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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 58 min 20 sec fa

Scuola e politiche per l’infanzia alla prova dell’emergenza

4 ore 14 min fa

La pandemia è un vero stress test anche per il sistema scolastico e la sua capacità di essere davvero inclusivo. Un test che sta mostrando le debolezze di una società che non è capace di investire nei più piccoli e nelle nuove generazioni. E di una scuola impreparata.

Si fa presto a dire “didattica on line”

Proprio mentre la chiusura delle scuole e dei servizi educativi per l’infanzia sta stravolgendo la vita e le opportunità dei bambini e ragazzi, questi sembrano spariti dal radar della, già tradizionalmente scarsa, attenzione politica. Dal ministero dell’Istruzione arrivano solo apparentemente rassicuranti indicazioni che “non verrà bocciato nessuno”, e che la didattica on line sarà obbligatoria sia per i docenti che gli studenti, senza che ci si ponga il problema non solo della qualità minima che deve avere questa didattica, ma anche dei diversi e disuguali strumenti e competenze che i docenti e gli studenti hanno per accedervi. Non viene neppure nominata la questione di chi, spesso già in condizione di svantaggio nel contesto “normale”, non ha avuto accesso, o comunque non ha potuto fruire pienamente della didattica on line. Secondo i dati dello stesso ministero, il 6 per cento di tutti gli studenti non accede a nessun tipo di didattica on line, perché non offerta dagli insegnanti o perché non arriva la linea. Anche tra chi vive in zone servite da internet molti non possono davvero fruirne, perché in casa l’unico modo di accedere a internet è uno smartphone, che spesso deve essere usato da più persone. Secondo i dati Istat, il 12,3 per cento dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila in termini assoluti) non ha un computer o un tablet a casa. La metà di chi non ne ha uno si trova nel Mezzogiorno, dove il problema riguarda quasi il 20 per cento dei ragazzi. Il 57 per cento di chi ne possiede uno, inoltre, lo deve condividere con altri.

A questi dati ne vanno aggiunti altri due. Le famiglie prive di mezzi informatici adeguati (e con una insufficiente disponibilità di giga per soddisfare tutte le necessarie attività on line di tutti i componenti) sono anche quelle in cui spesso sono inferiori tra gli adulti le competenze necessarie per accompagnare i figli, specie i più piccoli, in questa modalità di apprendimento. Sono anche quelle in cui è più frequente il sovraffollamento e il disagio abitativo. Secondo i dati Istat, 42 per cento dei minori vive in condizione di sovraffollamento e 7 per cento è in grave disagio abitativo. Più dei loro coetanei in situazioni abitative migliori, soffrono la reclusione in casa come una privazione grave.

L’emergenza aggrava le disuguaglianze

L’impatto dell’emergenza sanitaria, quindi, non è uguale per tutti. Vale anche per gli adulti, naturalmente. Ma il disuguale impatto dell’emergenza sanitaria è, se possibile, più grave per i bambini e ragazzi, perché incide sulle opportunità di sviluppo delle loro capacità, con effetti di lungo periodo, nonostante le iniziative e gli sforzi di molti bravi insegnanti che vedono disperdersi il lavoro di costruzione di rapporti di fiducia e di impegno fatto in precedenza e le iniziative di associazioni della società civile e di terzo settore che stanno facendo un grande lavoro di supplenza. Come denuncia il rapporto di Save the children, non solo la povertà minorile, già triplicata in seguito alla crisi finanziaria del 2008, è in forte aumento quantitativamente e per intensità. Con il prolungarsi della chiusura delle scuole (incluse quelle dell’infanzia e i nidi), il digital divide territoriale e sociale aumenta il rischio di povertà educativa e mette a rischio il diritto all’istruzione.

Come usciranno bambini e ragazzi dal lockdown?

Il prolungarsi della chiusura delle scuole e l’imminenza delle vacanze estive, che il ministero dell’Istruzione sembra ritenere intoccabili, evidenziano anche un’altra debolezza del sistema italiano: il suo affidamento alla famiglia come unico responsabile del benessere dei bambini e ragazzi e dell’organizzazione del loro tempo fuori da quello scolastico. È curioso e preoccupante che nell’affrontare la questione della progressiva fuoruscita dal lockdown nulla venga detto su che cosa avverrà per i bambini e ragazzi, come si provvederà alle loro esigenze di socializzazione, movimento, cura (se piccoli).

Alla luce di questa situazione, l’Alleanza per l’Infanzia, condividendo le analisi e le proposte anche di altri soggetti, come ad esempio quelle del Forum Disuguaglianze e diversità, indica alcune politiche da attuare subito ed alcune in prospettiva. Tra le prime, accanto ad un assegno temporaneo per i figli minorenni in attesa di una riforma dell’intero sistema dei trasferimenti

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Il Punto

6 ore 29 min fa

A un mese dalla dichiarazione di pandemia da parte dell’Oms, ripercorriamo le tappe della diffusione del virus che ha cambiato il mondo. Per fronteggiarne l’impatto economico in Italia, il governo ha messo a disposizione delle imprese un bazooka di liquidità intermediato dalle banche. Sufficiente in volume, a patto che funzioni da subito. Intanto qualche errore di gestione operativa ha fatto emergere l’idea di riportare la sanità sotto il governo centrale. Con pro e (vari) contro. L’accordo anti-crisi da 540 miliardi raggiunto dai paesi Ue non basterà. È arrivato il momento che la Bce trovi il modo di monetizzare il nuovo debito.
Bloccati per decreto i licenziamenti, comunque ci sono i primi, drammatici effetti del lockdown sul mercato del lavoro. E così il governo ha esteso la cassa integrazione. Che potrebbe, a certe condizioni, essere cumulata con altri lavori. Ogni paese Ue cerca di aiutare il fragile settore della cultura in questo momento. L’esempio migliore arriva dalla Francia.
Non è semplice capire dove sono stati fatti davvero più tamponi. Bisogna rapportarli anche alla dimensione dell’epidemia e alle risorse disponibili. Tra le falle della risposta alla pandemia, tragica quella delle residenze per anziani che accolgono 285 mila persone. E sono troppo poche. Non è vero che le donne siano meno contagiabili dal Covid-19 rispetto agli uomini. Le più giovani e attive sul lavoro purtroppo si ammalano anche loro.

Riccardo Calimani, ex-consigliere della Fondazione di Venezia, commenta l’articolo “La crisi sociale e la garanzia delle fondazioni” di Tito Boeri e Luigi Guiso.

Continuano le puntate de lavoce in capitolo, il podcast de lavoce.info. Ci potete ascoltare ogni mercoledì su tutte le app per i podcast e sul nostro sito. Questa settimana: “La scuola in quarantena“, con Andrea Gavosto.

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Fondazioni, un patrimonio di proprietà degli italiani*

6 ore 33 min fa

In Italia, lo riconoscono tutti, ci sono due emergenze. Dopo quella, ben nota, sanitaria, si annuncia una pesante crisi economica cui bisogna far fronte con decisioni difficili e coraggiose che possano servire di esempio e conquistare la fiducia dei cittadini.
In anni differenti, ben più opulenti, il Parlamento italiano, spinto da potenti gruppi di potere, dette vita alla fondazioni bancarie il cui valore oggi, un poco più un poco meno, si aggira sui 40 miliardi di euro.
Sono ben conscio che per vari motivi non sarà possibile disporre di simile cifra anche perché nei decenni passati molto le fondazioni hanno speso non sempre con criteri ineccepibili. L’emergenza impone tuttavia che, con decreto del governo da convertire in legge, il denaro delle fondazioni, che in origine non è privato e che è patrimonio di tutti i cittadini, sia restituito ai cittadini.
Sono ben conscio che le resistenze possono essere enormi. Oggi, tuttavia, a fronte di una situazione di rara difficoltà occorre dar fondo a risorse di ogni tipo rompendo schemi di pensiero resi obsoleti dalla realtà. Sono ben conscio di essere un piccolo Davide contro Golia, ma, con l’aiuto di tutti, Davide può vincere e il nostro paese può trarre beneficio da risorse insperate e del tutto legittime. Sarebbe un bell’esempio per tutti.

