derivante da pene e sanzioni (o da una parte di esse) sarebbe destinabile ad aumenti di risorse e organici. Se, poi, fosse destinato a un innovativo sistema di rifusione delle spese processuali degli assolti in via definitiva, giustizia sociale e utilità economica andrebbero a braccetto.

Quanto all’effettiva riscossione delle pene pecuniarie in caso di insolvibilità, vera o artefatta, si dovrebbe disporre l’automatica conversione in attività che mantengano una portata dissuasiva, oltreché rieducativa: l’attuale libertà controllata (articolo 102, legge n. 689/1981) non costituisce un adeguato disincentivo all’inadempimento. È opportuno superare gli esiti della sentenza della Corte costituzionale (n. 131/1979) che dichiarò l’illegittimità del sistema di conversione in pena detentiva. D’altronde è la stessa Corte a invitare il legislatore a “restituire effetti

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Categorie: Informazione

Banche e virus: la resa dei conti è solo rinviata

5 ore 24 min fa

Le misure di sostegno pubblico hanno finora protetto il settore bancario dagli effetti della pandemia. Ma i rischi ci sono e prima o poi andranno affrontati. Meglio correggere subito il valore dei crediti e non distribuire generosi dividendi.

Un mare di liquidità contro la crisi

Che impatto ha avuto la crisi in corso, scatenata dal Covid-19, sulle banche italiane? In quale stato usciranno dal tunnel della pandemia? L’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia ci dà un quadro aggiornato della situazione, dal quale emergono luci e ombre.

La sintesi è che le misure adottate dalla Banca centrale europea e dal governo hanno consentito al sistema delle imprese e delle banche di reggere l’urto della crisi, ma si stanno accumulando alcuni nodi che prima o poi verranno al pettine. Il settore finanziario è stato inondato di liquidità, di garanzie pubbliche e di moratorie che hanno consentito di rinviare il momento in cui bisognerà prendere atto della realtà: le banche stanno diventando più rischiose e meno redditizie. È bene che si attrezzino rafforzando il patrimonio: alcune lo stanno già facendo, ma non tutte. Sarebbe anche bene non avere troppa fretta nel distribuire dividendi agli azionisti.

La politica monetaria ultra-accomodante della Bce ha sommerso le banche di liquidità, non solo tramite le operazioni di acquisto di titoli, ma anche con i prestiti a lungo termine. Tra marzo e settembre, il ricorso delle banche italiane al rifinanziamento presso la banca centrale è aumentato di 107 miliardi di euro, arrivando così a 367 miliardi. Ciò ha determinato un accumulo di riserve in eccesso rispetto alla riserva obbligatoria, detenute sui conti presso la banca centrale, di oltre 200 miliardi. A loro volta, le banche hanno mantenuto politiche di prestito distese pur in un periodo così difficile: il debito bancario delle imprese medio-grandi e di quelle più piccole è cresciuto complessivamente del 6,9 per cento nei dodici mesi terminanti a settembre, a fronte di una sostanziale stabilità nel triennio precedente. Le imprese hanno in parte utilizzato i prestiti per accumulare riserve liquide, detenute nei loro depositi presso il sistema bancario: è aumentata così l’incidenza dei depositi delle imprese nella raccolta bancaria. Il problema della liquidità, che era ritenuto quello più urgente nella prima fase di lockdown da Covid-19 (marzo-aprile), sembra essere superato (tranne forse nei settori turismo e ristorazione): a settembre solo il 9 per cento delle imprese intervistate dalla Banca d’Italia lamentava una insufficienza di disponibilità liquide.

Rischio di credito: bomba a orologeria

Con la seconda ondata di pandemia, il problema non è la liquidità, ma il rischio di credito che si va accumulando nei bilanci delle banche. Per la verità, parte del rischio è stato scaricato sul bilancio pubblico. Tra marzo e settembre i prestiti alle imprese sono aumentati di 58 miliardi. I prestiti assistiti da garanzie pubbliche (rilasciate dal Fondo di garanzia per le piccole e medie aziende e dalla Sace per le grandi imprese) hanno raggiunto i 90 miliardi a settembre. Sembra quindi che le banche siano riuscite ad accollare al settore pubblico non solo il rischio relativo ai nuovi prestiti, ma anche quello relativo a prestiti già in essere, sostituendo in parte quelli esistenti con i nuovi garantiti dallo stato. Il risultato è che l’11,2 per cento della consistenza dei prestiti bancari alle imprese risulta coperta dalla garanzia pubblica (dato di fine settembre). Resta però tutto il resto, quasi il 90 per cento dei prestiti: qui si nasconde la bomba a orologeria generata dal rischio di credito.

Se guardiamo a un indicatore classico per valutare l’evoluzione del rischio di credito, cioè il rapporto tra il flusso dei nuovi crediti deteriorati e i prestiti in bonis, sembra che vada tutto bene: continua a ridursi, anche nel terzo trimestre di questo infernale 2020. Peccato che questo andamento sia in gran parte riconducibile alle moratorie, che hanno rinviato la presa d’atto sul vero stato di salute dei debitori. Quasi un quarto dei prestiti alle imprese beneficia di una moratoria. Poi ci sono le misure di sostegno al reddito delle famiglie e alle imprese, oltre a una certa flessibilità concessa dalle autorità nella classificazione dei prestiti deteriorati. Sono tutte misure di sostegno temporaneo: utili per sopravvivere nella tempesta della pandemia, ma che prima o poi verranno rimosse. La legge di bilancio 2021 prevede la proroga delle garanzie e delle moratorie fino al giugno prossimo, ma non si potrà andare all’infinito. È facile prevedere una impennata dei crediti deteriorati nel momento in cui le varie misure di sostegno pubblico verranno via via rimosse.

Natural

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Nuova Alitalia, la discontinuità non decolla

Gio, 26/11/2020 - 13:08

Per approvare il nuovo salvataggio di Alitalia, la Commissione richiede discontinuità rispetto al passato. Il ridimensionamento della struttura dell’azienda è significativo, ma su un reale cambio di passo in strategie e gestione ci sono poche garanzie.

Promesse di discontinuità

Varie autorevoli voci – la ministra dei trasporti e delle infrastrutture Paola De Micheli, il presidente Francesco Caio, l’amministratore delegato Fabio Lazzerini – hanno assicurato che il nuovo salvataggio di Alitalia, deciso dal governo, che comporta la costituzione di una nuova azienda, denominata Alitalia-Italia trasporto aereo (di seguito Ita, o anche newco), presenterà una forte discontinuità rispetto all’attuale (Az, o old company).

È un’assicurazione rivolta, fondamentalmente, alla Commissione europea, che vaglierà in chiave di antitrust il salvataggio voluto dal governo italiano: la discontinuità, se accertata, permetterà infatti l’attuazione del piano e, in particolare, permetterà di mettere a disposizione della newco nuove risorse finanziarie per 3 miliardi di euro. Allo stesso tempo, il piano consentirà di attribuire alla bad company, che sarà costituita contemporaneamente alla newco, i debiti della vecchia Alitalia, ivi compresi quelli che potrebbero derivare dalle indagini in corso della Commissione europea sui tre prestiti ponte concessi dal governo a partire dal maggio 2017, per un importo totale di 1,3 miliardi di euro, più gli interessi maturati e mai pagati.

Dalla struttura alla gestione

Ita sarà decisamente più piccola dell’attuale Alitalia, con meno aerei (70 in luogo degli attuali 113) e meno dipendenti (6.500 in luogo di 10.500). Da questo punto di vista, la discontinuità sarà quindi netta, e più netta di quanto il governo intendesse inizialmente: secondo le notizie di stampa, il piano del ministero delle Infrastrutture di giugno 2020 prevedeva circa 90 aerei e 8.500 dipendenti. L’ulteriore ridimensionamento sarebbe avvenuto su richiesta della Commissione.

Ma la discontinuità nella struttura aziendale a poco servirebbe se non venisse accompagnata da una discontinuità nella gestione, dato che finora pur con una successione di cambi nel management, l’azienda ha sempre prodotto perdite. Della seconda discontinuità è però difficile vedere promessa nei passi compiuti finora, che si sono caratterizzati per confusione nel rinnovo del vertice aziendale ed evasività sulle possibilità concrete di rilancio dell’azienda.

Il vertice di Ita è stato definito con estrema fatica, in un processo che ha visto ritardi e rinvii. L’impostazione spartitoria che è stata, visibilmente, adottata si è infatti rivelata complessa da mettere in pratica, per le tensioni e gli attriti tra e all’interno dei partiti di maggioranza. La composizione, alla fine, è stata trovata solo grazie a un accomodamento delle varie pretese con l’allargamento del consiglio di amministrazione da sette a nove membri.