* Riccardo Calimani, ex-consigliere della Fondazione di Venezia

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Un mese di pandemia: a che punto siamo

9 ore 5 min fa

La diffusione del coronavirus ha causato una pandemia che ha interessato in sequenza prima la Cina, poi Italia e Spagna e ora gli Stati Uniti. Le varie fasi dell’emergenza sono associate all’adozione e ai ritardi di attuazione delle politiche di contenimento del contagio.

Un’epidemia diventata pandemia

È passato un mese – era il 12 marzo – dal giorno in cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Who in inglese) dichiarò che la crisi del coronavirus da epidemia era diventata una pandemia. Un’epidemia è la situazione in cui una malattia infettiva da virus si diffonde, cioè ogni soggetto ammalato contagia più di una persona in modo tale che il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. Ma un’epidemia è un fenomeno localizzato e limitato nel tempo. Al 12 marzo l’Oms registrava che il numero dei contagiati registrati aveva superato le 118 mila persone in 110 paesi, con quasi 5 mila morti e decise di dichiarare che il Covid-19 era diventato a tutti gli effetti una pandemia. Se ne parlava da tempo. Ad esempio, Michael Spence, docente nel programma Mba di cui sono direttore, nel ragionare sulle date in cui spostare il suo corso di Growth in Emerging Markets mi scriveva “un mio ex studente ora al Fondo monetario dice che loro sono preoccupati del fatto che questa sia già una pandemia”. Era lo scorso 25 febbraio.

Attraverso i dati messi a disposizione dall’Oms si possono riassumere le varie fasi attraverso cui la pandemia è passata. Per semplicità per descrivere l’evoluzione della malattia mi concentro solo sul numero dei decessi che sono più facili da misurare rispetto al numero dei contagiati. Anche il numero dei deceduti non è misurato perfettamente perché esistono alcune differenze tra paesi nell’attribuzione dei decessi a una malattia piuttosto che a un’altra e perché non tutti decessi da coronavirus sono registrati come tali. Ma nel complesso tali differenze sono molto minori rispetto alla difficoltà di misurazione dell’effettivo numero dei contagiati che include un elevato numero di persone prive di sintomi o con pochi sintomi che nella maggior parte dei casi sfuggono alle stime ufficiali.

Figura 1 – I decessi da coronavirus nel mondo nell’ultimo mese (K=1.000).

In effetti, parlando di pandemia la prima cosa che colpisce è la sua rapidità di diffusione. Il 12 marzo (lo mostra la figura 1) il numero dei decessi era di “solo” 4.980 persone in tutto il mondo. Il 9 aprile i decessi erano 95.766. Con una progressione terribile: il primo raddoppio (a 10 mila) avviene il 19 marzo, cioè dopo una settimana. Poi un’ulteriore accelerazione: bastano 6 giorni per avere un altro raddoppio (a 21 mila) dei morti e bastano 5 giorni per arrivare il 31 marzo al conto di 42 mila persone. Dai primi giorni di aprile si osserva una lieve decelerazione nella crescita assolutadei decessi (figura 2) e così il numero totale dei decessi torna a raddoppiare fino a raggiungere il livello di 84 mila su un periodo lievemente più lungo (7 giorni, il 7 aprile), per poi superare i 95 mila il giorno 9, l’ultimo per il quale ci sono dati.

Figura 2 – Variazione nel numero dei decessi da coronavirus nel mondo nell’ultimo mese.

La pandemia, dalla fase cinese a quella italiana

I dati sulla mortalità distinti per paese indicano che nella sua fase iniziale il virus era diffuso essenzialmente in un paese solo, la Cina. Ancora il 21 febbraio infatti, il giorno in cui si è verificato il primo decesso in Italia e in Spagna, il Covid-19 aveva fatto 2.360 vittime in tutto il mondo. Di questi decessi ben 2.350 erano avvenuti in Cina, il 99,6 per cento del totale. Al 21 febbraio i decessi da coronavirus si contavano sulle dita di due mani: uno ciascuno in Italia, Spagna e Francia, quattro in Iran, due in Corea del Sud. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti in quella data non si era ancora registrato alcun decesso.

Quando però l’Oms dichiara la pandemia la situazione è già cambiata qualitativamente e siamo entrati in pieno in quella che purtroppo potremmo chiamare la fase “italiana” della pandemia. Le settimane tra il 21 febbraio e il 12 marzo vedono infatti un’esplosione nel numero dei decessi in Italia in una misura di gran lunga maggiore che in ogni altro paese. Le cronache di questi giorni ci stanno aiutando a capire di più sulle ragioni e sugli errori derivanti da sottovalutazione e da errata percezione (a fronte di un fenomeno del tutto nuovo) sottostanti a sviluppi tanto drammatici e scioccanti. A documentare in modo scarno e terribile l’avvento della fase italiana della pandemia basta un grafico che confronta l’evoluzione nel numero dei decessi in Cina e in Italia dall’inizio dell’anno fino ad oggi.

Figura 3 – I decessi da cor

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Decreto liquidità, l’importante è fare in fretta

9 ore 49 min fa

Il decreto promosso dal governo garantisce risorse più che sufficienti per le esigenze del sistema delle imprese. Ma è necessario che il bazooka inizi subito a “sparare” liquidità. L’istruttoria approfondita andrebbe riservata solo alle imprese più rischiose.

Stanziamento sufficiente

In un precedente articolo abbiamo proposto un metodo per calcolare i bisogni di liquidità per ogni singola impresa, applicandolo ai bilanci di 720 mila società di capitali italiane per il 2018 (gli ultimi disponibili), che impiegano con quasi 10 milioni di dipendenti. A questa base si applicano le previsioni di variazione dei ricavi che Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici in riferimento a due scenari, uno ottimistico (prevede che l’emergenza sanitaria si attenui dalla fine di giugno) e uno pessimistico (assume che il calo di fatturato dei primi tre mesi si protragga fino a fine anno). I risultati mostravano che un numero consistente di imprese va in crisi molto velocemente, già tra marzo e aprile. La liquidità massima (cioè calcolata sotto lo scenario più sfavorevole) per le imprese che vanno in crisi è di circa 140 miliardi. L’auspicio era quindi che si agisse velocemente e che si mettesse sul piatto liquidità abbondante. Con questa strumentazione possiamo ora valutare il decreto n. 23 dell’8 aprile 2020 (decreto liquidità) rispetto ai parametri indicati.

Per farlo, abbiamo calcolato la liquidità a cui le imprese hanno accesso a seconda delle condizioni definite nel decreto. In particolare, per le Pmi (imprese con meno di 500 addetti) sono previsti (in ordine crescente di liquidità erogabile e di complessità della procedura):

– misura 1: 25 mila euro a garanzia piena ed elargibili senza istruttoria (Fondo centrale di garanzia);

– misura 2: per le imprese con meno di 3,2 milioni di fatturato, fino a un quarto del fatturato del 2019, garantito al 90 per cento dallo stato e al 10 per cento dai confidi (Fondo centrale di garanzia);

– misura 3: fino a 5 milioni, con garanzia statale al 90 per cento (Fondo centrale di garanzia);

– misura 4: fino al massimo fra il 25 per cento del fatturato e il doppio del costo del lavoro, con garanzia statale al 90 per cento (Sace).

Per le grandi aziende, si applica unicamente l’opzione 4, con garanzia pubblica dal 70 al 90 per cento, a seconda della dimensione d’impresa. Con questi limiti, è possibile calcolare l’importo massimo che ogni impresa può ottenere a seconda delle sue caratteristiche e dello strumento attivato. Possiamo quindi verificare se la liquidità fornita dal provvedimento copre i bisogni di ogni singola impresa, come calcolato con il metodo riassunto sopra.

La prima domanda riguarda la copertura. Le garanzie attivate dal governo dovrebbero generare finanziamenti per 400 miliardi.
Secondo i calcoli del nostro precedente articolo, la cifra dovrebbe essere ampiamente sufficiente: e così è. La figura 1 riporta il numero di imprese che vanno in crisi di liquidità mese per mese nello scenario pessimistico, senza il provvedimento e con il provvedimento, assumendo il tiraggio massimo possibile. In pratica, il provvedimento copre la totalità delle imprese: a dicembre sarebbero in crisi di liquidità in 266 mila, che occupano 4,5 milioni di addetti. Di queste, meno di mille (45 mila addetti) non sarebbero in grado di coprire gli ammanchi con la liquidità prevista dalle norme. La copertura teorica è quindi totale.

Figura 1 – Crisi di liquidità con e senza decreto

La velocità dell’intervento

Dato che la copertura c’è, l’efficacia del provvedimento dipenderà dalla sua attuazione. Un primo aspetto riguarda la velocità d’intervento: dato che molte imprese potrebbero entrare in crisi entro i primi due mesi, è cruciale agire velocemente. Mentre i 25 mila euro per le Pmi sono completamente garantiti dallo Stato e dovrebbero essere erogati in tempi brevissimi, gli altri schemi di finanziamento prevedono un’istruttoria, con grado crescente di complessità. È quindi utile verificare quante imprese possono coprire i propri bisogni solo con i 25 mila euro e quante hanno invece bisogno di ricorrere a un’istruttoria.

Figura 2

La figura 2 riporta il numero di imprese che eviterebbero la crisi di liquidità a seconda della misura utilizzata (sinistra) e gli addetti di queste imprese (destra). Consideriamo solo le Pmi, in quanto tutte le grandi sono coperte dall’unica misura prevista. Ci concentriamo sullo scenario base, che prevede un allentamento della crisi a partire da giugno, in questo momento sembra l’esito più probabile.

Già ad aprile 131 mila Pmi andrebbero in crisi di liquidità. Di queste, circa 90 mila coprirebber

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Adesso c’è chi vuole riportare la sanità al centro

11 ore 21 min fa

È una buona idea ricentralizzare la sanità italiana, come chiedono alcuni politici? In realtà è legittimo i sospetto che l’istanza nasconda una scopo solo di potere. Perché il fatto che la gestione dell’emergenza abbia mostrato numerose falle è un problema organizzativo più che istituzionale.

Sta nuovamente salendo di tono il conflitto tra lo stato e le regioni, in particolare la regione Lombardia. La lettura più diffusa è quella di un problema istituzionale, una allocazione delle competenze nella Costituzione inadeguata e confusa. Aggravata dalla oggettiva difficoltà a fornire risposte adeguate a un virus del quale sappiamo ancora troppo poco e quel poco lo stiamo imparando a caro prezzo dagli errori. Persino l’Organizzazione mondiale della sanità, che dovrebbe fornire una guida scientifica sicura, è arrivata in ritardo a riconoscere la pandemia e ancora manda messaggi contraddittori, per esempio su vantaggi e svantaggi nell’uso delle mascherine e dei tamponi.

Problema istituzionale e conflitto politico

Ma il problema istituzionale sembra in realtà la foglia di fico di un conflitto politico: tra le regioni del Nord del paese, in particolare la Lombardia, martoriate dal virus sul fronte sanitario ed economico e controllate dall’opposizione, e il governo nazionale, guidato da forze politiche minoritarie al Nord. Lo si vede dal pericoloso scaricabarile sul caso di Alzano Lombardo che sta emergendo in questi giorni e del quale finirà per occuparsi la magistratura.

Per dare soluzione al problema istituzionale si levano alte le voci per ri-centralizzare la sanità e riportarla tutta nelle mani dello stato, rivedendo le allocazioni di competenze ai diversi livelli di governo definite nel titolo V della Costituzione. Alla ri-centralizzazione si accompagnano le richieste di nuove risorse per la sanità, guidate dalle critiche per l’eccesso di rigore finanziario in passato, con regioni e stato che si accusano a vicenda.

Sul primo punto, non è ovvio esattamente cosa si voglia ottenere con l’accentramento. Se il tema è che la crisi abbia messo in evidenza difficoltà nella gestione della catena di comando, non c’è dubbio; ma il problema è più operativo che legislativo. Esiste infatti un piano nazionale per affrontare le epidemie che specifica con chiarezza responsabilità e catene di comando. Da quando viene dichiarata l’emergenza nazionale (il 31 gennaio nel nostro caso), le funzioni di coordinamento spettano senza ambiguità al Presidente del consiglio dei ministri e l’organo chiave di comando diventa il comitato operativo della Protezione civile, al quale partecipano, oltre al governo, sia le strutture operative nazionali del Servizio nazionale della protezione civile che le amministrazioni regionali. Se problemi di coordinamento ci sono stati, questi dunque non dipendono da carenze legislative, ma da conflitti politici e problemi operativi.

Competenze di stato e regioni

Se invece il tema è che le regioni si sono mostrate troppo autonome e la sanità deve diventare una funzione condivisa tra livelli di governo, è bene ricordare che è già così. Gli spazi di azione per le regioni sono definiti all’interno della cornice definita dalla legge statale: è lo stato che definisce i Lea, livelli essenziali di assistenza, e ne garantisce integralmente il finanziamento; è lo stato che definisce lo standard dei posti letto sulla popolazione e qual è il modello da adottare per pagare gli ospedali. Spetta alle regioni organizzarsi per fornire i servizi ai cittadini e stabilire come rispettare gli standard e i modelli fissati dallo stato. Va anche aggiunto che per la sanità, a differenza di altre funzioni, la riforma costituzionale del Titolo V del 2001 c’entra poco. Il “decentramento sanitario”, nel senso di una maggiore autonomia all’ente regionale nell’organizzazione dei servizi, è avvenuto a cominciare dai primi anni Novanta e con legge ordinaria, in reazione appunto ai guasti creati da un centralismo eccessivo. La riforma del Titolo V si è limitata a fotografare l’esistente. E vista l’eterogeneità dei territori è difficile immaginare che una funzione come la sanità possa in tutti i casi essere decisa dal centro in modo uniforme: una qualche forma di cogestione tra governo nazionale e locale su questa funzione è necessaria.

Impreparati all’emergenza sanitaria

Sul tema del finanziamento e dei tagli si è già scritto. Una razionalizzazione dei posti letto era necessaria ed è stata perseguita anche da altri paesi. È chiaro invece che ci sono stati errori di programmazione. I piani predisposti per affrontare le pandemie sono rimasti sulla carta e il paese è risultato imprep

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Così la Bce può salvare l’Europa

11 ore 22 min fa

L’accordo in seno all’Eurogruppo per 540 miliardi di euro non pare sufficiente a salvare l’Europa dalla grande crisi economica. È importante che la Bce intervenga ancora. Puntando su una monetizzazione del debito dei paesi europei, attraverso acquisti permanenti di titoli pubblici.

La ricerca di strumenti per affrontare la crisi

L’accordo da 540 miliardi di euro raggiunto ieri dai ministri delle finanze dell’Eurogruppo (composti da 100 miliardi accordati dalla Commissione a supporto dei piani nazionali di sussidio all’occupazione; 240 miliardi messi a disposizione dal Meccanismo europeo di stabilità – Mes – per il finanziamento dell’assistenza sanitaria; e 200 miliardi di garanzie ai prestiti alle imprese offerti dalla Bei) rappresentano certamente un passo in avanti nella gestione della crisi finanziaria. Tuttavia non paiono sufficienti a salvare l’Europa dalla più grande crisi economica del secolo.
Nell’attesa che i paesi europei trovino un accordo sull’emissione di una qualche forma di Eurobond o maggiori risorse vengano messe in campo dal bilancio dell’Unione o dal Mes, vale la pena chiedersi se la Banca centrale europea possa, ancora una volta, salvare l’Unione dalla catastrofe.

Cosa è stato già fatto

Nei mesi scorsi la Bce ha deciso di riprendere l’acquisto di titoli pubblici e privati con tre operazioni distinte: a settembre, in una congiuntura che si faceva sempre più recessiva, vara un primo programma da 20 miliardi mensili, che durerà per tutto il tempo necessario; a marzo, in piena crisi sanitaria, decide poi due manovre da 120 e 750 miliardi di euro da spendere entro l’anno. Viene poi ribadito che: “Il capitale rimborsato sui titoli in scadenza (…) continuerà a essere reinvestito integralmente, per un prolungato periodo di tempo (…)”.
In totale, quindi, nel 2020 la Bce acquisterà 1.110 miliardi di titoli più l’ammontare dei titoli in scadenza. Ora, seppure possano apparire importanti, queste cifre sono comunque inferiori agli oltre duemila miliardi messi sul tappeto dall’amministrazione americana e alla promessa della Federal Reserve di acquistare, se necessario, una quantità illimitata di titoli sul mercato.