Con un impianto di questo tipo non c’è naturalmente nessuna garanzia che siano state considerate e individuate le figure più adatte disponibili sul mercato, nazionale e internazionale. Soprattutto è un impianto che nella sostanza (non necessariamente nella forma) appare difficilmente riportabile alla procedura prevista dalla normativa sulle modalità di nomina dei cda delle società controllate dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Nei suoi aspetti essenziali, infatti, il procedimento vorrebbe: (i) che il ministero predisponesse, avvalendosi di società specializzate nel reclutamento di manager di vertice, un elenco di nominativi di soggetti con caratteristiche appropriate da proporre al ministro; (ii) che il ministro procedesse alle nomine, eventualmente di concerto con altri ministri (nel caso di Ita, quelli delle Infrastrutture, del Lavoro e dello Sviluppo economico) e dopo aver acquisito il parere favorevole di un apposito comitato (esterno) di garanzia.

Si può anche aggiungere che, essendo il ministero dell’Economia azionista totalitario di Alitalia-Ita, non ci saranno nel suo cda consiglieri di minoranza nella posizione di poter pretendere informazioni ed esercitare controlli sulla gestione. Non è un aspetto minore, tanto più se, come sembrerebbe, il ministero mostra una inclinazione a nominare consiglieri deboli.

D’altronde, ci sono due aspetti di struttura del consiglio di amministrazione di Ita che colpiscono: il primo, la presenza di figure – tra le quali quella dell’ad – con carriere interne ad Az, e dunque assai difficilmente interpretabili in termini di discontinuità rispetto al passato. Il secondo è la presenza di tre giuristi e un commercialista, ossia di figure con competenze che se

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Categorie: Informazione

Perché il reddito delle famiglie italiane è meno protetto

Gio, 26/11/2020 - 12:09

Durante la pandemia i redditi delle famiglie italiane sono scesi più di quanto sia accaduto altrove. Eppure, le risorse mobilitate sono ingenti. Le cause vanno ricercate nel funzionamento del sistema di protezione. E nell’incidenza dell’economia sommersa.

Sostegni nel mondo

Tutti i paesi Ocse sono intervenuti massicciamente per sostenere le famiglie durante la crisi Covid-19, ma non tutti hanno ottenuto ovunque con gli stessi risultati.

Negli Stati Uniti, per esempio, il reddito disponibile delle famiglie (cioè dopo aver dedotto le tasse e aggiunto i trasferimenti pubblici ricevuti) è aumentato del 10,1 per cento nonostante un calo del Pil del 9,1 per cento. Ciò è successo perché il Cares Act ha, tra le altre cose, temporaneamente aumentato di 600 dollari a settimana i sussidi di disoccupazione e distribuito 1.200 dollari a ogni cittadino americano. In altri paesi, il reddito medio delle famiglie è calato, ma in maniera molto più contenuta rispetto al Pil. In Germania, Francia e Inghilterra le famiglie hanno perso rispettivamente 1,1, 2,3 e 3,4 per cento, mentre il Pil crollava del 9,8, 13,8 e 19,9 per cento.

In Italia, invece, con un calo del Pil (-12,8 per cento) comparabile a quello degli altri paesi, il reddito disponibile è sceso del 7,2 per cento.

Cosa succede in Italia

Come si spiega la più alta riduzione del reddito delle famiglie italiane rispetto agli altri paesi? Se non si possono ancora avere certezze, qualche riflessione può comunque essere utile in questa fase di definizione della legge di bilancio per il 2021.

Innanzitutto, non sembra esserci un problema di quantità di risorse: nel complesso, l’Italia ha speso quanto e più di altri paesi Ocse (figura 2). La grossa mole del debito italiano non sembra aver rappresentato un freno rispetto alle spese necessarie per far fronte alla pandemia.

Una quota significativa delle risorse è andata alla cassa integrazione guadagni (Cig) che nei mesi di marzo e aprile, secondo Banca d’Italia e Inps, ha coperto un’impresa su due, per un totale del 40 per cento dei lavoratori dipendenti.

Nel confronto internazionale, l’Italia è, dunque, uno dei paesi ad aver fatto maggior ricorso a questo istituto, ma accordando un livello di protezione del reddito inferiore a quello di molti altri paesi. La figura 3 mostra come, al livello del salario medio, un lavoratore in Cig a zero ore riceva una percentuale del proprio salario lordo decisamente più bassa in Italia che in Germania e Francia – due paesi con una lunga tradizione di cassa integrazione – ma anche rispetto al Regno Unito, che ha introdotto l’istituto solo con l’arrivo della crisi Covid. Secondo i calcoli di Banca d’Italia e Inps, se si considerano tutti i lavoratori che sono stati in Cig a marzo e aprile (includendo anche quelli con riduzioni parziali dell’orario di lavoro), la perdita media è ammontata a circa il 27 per cento del reddito lordo individuale, superando il 30 per cento tra i lavoratori nel quinto più alto della distribuzione dei redditi.

Nel complesso, dunque, è plausibile che la Cig, nonostante i fondi stanziati per coprire un numero di imprese e lavoratori più elevato che in altri paesi, abbia comunque lasciato spazio a una significativa riduzione del reddito delle famiglie.

Figura 3 – Tassi di sostituzione dei sistemi di cassa integrazione e nei sistemi di sussidio di disoccupazione, % del salario lordo

Fonte: Ocse (2020), Job retention schemes during the Covid-19 lockdown and beyond.

Al contrario, e in controtendenza rispetto alla narrativa preponderante, le misure adottate per gli autonomi sembrano aver attutito relativamente bene il colpo iniziale della crisi Covid-19, almeno rispetto ai redditi dichiarati. Secondo le stime del ministero dell’Economia e delle Finanze, grazie alla serie di trasferimenti monetari che non variano con il livello del reddito (i 600-1.000 euro per gli autonomi), le famiglie con redditi autonomi hanno subito perdite in generale decisamente inferiori a quelle dei dipendenti nei mesi di marzo, aprile e maggio.

Quanto conta l’economia sommersa

Un altro fattore che può aver contribuito alla maggiore caduta del reddito in Italia rispetto ad altri paesi Ocse è l’estensione del lavoro nero e dei redditi non dichiarati: non è facile compensare un calo di redditi non noto allo stato (nelle statistiche sui redditi disponibili, gli uffici nazionali di statistica includono anche l’economia sommersa e quindi i redditi non dichiarati). Un trasferimento universale, come i 1.200 dollari americani, sarebbe lo strumento più diretto, ma l’accettazione sociale non è scontata (perché andrebbe anche ai ricchi e, appunto, anche a chi evade).

Anche le regole di accesso ai sussidi di disoccupazione e il loro livello possono aver contributo al m

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Violenza di genere: qualche spiraglio nell’emergenza

Mer, 25/11/2020 - 16:30

La ricorrenza della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne riporta alla luce i numeri drammatici dei femminicidi e lo stato di emergenza in cui vivono le vittime di violenza. Alcuni passi in avanti sono stati fatti, ma sono ancora troppo timidi.

La questione della violenza di genere è in cima all’agenda dell’Ue, rientra tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 (Goal 5) ed è stata da sempre una priorità di intervento dei diversi esecutivi italiani, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti che si sono susseguiti al governo negli ultimi 20 anni. Eppure sembra che l’entità del fenomeno non sia calata negli anni, o comunque non tanto quanto si ci attenderebbe alla luce degli sforzi messo in campo per il suo contrasto. La cosiddetta strategia delle 3P definita dalla Convenzione di Istanbul (prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire gli autori) disegna un sistema integrato di intervento e di contrasto alla violenza di genere che orienta l’azione dei paesi che l’hanno ratificata, tra cui appunto l’Italia. Ma quali sono i passi in avanti compiuti? Partiamo dai dati sui femminicidi su cui quest’anno si è concentrata maggiormente l’attenzione dei media in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il quadro non è rassicurante: se si osserva l’andamento degli omicidi dal 2002 al 2018, emerge chiaramente che non solo gli omicidi di donne sono rimasti costanti nel tempo (Figura 1), a fronte di una netta diminuzione di quelli degli uomini (anche per effetto della diminuzione degli omicidi per mano della criminalità organizzata), ma anche che le donne vengono per lo più uccise per mano del partner o ex-partner (Figura 2).

Figura 1 – Vittime di omicidio volontario per genere, anni 2002-2018 (valori per 100 mila abitanti).
Fonte: Elaborazioni Istat su dati Ministero dell’Interno, 2019.

Figura 2 – Vittime per omicidio secondo la relazione dell’omicida per genere. Anni 2004, 2009, 2014, 2019 (composizioni percentuali).
Fonte: Elaborazioni Istat su dati Ministero dell’Interno, 2020.