La ripartizione tra le giurisdizioni dell’area dell’euro degli acquisti di titoli continuerà a essere condotta in base alle quote di capitale della Bce detenute dalle singole banche centrali nazionali, anche se a fine marzo è stato precisato che: “gli acquisti (…) saranno condotti in maniera flessibile, consentendo fluttuazioni nella distribuzione dei flussi di acquisto nel corso del tempo”.
Tenendo conto che la quota di partecipazione della Banca d’Italia al capitale della Bce è del 13,8 per cento, nel corso del 2019 la Banca centrale europea si impegna ad acquistare 145 miliardi (1.050 x 0,138) di titoli italiani, per la stragrande maggioranza di stato, oltre a riacquistare un ammontare di titoli pari a quelli in scadenza. Giusto quale metro di paragone, date le minori entrate e le maggiori uscite, numerosi centri di previsioni stimano per quest’anno un fabbisogno netto dell’Italia tra i 90 e i 100 miliardi, pari a un deficit pubblico superiore al 5 per cento del Pil. Quindi, gli interventi della Bce sarebbero sufficienti non solo a coprire i nuovi fabbisogni, ma anche a permettere di ridurre il debito in scadenza in mano ai privati.
Va anche ricordato che la Bce trasferisce tutti i profitti realizzati su questi portafogli (interessi e guadagni in conto capitale) alle banche centrali nazionali dei rispettivi paesi. In altri termini, i finanziamenti effettuati dalla Bce sono a costo zero.

Figura 1– Acquisti netti mensili della Bce

Figura 2 – Acquisti netti cumulati della Bce

Cosa si dovrebbe fare ancora?

Innanzitutto è probabile che se anche l’ombrello della Bce appare sufficiente a coprire le necessità per quest’anno, certamente non lo è per i prossimi. Da un lato, anche nell’ipotesi che la crisi sanitaria sia superata entro il 2020, è molto probabile che la ripresa sia lenta e graduale. È quindi importante dare agli operatori maggior certezza nel medio periodo e adeguare le risorse messe a disposizione in Europa, portandole allo stesso livello di quelle degli altri principali paesi. Quindi, si dovrebbe subito annunciare un piano di acquisti netti di almeno il doppio di quello messo sul tappeto, magari diluito su un arco di due o tre anni.
In secondo luogo, la Bce potrebbe dare maggiori assicurazioni che il capitale rimborsato sui titoli in scadenza (la cui durata media è oggi di sette anni e mezzo) continuerà a essere reinvestito per un orizzonte più lungo di

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Coronavirus: il senso della Francia per la cultura

Gio, 09/04/2020 - 18:46

Mai come oggi ci accorgiamo dell’importanza della cultura. Che però è un settore economicamente fragile, duramente colpito dai provvedimenti di lockdown. Tra le misure di sostegno varate dalla Ue e dai singoli paesi si distinguono quelle francesi.

Il ruolo della cultura nei momenti difficili

In un momento di emergenza come quello attuale, arte e cultura si rivelano in tutta la loro grande – ma anche fragile – ricchezza.

Mai come oggi musica, film, libri e opere d’arte sono entrati nelle nostre case. Merito del maggiore tempo a disposizione per buona parte di noi, ma anche delle istituzioni e imprese culturali che hanno reso accessibili online (spesso gratis) nuovi contenuti, nonché dei tanti italiani che improvvisano flash mob musicali da balconi e finestre o proiezioni di film sulle facciate degli edifici, nel rispetto delle distanze di sicurezza. Arte e cultura vengono riscoperti nel loro pieno valore di espressione creativa; di medium di incontro, dialogo, coesione; di elemento unificante. L’Italia è un caso di scuola, dice Kerry Kennedy dalle colonne del Corriere della Sera, per la sua forza d’animo, coraggio e senso del bene comune, in un momento di profondo disagio.

Ma arte e cultura, in quanto settori economici, restano estremamente fragili e, quel che è peggio, per certi versi invisibili: la vita di poche istituzioni e imprese note ai più dipende dalla vitalità di molti lavoratori che si trovano nelle “retrovie”. Le chiusure e le cancellazioni che hanno interessato i luoghi d’arte e di cultura produconoconseguenze disastrose, che vanno ben al di là del singolo cinema, museo o teatro. Artisti, autori, registi, guide turistiche, mediatori, curatori, operatori culturali, progettisti sono solo alcune delle professionalità che alimentano queste istituzioni e che rischiano di essere letteralmente travolte: si tratta per lo più di lavoratori autonomi, senza grandi garanzie.

Le misure di sostegno in Europa

Se l’Unione Europea mostra piena flessibilità per le scadenze del programma Europa creativa, sono soprattutto i singoli stati membri – con tempi diversi – a tentare qualche risposta con misure economiche per i settori in maggiore difficoltà, compreso quello della cultura, di cui occorre tenere in vita la capacità di creare legami e valori.

Fondi di emergenza, consultazioni specifiche con enti locali e regionali e sospensione di versamenti per contributi previdenziali e imposte, sono tra le misure più comuni. L’Italia, per esempio, ha istituito il Fondo emergenze spettacolo, cinema e audiovisivo di 130 milioni di euro per l’anno 2020; il Belgio ha creato un fondo di 50 milioni di euro da destinarsi a tutti i settori la cui attività è messa in pericolo dalle misure di confinamento, tra cui la cultura; la Svezia ha annunciato lo stanziamento di circa 90 milioni di euro in più per i settori della cultura e dello sport. In Francia e Olanda sono in corso consultazioni con i comuni per capire come ovviare all’emergenza, mentre in Italia le regioni hanno incontrato (da remoto) il ministro Dario Franceschini per chiedere misure specifiche che tengano conto delle diverse realtà regionali.

I paesi europei hanno adottato anche altre misure specifiche, come per esempio l’emissione di voucher per biglietti di spettacoli, musei e altri luoghi della cultura cancellati o chiusi (Italia) – invece del rimborso del prezzo del biglietto – o la creazione di task force con gli operatori del settore audiovisivo per concordare la diffusione di contenuti pedagogici e artistici di qualità, in tv e sulle piattaforme multimediali (Belgio). In Italia, inoltre, i compensi per copia privata incassati nel 2019 saranno destinati ad autori, artisti interpreti ed esecutori e ai lavoratori autonomi che svolgono attività di riscossione dei diritti d’autore. Infine, agli iscritti al “Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo” è riconosciuta un’indennità, per il mese di marzo, pari a 600 euro, sotto certe condizioni (il decreto con tutte le misure adottate in Italia è disponibile qui).

Non mancano, poi, le iniziative di singoli comuni, come la città di Barcellona che ha avviato dieci misure per il settore, tra cui la splendida azione solidaristica di inclusione del maggior numero possibile di produzioni cancellate nel calendario dei festival programmati per l’estate.

L’esempio positivo della Francia

La Francia, nonostante il ritardo con cui ha riconosciuto la crisi sanitaria, si distingue per la completezza delle misure adottate, che prestano attenzione ai singoli sotto-settori del comparto culturale – frutto di una politica culturale storicamente strutturata e conso

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Ma quale regione ha fatto davvero più tamponi?

Gio, 09/04/2020 - 16:10

Capire dove sono stati eseguiti più test per Covid-19 è più difficile di quanto possa sembrare: molti dei confronti fatti finora potrebbero non fornire la risposta giusta, perché non relativizzano il numero di test alla dimensione dell’epidemia e alle risorse disponibili.

Durante un’epidemia il primo problema che emerge quando si cerca di confrontare il numero di test effettuati è che l’epidemia potrebbe avere avuto tempistiche diverse. Per esempio, prendiamo due regioni immaginarie e supponiamo che l’epidemia abbia la stessa dimensione (misurata come numero totale di casi, rilevati e non) in entrambe ma che cominci prima in una delle due. Confrontare il numero totale o giornaliero di tamponi potrebbe produrre considerazioni fuorvianti fintanto che l’epidemia è in corso perché una regione potrebbe aver fatto più test a oggi semplicemente perché l’epidemia è cominciata prima. Non solo. Anche qualora l’epidemia avesse le stesse dinamiche temporali tra le due regioni rimarrebbe il problema che l’epidemia potrebbe avere dimensioni diverse. Sarebbe quindi naturale che, a parità di  scelte politiche in merito ai test, la regione più colpita dall’epidemia effettuasse più tamponi.