Tuttavia le notizie di cronaca nera, che attirano sempre con tanta curiosità i mass media e i social, vanno affiancate ad analisi e approfondimenti che indaghino le cause profonde di questo fenomeno, investendo tutte le aree di intervento disegnate dalla strategia delle 3P. In primo luogo la prevenzione, volta ad abbattere gli stereotipi e i pregiudizi che alimentano atteggiamenti discriminatori e che sono strettamente legati all’immagine sociale della violenza di genere. Anche in questo caso sono di aiuto i dati dell’Istat: nel 2019 sono usciti i risultati dell’indagine sugli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale. Ne è emersa una foto del nostro paese “grondante” stereotipi: il 39,3 per cento degli italiani intervistati (uomini e donne) ritiene che le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono a evitarlo, così come ben il 23,9 per cento pensa che una donna può provocare una violenza sessuale con il proprio modo di vestire. E ancora: il 66,4 per cento degli uomini e il 74,6 per cento delle donne raggiunti dall’indagine trova nella “difficoltà a gestire la rabbia” uno dei motivi che scatenano gli atti violenti. E ricordiamo tutti la famosa sentenza della Corte d’Assise d’appello che aveva dimezzato la condanna dell’autore dell’ omicidio di Olga Matei da 30 a 16 anni, stemperando l’accusa sulla base di un’incontrollata “tempesta emotiva” dell’autore (sentenza poi annullata dalla Cassazione).

La domanda da farsi è: sono stati fatti passi in avanti sul piano culturale? Per saperlo ovviamente dovremo aspettare la seconda edizione dell’indagine, così da poter comparare correttamente i dati. Per ora si possono fare solo alcune supposizioni: provando a mettere a confronto i risultati di quesiti simili utilizzati in due indagini fatte a distanza di 8 anni (vale a dire l’indagine Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere del 2011 e la citata indagine), si scopre che alcuni passi avanti ci sono stati ma sono ancora piccoli e molto timidi. L’esercizio di confronto riguarda la seguente domanda posta agli italiani: “è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia?”. Di seguito si riportano i dati per genere: il grafico rileva che è ancora alta la percentuale di uomini e donne che si trova molto o abbastanza d’accordo con la visione tradizionale del “maschio breadwinner”. Sarebbe interessante andare a fondo e capire come siano cambiati gli atteggiamenti tra le varie classi di età e tra i vari background culturali per poter capire meglio in che modo siano mutati gli attegg

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Smartworking nella Pa: come renderlo efficace*

Mer, 25/11/2020 - 13:33

Lo smartworking può essere un’opportunità per migliorare la produttività nella pubblica amministrazione. Ma sono necessari investimenti mirati nella formazione della forza lavoro, nella revisione del sistema di valutazione e nell’accesso a Internet veloce.

Serve una nuova formazione

Durante i mesi di lockdown, anche la pubblica amministrazione ha dovuto far ricorso allo smartworking, in breve tempo e con risultati spesso insoddisfacenti. Dell’esperienza si deve comunque far tesoro per strutturare in modo più efficiente il futuro dello smartworking, visto che per il 2021 se ne attende un ulteriore sviluppo. Con il Piano organizzativo del lavoro agile (Pola), infatti, la ministra Fabiana Dadone ha fissato l’obiettivo di impiegare il 60 per cento dei dipendenti pubblici nel lavoro da remoto nel 2021. Occorre quindi intervenire su tre aspetti fondamentali: formazione, gestione delle performance e digitalizzazione.

Il primo passo è formare i dipendenti pubblici per lavorare da remoto. L’età media nel pubblico impiego è tra le più alte in Europa – 50,7 anni – anche a causa del blocco del turnover degli ultimi anni. Per realizzare uno smartworking efficiente, è necessario dotare i lavoratori pubblici delle competenze digitali necessarie. Una formazione tecnica di base sull’uso delle infrastrutture digitali è dunque fondamentale per una forza lavoro anziana, con scarse competenze di questo tipo. Oltre a quella tecnica, è necessaria anche una formazione relazionale: le dinamiche interpersonali sono inevitabilmente cambiate e gestire in smartworking colleghi e utenza richiede nuove competenze.

Cambia la valutazione dei dipendenti

L’adozione dello smartworking nella Pa sarà poi l’occasione per mettere mano al sistema di valutazione delle performance: nel lavoro agile non può più basarsi sulla presenza o meno della risorsa in ufficio, o sul numero di ore lavorate.

Bisogna riformulare due aspetti del meccanismo di valutazione del dipendente pubblico: il primo punta all’auto-responsabilizzazione del lavoratore, mentre il secondo aspetto prevede una verifica esterna e di tipo qualitativo dei risultati.

Nel nuovo contesto, il dirigente pubblico avrà un ruolo fondamentale di monitoraggio e valutazione del dipendente, funzionale a valorizzarne i meriti e, di conseguenza, ad aumentarne la produttività. Il sistema della premialità è lo strumento utile a stimolare il conseguimento di risultati concreti, pertanto non può più essere osteggiato all’interno del pubblico impiego, come invece è successo per la legge sulla Buona scuola.

Per quanto riguarda la misurazione delle performance, deve essere quanto più oggettiva e deve essere conosciuta dal dipendente. Ne deriva un sistema di responsabilità a piramide, per cui ogni livello è responsabile per il lavoro dei propri sottoposti, e risponde di questo ai propri superiori. Responsabilità e monitoraggio delle prestazioni sono dunque due aspetti cardine per ridisegnare i modelli organizzativi in remoto all’interno della Pa.

Le infrastrutture necessarie

Il terzo pilastro su cui occorre investire riguarda l’adozione di un’infrastruttura digitale che permetta a tutto il paese di collegarsi all’Internet veloce. È un passaggio necessario per attuare anche nelle zone meno connesse una modalità di lavoro efficiente. In questo senso bisogna accelerare il progetto per l’adozione della banda ultra larga in tutto il paese: alla fine del 2019, il 13,1 per cento della popolazione italiana era ancora sprovvisto di una connessione Internet veloce. Le infrastrutture di interazione digitale, poi, devono coinvolgere anche il rapporto con l’utenza. Una buona pratica imparata durante il lockdown è quella della telemedicina, che ha permesso di gestire in modo veloce e diretto il rapporto tra medico e paziente, evitando ai malati cronici o fragili i rischi di spostamento.

È dunque il momento giusto per ripensare a un nuovo modo di lavorare nella pubblica amministrazione, imparando, e a caro prezzo, dalla crisi che stiamo vivendo. Perché lo smartworking sia un’opportunità di migliorare la produttività nella pubblica amministrazione, però, sono necessari investimenti mirati in tre direzioni: la formazione della forza lavoro pubblica, che ha competenze digitali basse rispetto alle necessità di lavoro in remoto, una rimodulazione del sistema di valutazione delle performance, che non può più basarsi sul numero di ore lavorate; e l’accesso a Internet veloce su tutto il territorio italiano. Solo così lo smartworking, lasciato in eredità dalla pandemia, potrà accelerare lo sviluppo del paese, invece di rallentarlo.

* La proposta è stata presentata dagli autori nell’ambito del concorso di ide

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La giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne in sei grafici

Mer, 25/11/2020 - 10:56

La condizione delle donne in Italia è migliorata molto negli ultimi decenni, ma rimane ancora un grande margine di miglioramento, in particolare nell’ambito della violenza. Nonostante il numero di femminicidi sia diminuito dal 2000 e sia più basso in rapporto alla popolazione della media europea, il 40 per cento degli omicidi sono femminicidi. Le case rifugio hanno ospitato 1940 donne nel 2018, ma rimane ancora alto il numero di quelle che non forniscono ospitalità in caso di emergenza. Il numero di consultori sul territorio, inoltre, è più basso rispetto a quello raccomandato dalla legge.

Il lockdown iniziato a marzo sembra aver peggiorato la situazione, soprattutto in termini di abusi e violenze. Le chiamate al 1522 sono aumentate molto, hanno raggiunto un picco di 208 il 14 aprile e un totale di 15280 da marzo a giugno.

In occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, abbiamo preparato questa rubrica speciale per raccontare la situazione nel nostro paese.

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Smart working e smart learning

Mer, 25/11/2020 - 00:01

Servizi per l’impiego da remoto? Pesa il digital divide
Luigi Oliveri
24 novembre
In tempo di pandemia, anche i servizi per l’impiego si ritrovano a fare i conti con lo smart working. Ma l’Italia continua a pagare un gap organizzativo, di risorse e di personale con gli altri paesi europei. A partire dallo scoglio del digital divide.

Dalle scuole chiuse benefici incerti, ma costi certi
Immacolata Marino e Iacopo Grassi
20 novembre
La Campania ha chiuso le scuole due settimane dopo la riapertura. La scelta sembra aver prodotto pochi vantaggi in termini di diffusione del contagio, mentre è inalterato il sovraccarico degli ospedali. Ma chi ha pensato ai costi per bambini e ragazzi?

Se la scuola è un colabrodo, le colpe sono di tutti
Andrea Ciffolilli
12 ottobre
Se in Italia esiste un “problema scuola”, la causa non è il Covid, bensì la scelta generalizzata di non investire sul futuro dei giovani. Ora i fondi di “Next Generation EU” e Fse+ sono una grande opportunità, ma anche lo stato deve fare la sua parte.

C’è un futuro per la didattica a distanza
Raffaella Ida Rumiati
14 settembre
Adottata nel lockdown come soluzione di emergenza, la didattica a distanza potrebbe rappresentare una chance di rinnovamento dell’insegnamento universitario. Per estendere l’offerta formativa, senza smaterializzare il rapporto docenti-studenti.

Chi impara di meno con la didattica online
Maria De Paola
10 settembre
Sostituire la didattica in presenza con quella online potrebbe avere effetti negativi sulle competenze degli studenti. Non sembrano nuocere all’apprendimento, invece, le modalità miste. I più penalizzati? Potrebbero essere gli studenti a bassa abilità.

Scuole e università: un modello flessibile per la riapertura
Maria De Paola
7 settembre
Tenere chiuse scuole e università comporta enormi costi, sia individuali che sociali. Ma bisogna anche evitare la diffusione del coronavirus. Un modello di didattica misto, dove si alternano lezioni in presenza e da remoto, può essere la soluzione.

Centri per l’impiego, l’occasione dei fondi NextGen
Pietro Garibaldi
5 settembre
Il dispiegamento senza precedenti di risorse europee è l’occasione giusta per provare a colmare l’atavica distanza tra domanda e offerta di lavoro in Italia. Una proposta per potenziare davvero i centri per l’impiego e non sprecare un’occasione storica.

Troviamo spazio per la scuola
Stefano Molina e Matteo Robiglio
3 settembre
La pandemia ha risvegliato l’interesse per l’edilizia scolastica, in vista di una riapertura delle attività didattiche in presenza. I risultati di un’analisi sugli edifici scolastici piemontesi offrono spunti di utilità immediata, validi anche per il futuro.

L’ombra del coronavirus sulle immatricolazioni*
Federica Laudisa
2 settembre
Il Covid-19 farà calare le iscrizioni all’università? E diminuirà la mobilità per motivi di studio? Una ricerca sugli atenei piemontesi sembra smentire le preoccupazioni, almeno nel medio periodo. Ma serve più impegno per garantire il diritto allo studio.

Divieto di licenziamento: una misura inutile?
Andrea Garnero
28 agosto
Nel momento più acuto della crisi, il divieto di licenziare potrebbe essere stato una misura ridondante, visto che le aziende potevano ricorrere alla cassa integrazione. Ma d’ora in avanti il mercato del lavoro subirà inevitabilmente dei cambiamenti.

Sulla didattica a distanza ascoltiamo gli studenti
Sara Colombini, Giulia Piscitelli e Margherita Russo
16 agosto
L’università di Modena e Reggio Emilia ha condotto un’indagine tra i suoi studenti per comprendere come il lockdown abbia cambiato lo studio e l’esperienza universitaria. I risultati offrono interessanti spunti di riflessione sul ruolo degli atenei.

Anche il capitale umano paga un prezzo alla pandemia
Andrea Gavosto e Barbara Romano
27 luglio
Il 2019-2020 si è concluso con un livello di apprendimenti degli studenti inferiore rispetto a un normale anno scolastico. Ciò avrà ripercussioni significative sui futuri guadagni e le prospettive di lavoro degli studenti. Ecco come si può rimediare.

Con la didattica a distanza si accentuano i divari
Maria Bigoni, Daniela Freddi e Chiara Gius
21 luglio
Chiusura delle scuole e didattica a distanza hanno inciso sulle dinamiche di apprendimento dei bambini, specialmente i più vulnerabili. E sull’organizzazione del lavoro nelle famiglie. La programmazione per il prossimo anno scolastico deve terne conto.

Universitari protagonisti nella didattica online
Monica Mincu e Lara Statham
14 luglio
Anche nel prossimo anno accademico si farà spesso ricorso alla didattica a distanza. Offre opportunità che possono facilitare la preparazione per un mondo che richiede creatività e non encicloped

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Effetti economici

Mer, 25/11/2020 - 00:01

Anche l’inflazione risente del coronavirus
Andrea Garnero
11 novembre
Elaborare statistiche in tempo di pandemia è molto complesso. Per esempio, l’indice dei prezzi al consumo non riesce a tener conto di tutti gli improvvisi cambiamenti nei consumi registrati nei mesi di lockdown. E i salari possono subirne le conseguenze.

Per la disuguaglianza non tutte le pandemie sono uguali*
Guido Alfani
5 novembre
Le pandemie del passato ci aiutano a capire quali potrebbero essere gli effetti redistributivi del Covid-19. È vero che la peste nera ridusse la disuguaglianza, ma in altri casi non è stato così. E dopo la spagnola povertà e disparità aumentarono.

Occupazione tra recupero parziale e incertezze future
Bruno Anastasia
15 ottobre
I dati sull’occupazione del secondo trimestre mostrano una discreta velocità di recupero, pur restando molto negativi. Ma sul futuro pesano due incertezze: il riacutizzarsi della pandemia e le conseguenze del fortissimo ricorso alla cassa integrazione.

Catene del valore: se la Cina chiude, l’Italia soffre
Tommaso Ferraresi e Leonardo Ghezzi
23 settembre
Pechino ha imposto il lockdown all’inizio del 2020. Le conseguenze in Italia sono state immediate. Alla crescita di un punto percentuale della dipendenza dei sistemi produttivi da importazioni dalla Cina ha corrisposto un rilevante calo della produzione.

Così il Covid-19 ha contagiato le imprese europee quotate
Bruno Buchetti, Antonio Parbonetti e Amedeo Pugliese
11 settembre
L’analisi dei bilanci trimestrali consente una prima valutazione dell’impatto del Covid-19 sull’economia delle imprese europee. Gli effetti sono molto negativi, in particolare nel secondo trimestre. In tutti i paesi i settori più colpiti sono gli stessi.

Estate di ripresa: lenta in Europa, più veloce in Usa e Cina
Francesco Daveri
4 settembre
Dopo il crollo del secondo trimestre l’economia mondiale si avvia a un chiaro ritorno alla crescita nel terzo trimestre del 2020. Più rapido negli Stati Uniti e in Cina che in Europa. E più veloce in Germania che nel resto dell’Eurozona.

La più intensa recessione di sempre in Usa, Europa e Italia
Francesco Daveri
31 luglio
Nel peggior trimestre di sempre nelle economie occidentali, il Pil dell’Eurozona si contrae più di quello americano. Ma, nonostante il lockdown e l’efficacia solo parziale degli aiuti, l’Italia riesce a contenere il calo a un -12,4 per cento.

Nella crisi cresce il risparmio per precauzione*
Valerio Ercolani
17 luglio
Gli ultimi mesi hanno visto un aumento senza precedenti del tasso di risparmio negli Stati Uniti. In gran parte è stato generato dal lockdown. Ma potrebbero esserci anche motivi precauzionali, dettati dalle difficili prospettive del mercato del lavoro.

Torna l’inflazione?
Luca Giustozzi e Paolo Rizzo
8 luglio
Già provate dal lockdown, difficilmente le imprese potranno assumersi i costi aggiuntivi necessari alla riapertura e li riverseranno sui consumatori. E anche l’aumento dell’offerta monetaria potrebbe tradursi in un incremento dei prezzi. Per l’Italia potrebbe non essere un male.

Finito il peggior trimestre degli ultimi 70 anni, ora arriva la ripresa
Francesco Daveri
4 luglio
I dati preliminari di giugno mostrano che quello appena concluso è per la crescita il peggior trimestre degli ultimi 70 anni. Ma attestano anche che i germogli di ripresa sono presenti dappertutto. Un po’ meno in Italia.

Segnali di scongelamento del mercato del lavoro
Bruno Anastasia
3 luglio
Non sorprende che a maggio l’occupazione sia scesa di quasi il 3 per cento. Soprattutto per il crollo dei posti di lavoro a termine. Quelli a tempo indeterminato, infatti, sono stati “congelati”. Ma si intravedono segnali di ritorno alla normalità.

Così il Covid ha contagiato l’imprenditorialità*
Sara Formai, Francesca Lotti, Francesco Manaresi e Filippo Scoccianti
2 luglio
Coronavirus e lockdown hanno colpito le imprese, anche se non tutte allo stesso modo. In particolare, sono crollate le nascite di aziende. Per dare fiato al segmento più dinamico del sistema produttivo si potrebbero rafforzare misure già in vigore.