Un primo modo per ovviare a questo problema è quello di rapportare il numero di test totali (o giornalieri) al numero di casi rilevati. Il vantaggio di questo approccio è che permette di tenere in considerazione le diverse dinamiche temporali dell’epidemia e, idealmente, anche le differenze regionali circa la dimensione dell’epidemia e la popolazione residente.

Il problema principale di questo approccio è però che i casi rilevati potrebbero differire da quelli effettivi (rilevati e non) come risultato di differenti politiche sui tamponi. Per esempio, supponiamo che nella nostra regione immaginaria ci siano dieci persone e che di queste una sia infetta con sintomi gravi, sette siano infette con sintomi lievi e due non lo siano affatto. Supponiamo poi che venga adottata una politica sui tamponi consistente nel testare solamente i malati gravi e gli individui che appaiono perfettamente sani. Ne risulteranno tre tamponi effettuati e di questi solo uno positivo. Se ne potrebbe concludere che vengono fatti tre tamponi per ogni caso. Ma questo è fuorviante perché in realtà sono stati fatti tre tamponi su un totale di otto casi effettivi, pari circa a un tampone ogni tre casi effettivi. Serve quindi una stima del numero dei casi effettivi.

Una soluzione per comparare il numero di test alla dimensione dell’epidemia

La soluzione proposta è quella di stimare i casi effettivi con una semplice procedura e rapportare il numero di test effettuati e al numero di casi effettivi. Sulla base della stessa idea di fondo di questo altro articolo, secondo l’Istituto superiore di sanità, i decessi di oggi sono da attribuire in media ai casi che hanno manifestato sintomi circa otto giorni fa. Applicando le stime di letalità plausibile proposte dall’influente report dell’Imperial College prodotto da Neil Ferguson e colleghi alla struttura demografica italiana, ne risulta che la letalità plausibile del coronavirus in Italia è circa dell’1,5 per cento. Dividendo i deceduti totali ad oggi per il tasso di letalità plausibile dell’1,5 per cento possiamo stimare il numero di casi effettivi a circa otto giorni fa. A quel punto è possibile calcolare il numero di tamponi totali rapportato al numero di casi effettivi regione per regione, come illustra la figura 1.

La figura mostra i tamponi per caso effettivo al 30 Marzo (nove giorni fa). Le cinque regioni che hanno effettuato più test (in verde) relativamente alla dimensione dell’epidemia sono Umbria, Calabria, Veneto, Lazio e Basilicata, con almeno due test effettuati per ogni caso effettivo. Chiaramente, alcuni di questi test sono stati eseguiti su individui non infetti, mentre alcuni degli infetti non sono stati testati. Le cinque regioni che hanno testato meno (in arancio) hanno effettuato circa un test ogni tre casi effettivi (Piemonte e Marche), uno ogni quattro (Liguria e Valle d’Aosta) e uno ogni cinque (Lombardia).

Dividere i tamponi totali per i casi effettivi totali nasconde però l’andamento nel tempo di questo rapporto. La figura 2 riporta quindi l’evoluzione temporale dei tamponi giornalieri divisi per i casi effettivi per le regioni che hanno testato meno (sempre in arancio) e quelle che hanno testato di più (sempre in verde):

Figura 2 – Tamponi per caso effettivo: evoluzione temporale

La figura mostra come il numero di test per caso effettivo sia sempre stato superiore nelle regioni in verde. Come mai queste forti differenze regionali? Ci sono due possibili

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Residenze per anziani: un’emergenza nell’emergenza

Gio, 09/04/2020 - 12:41

Il Covid-19 ha fatto molte vittime nelle residenze per anziani. La diffusione del virus è stata favorita dalle condizioni del sistema, sempre più specializzato nel trattamento sanitario della non autosufficienza grave e finanziariamente molto precario.

La situazione delle Rsa in Italia

I numerosi contagi e decessi dentro le strutture residenziali per anziani hanno suscitato notevole allarme. La forte diffusione della pandemia in quei contesti è indubbiamente favorita dal fatto che vi si concentrano persone in età avanzata. Peraltro, strutture di questo tipo dovrebbero offrire una particolare tutela sanitaria nel limitare il contagio.
Nella ricerca delle possibili cause, ci siamo chiesti quale sia la situazione delle strutture residenziali del nostro paese. I dati Ocse e Istat, pur limitati, consentono una prima ricostruzione del settore e delle principali tendenze degli ultimi anni, di cui proponiamo qui una sintesi.
Nelle strutture residenziali del nostro paese sono ricoverati 285 mila anziani over 65, di cui gran parte sono ultraottantenni (il 75 per cento), donne (il 75 per cento) e non autosufficienti (il 78 per cento). La cifra corrisponde all’1,9 per cento dell’intera popolazione over 65 (stima Oecd, figura 1). La distanza rispetto agli altri paesi è notevole. Il tasso di copertura dell’Italia è circa la metà di quello della Spagna, un terzo di quello tedesco, quasi un quarto rispetto a quello di Svezia e Olanda (figura 1). Ci superano anche Giappone, Corea e persino gli Stati Uniti. Dietro a noi troviamo soltanto la Polonia.
Lo scarso sviluppo delle residenze per anziani si lega indubbiamente alla centralità nel nostro paese della permanenza a domicilio dell’anziano, sostenuta da reti familiari forti e più di recente dal fenomeno delle badanti. Tuttavia, la carenza di politiche nazionali e di investimenti nel settore ha giocato un ruolo cruciale. I dati Oecd lo segnalano in misura lampante: in altri paesi caratterizzati da legami familiari forti (come Spagna e Corea), il tasso di copertura è notevolmente più elevato che nel nostro. Sono peraltro numerosi gli studi che mostrano come l’aumento della domanda di cura è stato affrontato nel nostro paese mediante un incremento sensibile dei trasferimenti monetari (nella forma di Indennità di accompagnamento, a cui accedono oggi quasi 2 milioni di cittadini con invalidità al 100 per cento) e senza alcuna crescita significativa nei servizi residenziali (anche a causa della invarianza negli anni dei finanziamenti a carico del Sistema sanitario nazionale).

Figura 1 – Quota di ricoverati over 65 anni in strutture residenziali, per paese, 2017 (dati per mille abitanti)

Fonte: Oecd Health Statistics online database (marzo 2020)

L’evoluzione recente

Le tendenze degli ultimi anni evidenziano la criticità della situazione. Pur con un aumento degli anziani non autosufficienti presenti nel paese, nel periodo 2009-2016 (ultimo anno disponibile) il numero dei ricoverati è diminuito del 5 per cento, pari a 15 mila persone (figura 2). Sono diminuite soprattutto le persone autosufficienti (-13mila utenti), mentre è aumentata la quota di ricoverati ad alta intensità sanitaria (+22 mila utenti). Alla contrazione e fragilizzazione dei ricoverati si è accompagnata una forte sanitarizzazione delle strutture: sono infatti notevolmente aumentati i ricoverati in “residenze ad alta intensità sanitaria”, ovvero strutture le cui prestazioni richiedono trattamenti intensivi, essenziali per il supporto alle funzioni vitali.

Figura 2 – Variazioni 2009-2016 nel numero dei ricoverati per categoria

Fonte: I.Stat online database (marzo 2020)

Anche le forme di gestione hanno subito un profondo cambiamento (figura 3).
Si è registrata una riduzione significativa (pari al 15 per cento) del personale medico, compensato da un aumento di pari proporzioni nel personale adibito alla cura delle persone e alla sostanziale stabilità del personale infermieristico. Più forte è la sanitarizzazione delle strutture, quindi, minore è la presenza di personale medico qualificato.
In secondo luogo, si è ridotto notevolmente il peso del settore pubblico. Alla perdita complessiva di circa 25 mila posti letto nelle strutture pubbliche (soprattutto nelle società pubbliche di servizio), corrisponde un aumento di circa 20 mila posti letto nelle strutture private (soprattutto in quelle gestite da cooperative e cooperative sociali), che in gran parte operano in convenzione con il Ssn e ricevono una quota sanitaria di rimborso degli oneri di ricovero equivalente a quella delle analoghe strutture pubbliche. Tra le ragioni della privatizzazione, conta l’idea che il

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Mercato del lavoro già contagiato dal coronavirus*

Gio, 09/04/2020 - 10:48

I dati delle comunicazioni obbligatorie del Veneto offrono prime indicazioni sugli effetti della crisi sanitaria sul mercato del lavoro. Rispetto al 2019, peggiorano tutte le componenti della domanda di lavoro. Fermi i licenziamenti, bloccati per decreto.