Lotta alla povertà: il coronavirus cambia lo scenario
Massimo Baldini e Cristiano Gori
30 giugno
Lo scarso interesse suscitato dalla pubblicazione dei dati annuali sulla povertà in Italia è eloquente. Evidenzia la necessità di una valutazione le politiche di contrasto al fenomeno. E rimarca l’esigenza di modificare le risposte nel dopo-pandemia.

La recessione mondiale non si risolve, bisogna fare di più sul 2020
Francesco Daveri
24 giugno
Le nuove, peggiori, stime del Fondo monetario internazionale sull’economia mondiale rendono ancora più urgente che i governi europei si mettano d’accordo sul Recovery Fund e che l’

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Emergenza Covid: tutti gli articoli

Mer, 25/11/2020 - 00:01

In questo dossier, che aggiorniamo quotidianamente, raccogliamo tutti i contributi apparsi sul sito sul tema della pandemia. Per facilitare la ricerca, gli articoli sono organizzati per macrotemi.

Dati e previsioni
Evoluzione del contagio, modelli predittivi e strategie di contrasto. Partire dai numeri per sconfiggere il virus.

Sanità e salute
La collaborazione tra pubblico e privato e tra stato ed enti locali è alla base della risposta sanitaria all’emergenza.

Smart working ed e-learning
Per la scuola e per molti lavori, la crisi può trasformarsi in un’opportunità di adeguamento tecnologico.

Effetti economici
Come sarà la recessione che ci attende? Chi ne pagherà il prezzo più alto? Quali le urgenze?

Ricadute sociali e politiche
Quarantena, autoisolamento e perdita del lavoro contribuiscono a risvegliare tensioni sociali e ad acuire diseguaglianze.

Le politiche e le risorse messe in campo
Come reagiscono governo italiano ed Europa alla crisi? Gli strumenti a disposizione.

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Dati e previsioni

Mer, 25/11/2020 - 00:01

E se la chiusura dei ristoranti fosse volontaria?
Francesco Corti e Daniel Gros
20 novembre
La chiusura totale di ristoranti e bar rischia di mortificare gli sforzi compiuti negli ultimi mesi da migliaia di esercenti. L’apertura parziale, guidata da incentivi finanziari, garantirebbe molti vantaggi, incluso il contenimento della spesa pubblica. 

Giovani e anziani: la separazione necessaria*
Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini
13 novembre
Il lockdown generalizzato impone ai giovani danni significativi per un rischio corso essenzialmente solo dagli anziani. Se una separazione completa per fasce di età è impossibile, si può comunque procedere per gradi.

Seconda ondata di Covid-19: la curva da abbattere
Carlo Contini, Luisa Loiacono e Leonzio Rizzo
6 novembre
Fare un confronto tra l’evoluzione della prima e seconda ondata di coronavirus non è semplice. I numeri su terapie intensive e decessi nei primi sette giorni di marzo e di ottobre sono molto simili. Cambia però il tasso di crescita dei ricoveri.

Il lockdown? Meglio se mirato e localizzato*
Mauro Caselli, Andrea Fracasso e Sergio Scicchitano
30 ottobre
Misure restrittive temporanee e adottate per singoli comuni o sistemi locali del lavoro possono aiutare a ridurre la diffusione del coronavirus senza penalizzare troppo l’attività economica. Lo mostra uno studio sulle zone rosse istituite il 9 marzo 2020.

Separare giovani e anziani per scongiurare il lockdown*
Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini
27 ottobre
I dati sulla letalità del Covid-19 mostrano come i giovani non corrano grossi rischi. Dividerli dagli anziani per limitare i contatti non è facile ma è senz’altro preferibile a un nuovo lockdown che avrebbe conseguenze socio-economiche devastanti.

La scuola è un focolaio?
Salvatore Lattanzio
19 ottobre
La riapertura delle scuole ha contribuito all’aumento dei contagi da Covid-19? Manca un monitoraggio preciso dell’andamento dei nuovi positivi, che invece sarebbe necessario. Anche per evitare chiusure che hanno pesanti riflessi sul futuro degli studenti.

Seconda ondata, le regioni e i settori più critici
Alessandro Caiani, Giorgio Fagiolo, Tommaso Ferraresi, Leonardo Ghezzi, Mattia Guerini, Francesco Lamperti, Mauro Napoletano, Andrea Roventini e Fabio Vanni
1 settembre
Come gestire una eventuale richiusura dell’economia in caso di una seconda ondata di contagi? Un’analisi di input-output e per filiere di produzione permette di identificare le regioni e i settori con maggiori criticità e il numero di lavoratori più esposti al rischio.

Dai dati comunali una mappa del rischio coronavirus
Francesco Armillei e Francesco Filippucci
25 agosto
Il coronavirus ha causato il maggior aumento della mortalità nelle aree periferiche, più povere e dove le famiglie sono più numerose. Lo dimostrano i risultati di uno studio. Con lo stesso metodo si possono individuare le aree a rischio in tutta Italia.

Ricoveri in terapia intensiva e decessi, gli effetti del lockdown
Enrico Rettore
10 agosto
I dati relativi ai ricoveri in terapia intensiva e ai decessi da Covid-19 mostrano come, dopo un fisiologico periodo di assestamento, la quarantena ha sortito gli effetti sperati. E per ora le riaperture graduali sembrano non aver intaccato i risultati raggiunti.

Morti da Covid-19 nelle Rsa: tutto quello che non sappiamo
Sara Berloto, Adelina Comas-Herrera, Elisabetta Notarnicola, Eleonora Perobelli e Andrea Rotolo
12 giugno
La diffusione del Covid-19 nelle Rsa è sotto i riflettori in Italia e in tutto il mondo. Sono però profonde le differenze di misurazione e tante le carenze nei dati. Attenzione perciò ai confronti e alle conclusioni affrettate.

Scelte consapevoli in tempi di incertezza*
Emiliano Mandrone
4 giugno
Con la crisi del coronavirus abbiamo capito che la scienza non ha sempre soluzioni pronte, a volte serve tempo. Ma siamo in grado di padroneggiare probabilità, curve, tassi e seguire le prescrizioni per gestire l’incertezza che pervade la nostra vita?

Dopo il lockdown cresce l’ottimismo ma senza illusioni
Guglielmo Briscese, Nicola Lacetera, Mario Macis e Mirco Tonin
27 maggio
Gli italiani mostrano una maggiore attitudine a riprendere le consuetudini pre-pandemia rispetto a qualche settimane fa. Aumenta però anche lo scetticismo sul grado di preparazione del paese nell’affrontare il virus. I risultati di un nuovo sondaggio.

Con il Covid-19 si riduce anche la speranza di vita
Simone Ghislandi e Benedetta Scotti
25 maggio
Nel 2020 l’aspettativa di vita nelle province lombarde più colpite dall’epidemia di Covid-19 potrebbe contrarsi di vari anni, sia per gli uomini sia per le donne. Si tratta dell’evento che ha causato più perdite di vite umane dalla seconda guerra

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Le politiche e le risorse messe in campo

Mer, 25/11/2020 - 00:01

Quante implicazioni dalla negoziabilità dei crediti fiscali
Luca Beltrametti
23 novembre
Il “decreto Rilancio” estende notevolmente la negoziabilità dei crediti fiscali sui lavori di ristrutturazione edilizia. La norma solleva varie questioni: dall’impatto sui conti pubblici agli effetti macroeconomici, alla possibile creazione di moneta.

Cancellazione del debito: breve vademecum
Tommaso Monacelli
16 novembre
Con la crisi causata dalla pandemia, torna in auge la proposta di cancellare il debito contratto per far fronte all’emergenza. Un’espressione vuota che nasconde un’idea distorta del ruolo della Bce. Con il rischio che i costi superino i benefici.

Crescere per ripagare il debito da pandemia
Maria Cannata
16 novembre
Per far fronte al Covid-19 e alle sue conseguenze è stato necessario un aumento consistente del volume delle emissioni di titoli. Per ora c’è il sostegno della Bce, poi servirà la fiducia degli investitori. Da consolidare attraverso una ripresa duratura.

Pubblico impiego oltre la pandemia*
Lucia Rizzica
10 novembre
Per rispondere alle carenze messe in evidenza anche dall’emergenza sanitaria, il governo si appresta ad assumere nuovo personale pubblico. Dovrebbe farlo con una visione di lungo periodo, che tenga conto degli effetti delle scelte degli ultimi anni.

Dalle spin-off accademiche una spinta alla ripartenza
Piero David e Valeria Schifilliti
9 novembre
Le risorse del Next Generation EU possono aiutare l’Italia a divenire un’economia efficiente. La premessa è però la creazione di un sistema di ricerca applicata moderno, in grado di attrarre investimenti e competere nei mercati internazionali.

Ricapitalizzare le Pmi, una priorità per l’Italia
Bruno Buchetti, Luciano Greco e Amedeo Pugliese
6 novembre
Il successo del Recovery plan italiano dipende dalle scelte sulle priorità di investimento. Una di queste è la ricapitalizzazione delle Pmi, necessaria per ridurre i rischi di un’espansione del loro debito. E lo strumento è un fondo pubblico-privato.

Arrivano gli Eurobond e hanno un carattere sociale
Angelo Baglioni
28 ottobre
I primi Eurobond, emessi per finanziare il Sure, hanno un’impronta sociale. Quelli per il Recovery Fund avranno anche un carattere “verde”. Così la Commissione europea entra nel mercato finanziario che risponde a criteri ambientali, sociali e di governance.

Licenziamenti, un blocco che non fa bene a nessuno
Pietro Ichino
20 ottobre
Anziché congelare le eccedenze di forza-lavoro in attesa che ciascuna azienda possa riassorbire la propria, andrebbe sostenuta la transizione dalle aziende in crisi a quelle che cercano manodopera e non la trovano. Che sono più di quante si pensi.

Coronavirus e crisi economica: la risposta europea*
Angelo Baglioni
20 ottobre
La crisi economica generata dal coronavirus ha messo a dura prova le istituzioni europee. Nel complesso, l’Europa ha risposto bene, come dimostrano le analisi dell’Osservatorio Monetario. Pubblichiamo qui l’introduzione, con l’esame delle misure adottate.

Discutere di Mes senza sapere perché
Massim Bordignon e Gilberto Turati
13 ottobre
Si fa aspro lo scontro sulla possibilità di utilizzare il Mes. Ma favorevoli e contrari non sembrano avere un interesse reale al miglioramento del Servizio sanitario nazionale. Per questo servirebbe un piano particolareggiato, del quale non c’è traccia.

Decreto liquidità: ecco chi ci ha guadagnato
Rony Hamaui
13 ottobre
Il sistema bancario ha usato tre quarti delle garanzie pubbliche per ridurre i propri rischi e solo un quarto per aumentare la liquidità delle imprese. Ma la misura è stata utile perché è meglio se lo stato aiuta banche e imprese quando sono ancora vive.

Perché va difeso il bonus senza condizioni
Benedetta Mina
11 settembre
L’eccezionalità della situazione determinata dal lockdown rendeva probabili gravi perdite di reddito per autonomi e altre tipologie di lavoratori. Che però avrebbero avuto difficoltà a dimostrarle. Ecco perché il bonus da 600 euro non prevedeva condizioni.

Recovery Fund: imparare dai fondi strutturali
Ugo Fratesi
3 settembre
L’esperienza con i Fondi strutturali europei può aiutarci a utilizzare nel modo migliore le risorse del Recovery Fund. Per garantire la crescita, gli investimenti dovranno tener conto di complementarietà, sistematicità, addizionalità e radicamento.

I lavori pubblici tra Covid e decreto semplificazione
Giuseppe Gori e Patrizia Lattarulo
3 agosto
Il dl semplificazione ha l’obiettivo di sostenere la domanda aggregata attraverso la ripresa degli investimenti. Ma nel settore dei lavori pubblici, nonostante alcune misure di grande impatto, si tratta più di interventi emergenziali che di una riforma strutturale.

Incognite nel div

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Sanità e salute

Mer, 25/11/2020 - 00:01

Usca: così utili, così disattese
Leonzio Rizzo, Massimo Taddei e Gilberto Turati
17 novembre
Dove hanno agito, le Usca sembrano essere riuscite a ridurre la pressione sugli ospedali. Ma non in tutte le regioni sono effettivamente operative. Per esempio, tre di quelle più colpite dalla seconda ondata hanno un tasso di copertura molto basso.

Nella ricerca del vaccino attenti al brevetto
Fabio Montobbio e Valerio Sterzi
13 novembre
La speranza di uscire presto dalla pandemia è legata allo sviluppo di un vaccino. Le aziende farmaceutiche potrebbero però imporre prezzi troppo alti, anche per la frammentazione della proprietà intellettuale. Due iniziative per scongiurare i rischi.

Sulle terapie intensive manca il dato cruciale
Enrico Rettore
26 ottobre
Conoscere il numero di persone entrate in terapia intensiva nelle 24 ore è fondamentale per capire l’evoluzione dei contagi. Ma il dato non è pubblico. Diventa così difficile stabilire se le misure di contenimento già adottate siano state o meno efficaci.

Due domande sui vaccini antinfluenzali
Massimo Bordignon e Gilberto Turati
23 ottobre
In tempi di pandemia, il ministero della Salute ha raccomandato agli italiani di vaccinarsi contro l’influenza. Ma non tutte le regioni si sono procurate dosi sufficienti per coprire le richieste. Le cause? Scarsa preparazione e confusione amministrativa.

Pandemia atto secondo
Rosanna Tarricone
23 ottobre
Il Covid-19 ha messo in chiaro le debolezze del sistema sanitario. Ma ha anche indicato la via per superarle: prevenzione, territorializzazione dei servizi, reti cliniche e digitalizzazione della sanità. Serve il coraggio di guardare oltre la pandemia.

L’altra faccia del Covid-19
Silvia Coretti e Gilberto Turati
27 luglio
La diffusione del coronavirus in Italia sembra ora sotto controllo. Si può allora pensare alle conseguenze indirette della pandemia su altre gravi patologie. E alle soluzioni che si sperimentano in alcune regioni, a partire dalla telemedicina.

Un sistema sanitario efficiente fa bene all’economia
Rony Hamaui
30 giugno
I paesi che hanno reagito meglio al coronavirus dal punto di vista sanitario sono anche quelli che subiranno meno gli effetti della crisi economica. La spesa sanitaria è dunque un investimento indispensabile per rendere la nostra economia più sostenibile.

Davvero l’Italia spende poco per la sanità?
Vittorio Mapelli
4 giugno
La spesa sanitaria pubblica di un paese dipende dal suo Pil. L’Italia non cresce, ma pur con meno risorse il nostro sistema sanitario nazionale ottiene comunque risultati migliori di altri. Un suo piano di rilancio richiede però scelte politiche precise.

Coronavirus, che fare in caso di nuovi focolai
Tortuga
31 maggio
In caso di nuovi picchi di contagio, potrebbe non essere necessario richiudere intere regioni. Un’alternativa può venire dai sistemi locali del lavoro, gruppi di comuni identificati dall’Istat sulla base dei dati sulla mobilità dei lavoratori pendolari.

Sugli ospedali l’Italia dà il buon esempio?
Vittorio Mapelli
5 maggio
L’Italia ha meno posti letto negli ospedali di Francia e Germania? Non dipende da costi più alti, ma da scelte di politica sanitaria. Tanto che il nostro paese è un esempio per efficienza, efficacia e appropriatezza del suo sistema ospedaliero.

Coronavirus? Intanto vacciniamoci contro l’influenza
Ylenia Brilli e Claudio Lucifora
29 aprile
In autunno potrebbe verificarsi una nuova ondata di Covid-19. L’efficacia della risposta sarebbe resa ancora più difficile dalla concomitanza con la stagione influenzale. Per questo è importante pianificare subito un programma efficace di vaccinazione.

Così il blocco delle attività ha ridotto il rischio contagio
Mauro Caselli, Andrea Fracasso e Silvio Traverso
28 aprile
Il blocco alle attività produttive introdotte dal Dl del 25 marzo ha contribuito alla diminuzione del rischio di contagio nelle regioni del Nord, in quel momento le più esposte all’epidemia. Lo mostra l’analisi della mappa dei sistemi locali del lavoro.

Test sierologici, i pericoli del “fai da te”
Massimo Bordignon e Gilberto Turati
15 aprile
La diffusione di presunti test in grado di identificare anticorpi al Covid-19 rischia di generare nella popolazione false speranze e sicurezze in vista della “fase 2″. Sta alle autorità spiegarne correttamente il significato a cittadini e medici di base.

A cosa servono i tamponi
Carlo Contini, Giuseppe Migali, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi
15 aprile
Fin dall’inizio dell’epidemia in Veneto sono stati eseguiti più tamponi che in Lombardia. Il test ha alcuni limiti, ma da un esercizio sui dati delle regioni del nord si vede come sia utile per limitare sovraffollamento negli osp

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Ricadute sociali e politiche

Mer, 25/11/2020 - 00:01

Perché Immuni non piace
Giuliano Resce
24 novembre
L’App Immuni è un esempio da manuale di fallimento di mercato. Bisogna iniziare a pensare al modo migliore di sfruttare per il bene della collettività la sterminata mole di dati raccolta ogni giorno dai nostri dispositivi e già utilizzata per fini privati.