Analisi sulle comunicazioni obbligatorie

La diffusione del virus Covid-19 nel paese costituisce uno shock al sistema produttivo di natura e intensità straordinarie: in tale contesto, per l’azione di policy, è fondamentale disporre del maggior numero di informazioni possibile, anche di tipo non tradizionale.

Sul mercato del lavoro, le comunicazioni obbligatorie (Co) rappresentano un patrimonio informativo prezioso. Con il monitoraggio tempestivo e accurato della dinamica della domanda di lavoro delle imprese è possibile anche valutare se estendere gli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione e la Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego), deputati a mitigare gli effetti dell’emergenza sanitaria sui redditi da lavoro dipendente.

Le comunicazioni obbligatorie raccolgono i dati che i datori di lavoro sono tenuti a notificare al sistema informativo dei servizi per l’impiego per via telematica, in merito a tutte le attivazioni, trasformazioni, proroghe e cessazioni dei rapporti di lavoro.

In questo articolo presentiamo alcune evidenze preliminari relative alla regione Veneto, sede di uno dei primi focolai dell’epidemia (Vo’ Euganeo) e tuttora uno degli epicentri dell’emergenza sanitaria. I dati permettono di valutare la dinamica dei saldi aggregati (la differenza tra attivazioni e cessazioni) dei principali rapporti di lavoro alle dipendenze (contratti a tempo indeterminato, contratti di apprendistato, contratti a tempo determinato) afferenti ad aziende del settore privato, nel periodo compreso tra il primo febbraio e il 5 aprile. L’analisi della dinamica occupazionale in Veneto è particolarmente rilevante anche per il resto del paese: vi si concentra una parte considerevole delle attivazioni nette registrate in Italia in un anno (come mostrato qui).

Per avere un’idea dell’impatto del Covid-19 sul mercato del lavoro costruiamo, a partire dal primo febbraio, la serie del saldo giornaliero cumulato (Scg) e mostriamo in alcuni grafici la differenza tra quanto osservato nel 2020 e quanto registrato nello stesso periodo del 2019 (linea viola spessa). In ogni grafico, la prima linea rossa verticale indica il lunedì successivo all’emanazione del primo decreto legge relativo all’emergenza sanitaria (24 febbraio; decreto 6 del 23 febbraio 2020); la seconda è posizionata in corrispondenza del lunedì in cui è stata presa la decisione di estendere il “lockdown” all’intero territorio nazionale (9 marzo; Dpcm 9 marzo 2020).

La figura 1 mostra che nelle prime tre settimane di febbraio la dinamica del saldo giornaliero cumulato è stata simile a quanto osservato nel 2019 (cioè, la linea viola assume valori vicini allo 0). A partire dalla scoperta dei primi focolai, la linea viola subisce un repentino cambio di inclinazione e assume valori via via più negativi: ciò significa che, dall’ultima settimana di febbraio in poi, la creazione netta di posti di lavoro è stata peggiore rispetto a quanto registrato nello stesso periodo dell’anno precedente. L’entità del deterioramento è significativa: al 22 marzo, il Sgc era pari a circa 14 mila unità, solo il 40 per cento di quanto registrato alla stessa data un anno prima. Nelle due settimane successive la situazione è ulteriormente peggiorata: all’ultima data disponibile (5 aprile) il Sgc era sostanzialmente nullo, contro le 40 mila posizioni di lavoro nette create alla stessa data del 2019.

Figura 1 – Posizioni di lavoro dipendente nel settore privato del Veneto. Variazione del saldo giornaliero cumulato registrato tra il 1° febbraio e il 5 aprile 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Contributo di assunzioni e cessazioni.Nota: elaborazioni degli autori sulle Co del Veneto (Agenzia Veneto Lavoro). Poiché il 2020 è bisestile, i flussi del 29 febbraio sono stati sommati a quelli del 28 febbraio.

La figura 1 inoltre mostra che la differenza negativa riflette il sostanziale calo delle attivazioni; le cessazioni cumulate alla fine del periodo di osservazione sono leggermente inferiori rispetto a quanto registrato un anno prima e quindi mitigano marginalmente il deterioramento del Sgc. Il blocco dei licenziamenti previsto dal decreto “Cura Italia” e le minori attivazioni a termine sono verosimilmente alla base del calo delle cessazioni registrato da fine marzo.

Cosa accade ai contratti a termine

Nella figura 2 evidenziamo il contributo delle div

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Cassa integrazione, superare il tabù del cumulo*

Mer, 08/04/2020 - 14:47

Con l’attuale ordinamento si rischia il paradosso di avere milioni di persone ferme mentre molte imprese, anche nei settori essenziali, non trovano manodopera: un disincentivo che non ci possiamo permettere. Gli esempi in Europa non mancano.

Uno strumento utile ma non privo di costi

Per contrastare l’impatto sociale conseguente alla paralisi delle attività produttive il governo ha allargato di molto le maglie della cassa integrazione guadagni (Cig) estendendo la cassa in deroga a tutte le imprese, indipendentemente dal settore produttivo e dalla dimensione occupazionale. Non è una specificità italiana, anzi: l’80 per cento dei paesi Ocse ha esteso o introdotto misure di riduzione del tempo di lavoro (dalla famosa Kurzarbeit in Austria e Germania allo chômage partiel in Belgio e Francia fino ai nuovi schemi introdotti in Australia e Regno Unito) e anche la Commissione europea ha presentato un piano (Sure) per aiutare gli Stati a finanziare questi strumenti.
A differenza di un’indennità di disoccupazione (la Naspi in Italia), le misure di riduzione dell’orario come la Cig consentono di conservare in vita il rapporto di lavoro, sospendendone l’esecuzione. Si tratta di uno strumento particolarmente utile nei casi di riduzione o blocco temporaneo dell’attività produttiva. Il congelamento dei contratti di lavoro in essere è importante non solo per salvaguardare la prospettiva occupazionale dei lavoratori, ma anche per conservare intatto il patrimonio di competenze professionali che serviranno alle aziende per agganciare senza ritardi la ripresa delle attività produttive. Durante la crisi finanziaria questo ha permesso di salvare milioni di posti di lavoro in diversi paesi europei.

Tuttavia non si tratta di uno strumento privo di costi. Una delle controindicazioni più discusse è legata al suo possibile utilizzo distorto in sostituzione del sussidio di disoccupazione: se il lavoratore viene bloccato in un’impresa senza prospettiva si riduce la mobilità lavorativa verso altre imprese, necessaria alla ripresa. Un problema meno dibattuto riguarda la possibilità di cercarsi un impiego temporaneo durante il periodo di sospensione – parziale o integrale – dell’attività lavorativa principale. La normativa italiana scoraggia fortemente l’occupazione temporanea in un altro lavoro regolare durante il periodo di riduzione dell’orario, vietando il cumulo additivo tra retribuzione e trattamento di cassa integrazione. Oggi, infatti, i lavoratori sospesi in Cig si vedono sottrarre dal trattamento di integrazione salariale quanto da essi percepito a titolo di retribuzione (a meno che il nuovo lavoro non si svolga in orari diversi da quelli coperti dalla cassa integrazione, come nel caso di due lavori part-time). Chi aveva un lavoro a tempo pieno non ha nessuno incentivo a cercarne un altro durante il periodo di Cig, a meno che il secondo lavoro non sia in nero.
In tempo di Covid-19 tale disincentivo rischia di diventare un problema molto serio perché, se da un lato numerose aziende sono costrette temporaneamente a chiudere, dall’altro ci sono settori “essenziali” che invece non trovano mano d’opera (in particolare nella catena agroalimentare ma anche nell’e-commerce, nella logistica e nella sanità). Questo squilibrio è probabilmente destinato a perdurare e a crescere se, come sembra, la riapertura sarà graduale e selettiva. Nei prossimi mesi potremmo trovarci nel paradosso di avere un numero mai così elevato di persone che non lavorano mentre alcune imprese non trovano manodopera.

Una proposta

È necessario quindi liberare le professionalità “congelate” in Cig rimuovendo ogni ostacolo alla possibilità di lavorare temporaneamente in altre imprese senza dover rinunciare al posto di lavoro rimasto sospeso, come ha chiesto anche Tito Boeri su Repubblica del 31 marzo.
In altri paesi è possibile. In Francia, per esempio, a meno di clausole di esclusività nel contratto e nel rispetto dei principi di lealtà e non concorrenza, il lavoratore può impiegarsi altrove percependo sia lo chômage partiel sia lo stipendio del nuovo lavoro; nelle ultime settimane questo è stato esplicitamente incoraggiato per aiutare la filiera agroalimentare.Discorso analogo per il nuovo schema che il Regno Unito ha messo in piedi per questa crisi e che sarà operativo nei prossimi giorni: è possibile lavorare per un altro datore di lavoro senza perdere l’indennità di “cassa integrazione”, che è pari all’80 per cento del salario. Nella Kurzarbeit tedesca solitamente il cumulo non è possibile ma nel contesto di questa crisi è stato autorizzato (con alcuni limiti) per l’impiego i

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Ma davvero le donne sono più resistenti al Covid-19?

Mer, 08/04/2020 - 13:01

Le donne sembrano essere meno suscettibili degli uomini al contagio da Covid-19. Ma non è vero per quelle che hanno meno di 50 anni. La spiegazione potrebbe essere nei tassi di occupazione, che per le più giovani sono vicini a quelli degli uomini.

Il contagio per fascia di età

Non sarebbe la prima volta che le donne prendono il posto degli uomini nei luoghi di lavoro. In Italia è già successo in almeno in due occasioni, quando durante la prima e la seconda guerra mondiale hanno sostituito gli uomini che erano al fronte.
La possibilità di “mandare avanti” le donne, quando l’attività economica dovrà gradualmente riprendere dopo la rimozione delle misure di distanziamento sociale imposte dall’epidemia di Covid-19, è stata ventilata ripetutamente. Le donne italiane stanno infatti dimostrando una minore suscettibilità al contagio rispetto agli uomini. Gli ultimi dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità consentono di approfondire la questione. Fino al 6 aprile 2020 risultano in Italia oltre 124.500 casi diagnosticati di Covid-19, di cui la maggioranza (il 53,1 per cento) effettivamente di sesso maschile. Suddividendo i dati per fasce di età, si nota tuttavia che tra i 20 e i 49 anni il numero di casi è in realtà maggiore per le donne. Per esempio, nella fascia 20-29 i maschi sono solo il 43,3 per cento. È soltanto dopo i 50 anni che tra i contagiati le donne sono superate dagli uomini, per poi prevalere di nuovo nella fascia degli ultranovantenni, tra cui sono più rappresentate per motivi demografici.
Anche la letalità appare più elevata per gli uomini, in tutte le fasce di età. Va tuttavia notato che, tra i 20 e i 49 anni, i decessi da Covid-19 sono per fortuna talmente rari da non consentire un confronto affidabile tra sessi. Letalità a parte, mancano ancora dati disaggregati che documentino in quanti casi è stato necessario il ricovero o il ricorso alla terapia intensiva e che permettano quindi di valutare la relativa gravità del decorso della malattia a seconda del genere.
Nel confrontare i dati sul contagio tra sessi, risulta dunque determinante tenere conto dell’età. Virologi ed epidemiologi hanno proposto diverse spiegazioni del relativo vantaggio (in media) delle donne di fronte al contagio (vantaggio peraltro per nulla confermato in molti altri paesi). Sono state avanzate ipotesi di tipo biologico, genetico, epidemiologico, comportamentale. Per esempio, le donne potrebbero essere più protette grazie al loro diverso equilibrio ormonale, alla minore incidenza tra di loro di fumo e co-morbilità, al loro atteggiamento tendenzialmente più ligio di fronte alle norme, alla loro abitudine a un più frequente lavaggio delle mani. Nessuna di queste ipotesi è però stata modulata in base all’età, elemento che invece appare decisivo alla luce dei dati.

Occupazione e Covid-19

Il punto qui è dimostrare che esistono fattori economici e sociali in grado spiegare non solo la differenza tra sessi di fronte al virus, ma soprattutto come questa si inverta a seconda dell’età. Una chiave interpretativa è il relativo profilo occupazionale. Le fasce di età in cui le donne sono più a rischio Covid-19 rispetto agli uomini sono infatti quelle in cui il loro tasso di occupazione è più simile a quello degli uomini. Fermo restando che il tasso di occupazione maschile è maggiore di quello femminile in tutte le fasce di età, i dati Istat per il 2019 rivelano che il divario occupazionale di genere è al suo minimo tra i 25 e i 34 anni e resta relativamente contenuto fino ai 54, per crescere marcatamente tra i 55 e i 64 anni, ovvero proprio quando si riscontra per l’Italia il massimo vantaggio del sesso femminile di fronte al Covid-19.
È dunque legittimo avanzare l’ipotesi – che potrà essere adeguatamente verificata solo quando saranno disponibili dati più completi – che il fatto che le donne si ammalino meno di coronavirus nelle fasce di età relativamente avanzate possa essere dovuto anche a una minore esposizione al rischio di contagio, perché proprio a quell’età le donne lavorano meno ed è ormai chiaro che chi sta casa corre meno rischi di infettarsi rispetto a chi va al lavoro. Ne consegue che “mandare avanti” le donne potrebbe addirittura aggravare il problema invece di risolverlo, tanto più perché non abbiamo alcuna informazione sulla gravità relativa del manifestarsi della malattia.
Non ci soffermiamo qui sui motivi per cui oltre una certa età le donne lavorano meno degli uomini, rispetto alla media – motivi che peraltro sono già largamente studiati.
Resta invece da capire perché nelle fasce di età più giovani le donne si stanno dimostrando più (e non meno) suscettibili al contagio. Tra le poss

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Il Punto

Mar, 07/04/2020 - 15:49

La pandemia offre alle fondazioni bancarie l’occasione per concentrarsi sul loro compito fondamentale, il sostegno del sistema economico e sociale. Una simulazione con dati dettagliati ci dice che l’impatto del lockdown sui redditi delle famiglie è molto pesante. Diamo anche un po’ di numeri su come si distribuiscono i lavoratori, per età e genere, nei settori chiusi o aperti per la crisi sanitaria. E facciamo vedere quanto l’esposizione e la vulnerabilità al virus dipendano (e non dovrebbero!) anche dalle diseguaglianze sociali.
Si discute molto su come (Mes o eurobond) si debba finanziare la ricostruzione post-pandemia. Meno controverso è cosa la Ue – più che i singoli stati – debba finanziare, cioè la ricostruzione di capitale umano e sociale. Intanto è utile riflettere sui ritardi e reticenze della Cina nel rivelare il contagio che ha facilitato la diffusione di Covid-19.
Una certa confusione sui dati dei decessi da Covid-19 domina i media più o meno tradizionali. Vediamo perché le cifre ufficiali siano difficilmente confutabili. A patto di imparare a leggere i numeri correttamente. Mentre restano all’ordine del giorno produzione, distribuzione e uso di mascherine, prima difesa dal virus.

Andrea Boitani e Roberto Tamborini rispondono ai commenti dei lettori al loro articolo “Coronabond, titoli di cittadinanza europea”.

Continuano le puntate de lavoce in capitolo, il podcast de lavoce.info. Ci potete ascoltare ogni mercoledì su tutte le app per i podcast e sul nostro sito. Domani: “La scuola in quarantena”, con Andrea Gavosto.

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Se la pandemia accentua le disuguaglianze di salute

Mar, 07/04/2020 - 15:26

Le classi sociali più basse sono più esposte al coronavirus e ne subiscono le conseguenze più gravi. È una disuguaglianza di salute socialmente determinata e, finita l’emergenza, si dovrà pensare a risolverla. Chiamando in causa il Servizio sanitario.