Anziani e social: non si finisce mai di imparare
Antonio Guaita e Elena Rolandi
19 novembre
A qualsiasi età si può imparare qualcosa di nuovo. Lo dimostra il gruppo di persone di più di 80 anni che nel 2019 ha seguito un corso sull’uso dei social media. E con le nuove conoscenze hanno affrontato meglio l’isolamento sociale durante il lockdown.

Contro la pandemia un’alleanza tra economisti ed epidemiologi
Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini
17 novembre
La condivisione dei dati e la ricerca multidisciplinare tra economisti ed epidemiologici sarebbero di grande aiuto per affrontare le scelte imposte dal diffondersi del Covid-19. Serve una modellistica che includa aspetti epidemiologici ed economici.

Così il 2020 ha rivoluzionato la tv
Augusto Preta
17 novembre
Il lockdown ha fatto crescere il consumo di televisione, tradizionale e on demand. Ma gli operatori broadcast e le pay-tv classiche risentono i contraccolpi della crisi economica. Ne beneficiano i servizi in streaming. E la pubblicità ne prende atto.

Con il coronavirus sale lo share dei tg
Stefano Castriota, Marco Delmastro e Mirco Tonin
9 novembre
Durante la prima ondata della pandemia lo share dei Tg nazionali e regionali è aumentato, anche nelle aree meno colpite dal Covid-19. Così i politici locali sono spinti ad attuare politiche restrittive preventive, anche quando il virus è ancora lontano.

Con la pandemia cresce la voglia di sicurezza sociale
Alex Rees-Jones, John D’Attoma, Amedeo Piolatto e Luca Salvadori
27 ottobre
Anche negli Stati Uniti la pandemia cambia l’attitudine verso la sicurezza sociale. L’esposizione oggettiva o percepita al Covid-19 fa aumentare il sostegno ai programmi pubblici di assistenza sanitaria e protezione sociale. I risultati di uno studio.

Settore pubblico centrale con la pandemia
Daniele Checchi, Alessandra Fenizia e Claudio Lucifora
22 ottobre
Dopo decenni di tagli di bilancio e di riduzione dell’occupazione nella pubblica amministrazione, la pandemia ha ridato un ruolo centrale allo stato. Per migliorare la qualità dei servizi pubblici è però cruciale la fase di reclutamento del personale.

Non c’è Europa senza beni pubblici europei
Carlo Altomonte
5 ottobre
Il compromesso raggiunto sulla rimodulazione delle risorse del Next Generation Eu mantiene i trasferimenti agli stati, ma riduce le spese per i beni pubblici europei. Ma una semplice “Unione dei trasferimenti” da Nord a Sud rischia di fallire.

Calciatori più produttivi con gli stadi aperti*
Massimiliano Ferraresi e Gianluca Gucciardi
16 settembre
Il fattore campo conta meno in tempi di lockdown. Perché la presenza dei tifosi porta i calciatori a giocare meglio. Lo dimostra uno studio sui più importanti campionati di calcio europei. Anche l’economia può beneficiare dalla riapertura degli stadi.

Se la pandemia mette in dubbio l’Agenda 2030
Irene Solmone e Gianni Vaggi
4 luglio
L’Agenda di sviluppo 2030 rappresenta un forte appello alla cooperazione globale, per costruire un mondo più sostenibile a livello economico, sociale e ambientale. Ma i progressi sono stati pochi. E ora il Covid-19 rischia di fermare tutto il progetto.

Il distanziamento sociale è una questione culturale
Neha Deopa e Piergiuseppe Fortunato
11 luglio
Molti paesi hanno reagito al Covid-19 con misure volte a ridurre le interazioni sociali. Ma il loro impatto è stato tutt’altro che omogeneo. I dati sulla mobilità in Svizzera ci dicono come determinati tratti culturali possano spiegare le discrepanze.

Il tempo di bambini e genitori nel lockdown
Lucia Mangiavacchi, Francesca Marchetta e Luca Pieroni
10 luglio
L’emergenza causata dal Covid-19 rischia di accentuare le disuguaglianze educative e nello stesso tempo il divario di genere nell’accesso al mercato del lavoro. Lo conferma uno sguardo ai dati sull’uso del tempo di bambini e genitori durante il lockdown.

Con la pandemia è scoppiata la questione istituzionale*
Michele Oricchio
8 luglio
L’esperienza vissuta dall’Italia durante la pandemia impone una riflessione critica sull’evoluzione del nostro sistema istituzionale. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, è caratterizzato da una dispendiosa molteplicità di livelli di governo.

Per i giovani una Repubblica fondata sulle paghette?
Orizzonti Politici
19 giugno
Nei provvedimenti d’emergenza del governo non c’è nulla per i giovani, che sono tra i più colpiti dalla crisi. Lo si deve a un

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Il Punto

Mar, 24/11/2020 - 12:38

Come migliorare l’attuale impostazione del reddito di cittadinanza? Raggiungendo chi è realmente sotto la soglia di povertà e incentivando ricerca di lavoro ed emersione del nero. Una proposta di riforma. In tempo di pandemia, anche i servizi per l’impiego fanno i conti con la modalità da remoto. Ma l’Italia continua a pagare un gap organizzativo e di risorse, a partire dallo scoglio del digital divide. Come si temeva, la crisi da Covid non risparmia nemmeno le rimesse dei migranti, fonte di reddito fondamentale per i paesi in via di sviluppo. Che ora rischiano di pagare un prezzo molto salato.
Estesa dal decreto “Rilancio”, la negoziabilità dei crediti fiscali sui lavori di ristrutturazione edilizia solleva diverse questioni: dai conti pubblici agli effetti macroeconomici, fino alla creazione di moneta. Intanto, l’app Immuni si rivela un esempio da manuale di fallimento di mercato. Urge ragionare a fondo su come sfruttare per il bene della collettività l’enorme mole di dati raccolta ogni giorno dai nostri dispositivi.
Timidi segnali positivi giungono dal Rapporto sull’efficienza e qualità della giustizia in Europa. Dell’Italia, oltre all’atavica lentezza dei processi, preoccupa la sfiducia nell’indipendenza della magistratura. In Europa come in Italia, i territori più inclusivi sono anche quelli più ricchi. Lo conferma uno studio sui sistemi locali del lavoro. Un elemento in più per valutare il ddl Zan contro l’omotransfobia.

Save the date! Convegno annuale de lavoce.info
Giovedì 17 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce.info: si parlerà di economia e ricerca alla sfida del Covid. A breve tutti i dettagli.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”. Oggi anche uno slideshow sulla crisi del traffico aereo.
Continua la nostra collaborazione con Economia24, la trasmissione economica di RaiNews24: ogni venerdì alle 11.40 un nostro redattore sarà ospite del programma.

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Servizi per l’impiego da remoto? Pesa il digital divide

Mar, 24/11/2020 - 12:29

In tempo di pandemia, anche i servizi per l’impiego si ritrovano a fare i conti con lo smart working. Ma l’Italia continua a pagare un gap organizzativo, di risorse e di personale con gli altri paesi europei. A partire dallo scoglio del digital divide.

Il modello svedese

Organizzare i servizi pubblici per il lavoro garantendo le azioni di ricerca di opportunità formative e lavorative e di contatti con le aziende anche da remoto è fondamentale, ma non risolutivo. La suggestione proposta da Francesco Verbaro nell’articolo de Il Sole 24 Ore dello scorso 16 novembre “Dopo la sanità il lavoro: la Caporetto della Pa” è estremamente importante. Occorre riorganizzare la Pa in modo che il lavoro agile o da remoto sia capace di rendere servizi efficaci. L’autore sostiene che la Pa deve organizzarsi in modo da svolgere in maniera efficiente le proprie attività anche e soprattutto da remoto, a partire dai servizi per l’impiego, in modo che lo smart working non sia causa di congelamento delle funzioni, ma di incremento della loro efficienza. Verbaro propone quindi di prendere l’esempio dalla Svezia, i cui servizi per l’impiego, allo scopo di facilitare una celere ricollocazione dei nuovi disoccupati a causa della pandemia, hanno aperto una nuova sezione della banca dati delle vacancies nazionale, con l’hashtag #jobbjustnu (lavoro immediato), dedicata ai datori di lavoro che hanno urgente bisogno di manodopera, e hanno messo a disposizione il format «incontri personali a distanza» dove i datori di lavoro possono condurre via chat o mobile dei brevi colloqui con i disoccupati candidati alle vacancies di lavoro immediato.

Per completezza di informazione, è giusto osservare che questo genere di iniziative è presente anche nei servizi pubblici per l’impiego italiani. Buone prassi di questa natura sono realizzate o con interventi sporadici o in modo più sistematico (basti guardare all’istituzionalizzazione delle “fiere del lavoro” telematiche, periodicamente organizzate in Veneto da Veneto Lavoro). Ma una prima differenza fondamentale è che in Svezia il sistema è organizzato su un portale unico statale, diffuso senza dispersioni territoriali mediante un canale chiaro ed efficiente. Una seconda ma non trascurabile differenza è il gap ancora enorme tra Italia e Svezia (e non solo) per quanto riguarda le risorse in campo: il numero dei dipendenti addetti ai servizi per il lavoro nel nostro paese è largamente insufficiente rispetto agli altri stati membri dell’Ue (i dati riportati nella tabella 1 sono ormai antichi, ma danno l’idea dell’abisso esistente).

Il gap di personale

Dati più aggiornati, al 2019, informano che in Italia presso i centri per l’impiego “risultano essere operative 8.081 unità”. Il quadro non dovrebbe essere cambiato di molto: è vero che sono state assegnate le risorse nell’ambito del piano di potenziamento dei servizi per l’impiego, ma i concorsi per lo più sono ancora fermi. I circa 4 mila navigator non vanno annoverati tra i dipendenti dei centri per l’impiego, sia perché si tratta di collaboratori che conducono il proprio rapporto con Anpal, sia perché la loro azione è limitata ai soli percettori del Reddito di cittadinanza.

Anche per quanto riguarda la Svezia il numero dei dipendenti dei servizi pubblici per il lavoro (circa 10 mila) dovrebbe considerarsi ancora stabile. Il rapporto European Network of Public Employment Services Assessment Report on PES Capacity del 2019 evidenzia una riduzione di poco più del 5 per cento dei dipendenti rispetto all’ordinario stock svedese. E ancora, la spesa in politiche attive per il lavoro in rapporto al Pil, nella quale è ricompresa quella per la gestione dei servizi pubblici, in Italia nel 2015 era grosso modo la metà di quella svedese.

I dati Eurostat confermano un gap costante e molto elevato nella spesa per i servizi pubblici per il lavoro italiani rispetto a quelli svedesi e inoltre in Svezia le persone registrate come disoccupati sono 350 mila, mentre in Italia circa 10 volte tanto. Gli abitanti della Svezia sono circa 10 milioni, con una percentuale di disoccupati iscritti ai servizi del 3,5 per cento circa e un rapporto tra dipendenti dei servizi pubblici per il lavoro e cittadini dello 0,1 per cento. In Italia siamo al 5 per cento nel primo caso e allo 0,01 per cento nel secondo. Le forze in campo appaiono assai diverse.

L’ostacolo del digital divide

Attivare in Svezia sistemi di incontro domanda-offerta da remoto appare oggettivamente più semplice, anche alla luce di un’organizzazione dei servizi pubblici certamente più avanzata. C’è comunque da osservare che l’idea di servizi pubblici per il lavoro da remoto in Italia non è così futuristica. In Veneto, i servizi gestiti da Veneto Lavoro cons

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La crisi delle compagnie aeree in cinque grafici

Mar, 24/11/2020 - 11:19

Le restrizioni alla mobilità e l’obbligo di rispettare il distanziamento sociale hanno ridotto drasticamente il numero di viaggi di piacere e di lavoro. Questa riduzione ha colpito duramente il settore turistico e dell’ospitalità, ma soprattutto quello dei trasporti. Le compagnie aeree, in particolare, hanno praticamente azzerato i propri ricavi, rimanendo senza risorse per sostenere gli altissimi costi fissi tipici dell’industria.

In questa serie di grafici abbiamo provato a fare il punto sulla situazione del settore, raccontando il crollo dei profitti e dei passeggeri, la capacità di sopravvivere durante la crisi del trasporto merci e la perdita occupazionale. Lo abbiamo fatto concentrandoci soprattutto sui primi sei mesi del 2020.

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Giustizia in Europa tra buone notizie e vecchie debolezze

Mar, 24/11/2020 - 10:48

Dal Rapporto sull’efficienza e qualità della giustizia in Europa emergono miglioramenti accanto ad alcune croniche debolezze. Per il nostro paese, oltre alla lentezza dei processi, preoccupano i dati sulla fiducia nell’indipendenza della magistratura.

Il Rapporto del Consiglio d’Europa

Nelle settimane in cui la Convenzione europea dei diritti dell’uomo festeggia i primi settanta anni di vita, Róbert Ragnar Spanó, presidente della Corte europea dei diritti umani, ha lanciato un accorato appello per spronare gli stati membri del Consiglio d’Europa a migliorare la qualità e l’efficienza dei propri sistemi giudiziari e accrescere in tal modo la fiducia dei cittadini nei meccanismi della giustizia. Solo assicurando tribunali nazionali forti, indipendenti e imparziali saremo in grado, infatti, di affrontare le sfide che ultimamente, soprattutto in questo periodo di pandemia, arrivano a minacciare lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. Si pensi, a titolo di esempio, alle tensioni crescenti tra bene comune e dimensione soggettiva, diritto alla salute e limitazioni delle libertà individuali, nonché alla necessità di gestire le devastanti conseguenze economiche e sociali della crisi in corso. Senza dimenticare gli attacchi ai diritti umani che si stanno moltiplicando negli ultimi mesi in Turchia e Ungheria.

In questa prospettiva, il Consiglio d’Europa ha pubblicato il 22 ottobre 2020 l’ottavo Rapporto sull’«Efficienza e qualità della giustizia in Europa»: sotto la lente della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej) sono i dati forniti dai sistemi giudiziari di 45 paesi europei relativi al 2018. Dalle 138 pagine del Rapporto emergono, accanto ad alcuni dati che ci fanno ben sperare, anche le conferme di croniche debolezze.

Le buone notizie

È lievemente aumentata la fetta di bilancio che gli stati dedicano alla giustizia, circostanza auspicata da molti studiosi: se nel 2010 la spesa era di 64 euro per abitante all’anno, nel 2018 è stata in media di 72 euro. In Italia è stata di 83,2 euro, con un incremento del 14 per cento, il che tenuto conto del tasso di litigiosità del nostro paese è cosa buona, fermo restando che poi bisognerebbe analizzare quanto ciò determini in termini di maggiore efficienza, ma non vogliamo essere pessimisti. Il rapporto rileva anche come i paesi meno abbienti spendano in proporzione di più per le loro autorità giudiziarie, mentre quelli più ricchi investano di più nell’assistenza legale. Se il numero di donne giudici e pubblici ministeri continua ad aumentare, resta, tuttavia, «saldamente in vigore il tetto di vetro per le posizioni dirigenziali»; confidiamo, se non altro, nel tempo per vedere le prime crepe.

Le conferme

Le conferme riguardano le preoccupanti condizioni in cui versa il nostro sistema giudiziario nazionale. La giustizia italiana si rivela ancora una volta tra le più inefficienti in Europa a causa soprattutto della sua endemica lentezza. Per il settore penale, nel 2018 il tempo medio per pronunciare una sentenza di primo grado è stato di 361 giorni, record negativo tra tutti i paesi membri del Consiglio d’Europa, in cui la durata media è stata di 144 giorni. I dati trovano triste riscontro anche nei successivi gradi di giudizio: in 4 processi penali d’appello su 10 il tempo medio per arrivare a giudizio è stato superiore a 730 giorni.

Ancora più grave il settore civile e commerciale, dove per una sentenza in primo grado si devono attendere 527 giorni contro una media degli altri Stati di 233 giorni, e il settore amministrativo, con 889 giorni rispetto ai 323. Addirittura, in Italia si impiegano in media più di 1.200 giorni per una sentenza definitiva in terzo grado.

Figura 1 – Tempo stimato necessario per definire i contenziosi civili e commerciali (*) in tutti gli ordini tribunali nel 2018 (primo, secondo e terzo grado/in giorni).

Fonte: studio Cepej.

Figura 2 – Tempo stimato necessario per definire le cause amministrative (*) in tutti gli ordini di tribunali nel 2018 (primo e, se applicabile, secondo e terzo grado/in giorni).

Fonte: studio Cepej.

Come evidenziato dal Rapporto, «la quantità di arretrato accumulato gioca un ruolo importante» e il nostro sistema giudiziario «non è stabile e […] non può mantenere un carico di lavoro che supera una certa soglia». Il rischio concreto è che nel sistema italiano il numero di procedimenti che giungono a definizione sia inferiore al numero di nuovi procedimenti che ogni anno arrivano nei tribunali. È evidente l’effetto domino che ne consegue e che rischia di rendere il sistema giudiziario sempre meno in grado di far fronte al carico di lavoro, divenuto sovraccarico.

Figura 3 – Tasso di esecuzione vs durata dei procedimenti penali di p

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