L’esposizione al Covid-19 non è uguale per tutti

L’epidemia di coronavirus crea drammatici problemi, che si cerca di affrontare in questi giorni. Ma riporta anche in primo piano il tema delle disuguaglianze socialmente fondate di salute. Risolverle ora non è possibile, ma su di esse occorrerà ritornare non appena la crisi sarà superata se si vuole che il diritto costituzionale al godimento di una buona condizione di salute sia davvero tutelato per tutti e qualora si verificassero nuovi eventi epidemici.

È certamente vero che Covid-19 genera lutti ovunque, in Italia in particolare tra gli anziani, e che tutti questi lutti devono essere egualmente pianti.Non è però vero che, a parità di età, i vari gruppi sociali siano esposti nella stessa misura all’epidemia (così come ad altre analoghe infezioni) e siano ugualmente vulnerabili alle sue conseguenze più letali.

Iniziamo dalla questione dell’esposizione a Covid-19. Quanti svolgono ruoli dirigenziali e di stampo intellettuale (medici a parte), assieme alla stragrande maggioranza dei colletti bianchi (tecnici ospedalieri e personale infermieristico esclusi), possono effettuare il proprio lavoro a casa e, comunque, in ambiente protetto. Non è così per un numero non marginale di componenti delle classi operaie, soprattutto quelli con rapporti precari di impiego che lavorano in microimprese a basso livello di sindacalizzazione. Per molti versi, la maggiore esposizione di tutti costoro al contagio si configura come una conseguenza, forse ineliminabile, della divisione sociale e tecnica del lavoro e della configurazione della struttura produttiva italiana. Ma ciò che qui importa sottolineare è il fatto che i livelli della loro tutela dal contagio rischiano di essere non pienamente adeguati sia per le difficoltà di reperire i necessari presidi di protezione, sia per un mancato – e forse anche non facile da realizzare – innalzamento dei livelli di vigilanza sull’esposizione al virus nelle singole situazioni lavorative.

Una preoccupazione simile vale per la disuguale vulnerabilità alle conseguenze più gravi del contagio. Sappiamo che la presenza di malattie croniche predispone a esiti particolarmente negativi dell’infezione da Covid-19 e sappiamo che, a parità di altre condizioni, la loro presenza cresce progressivamente all’abbassarsi della posizione sociale. Per esempio, a Torino nel 2018, a sesso ed età identici, le persone con diabete di tipo 2 (una delle malattie croniche fortemente predisponenti per un esito infausto del contagio) ammontavano al 4,5 per cento dei laureati e al 13 per cento dei soggetti con la scuola dell’obbligo. Altrettanto disuguale è la distribuzione delle altre malattie croniche bersaglio delle forme letali di Covid-19, come la broncopneumopatia cronico ostruttiva, la cardiopatia ischemica, la vasculopatia cerebrale, lo scompenso cardiaco. Anche per questa seconda ragione crediamo che, quando tutto sarà finito, si vedrà che l’infezione, lungi dall’operare in modi egualitari, avrà inciso, in termini di contagi e ancor più di decessi, in misura proporzionalmente maggiore negli strati sociali inferiori.

Se la disuguale esposizione al contagio è imputabile, principalmente, ai modi della divisione sociale del lavoro, può essere moderata solo da adeguate misure organizzative e individuali di protezione. Quanto alla disuguale vulnerabilità, occorre ricordare che le persone di bassa posizione sociale subiscono conseguenze più severe del contagio sia perché si ammalano più frequentemente di malattie croniche (a causa di maggiore esposizione nel passato a fattori di rischio ambientali, lavorativi, voluttuari e psicosociali), sia perché si aggravano più in fretta perché sono meno in grado di avvantaggiarsi delle cure disponibili. Ammalarsi in modo disuguale chiama in causa, dunque, le politiche educative, del lavoro, di welfare e ambientali, ma, almeno per quanto attiene a gestioni disuguali della malattia, anche il Sistema sanitario nazionale.

I problemi del Sistema sanitario nazionale

Di recente, e con intensità cresciuta negli ultimi giorni, si è sostenuto che le difficoltà nelle quali si trova il Ssn sono dovute alle politiche di austerità che ne avrebbero ridotto le capacità d’intervento. Sono politiche seguite da tutti i governi nazionali e regionali a partire dal 2008, con una parziale correzione di rotta nell’ult

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Mascherine, l’ancora di salvezza

Mar, 07/04/2020 - 15:26

C’è un modo semplice per limitare i contagi tra persona sana e persona infetta: indossare la mascherina. Renderle obbligatorie permette di salvare vite. E potrebbe permettere anche di riprendere le normali attività. Aumentarne la produzione è possibile.

L’obiettivo primario

In questi giorni, le scelte governative su alcuni aspetti legati all’epidemia di coronavirus appaiono ad alcuni insufficienti o confuse. In particolare, vengono messi in discussione gli orientamenti sull’uso dei tamponi, sul conteggio dei contagiati, sulla possibilità di utilizzare tecnologie sofisticate per tracciare a ritroso i movimenti e le interazioni di chi venga individuato come contagiato, e così via.

Si tratta di un dibattito interessante, ma non risolutivo. Sul piano operativo, infatti, l’obiettivo principale resta quello di sopprimere il meccanismo di diffusione dell’epidemia. E dato che il virus si trasmette grazie all’incontro tra una persona infetta e una sana, si punta ad abbattere il numero dei contatti potenzialmente infettivi. Tutti gli altri elementi hanno un rilievo di tipo residuale: stanno all’obiettivo principale come l’asciugare il pavimento sta al chiudere il rubinetto di un lavandino dal quale l’acqua stia traboccando.

L’obiettivo dell’abbattimento dei contatti pericolosi si può raggiungere in due modi:

– ridurre il numero di incontri

– ridurre la pericolosità di ciascun incontro.

Si tratta ovviamente di due modi complementari e non alternativi.

La strategia del governo

Il primo modo è al centro della strategia del governo, esplicitata dalle varie misure di contenimento adottate con i successivi decreti del presidente del Consiglio dei ministri. Ha il difetto di presentare enormi costi economici, al punto che si rende necessario prevedere un gran numero di deroghe a quelle misure (fabbriche che continuano a funzionare, mezzi pubblici in circolazione, supermercati aperti), con la conseguenza di attenuarne notevolmente l’efficacia. A tre settimane dall’adozione delle misure di contenimento, il tasso di crescita del numero di contagiati in Italia si è ridotto a circa un quarto rispetto a quello, esplosivo, misurato nei primi giorni dell’epidemia. È un buon risultato, ma siamo lontani dall’averla sconfitta: nella prima settimana di marzo il tempo necessario per veder raddoppiare i contagi era inferiore ai due giorni e mezzo; ora è lievemente superiore a otto giorni e mezzo.

L’importanza della mascherina

Il secondo modo per ridurre i contatti pericolosi fa riferimento alla modalità di diffusione del contagio. Per fortuna, sembra essere ben compresa e consiste nella trasmissione della saliva a causa di starnuti e colpi di tosse, ma anche del semplice parlare.

Un modo semplicissimo di contenere l’emissione di saliva è l’uso della mascherina. Si obietta che quelle migliori (indicate con la sigla FFP2 e FFP3) non si trovano in commercio. Quelle più semplici – le cosiddette mascherine chirurgiche – si trovano solo talvolta. Sono tutte osservazioni corrette, che dovrebbero indurre il governo a dare disposizioni perché ne vengano prodotte, dell’uno e dell’altro tipo, in misura sovrabbondante, nello stesso modo in cui una volta, quando scoppiava una guerra, si intensificava la produzione di munizioni, anche riconvertendo industrie specializzate in altri prodotti.

C’è però una contro-osservazione pregnante: le specifiche tecniche delle mascherine sono rilevanti quando si tratti di proteggere chi le indossa dalla saliva altrui. L’obiettivo di cui stiamo parlando è invece, in primo luogo, proteggere gli altri dalla saliva di chi le indossa. E a questo scopo funzionano ottimamente le mille soluzioni artigianali che ciascuno può escogitare: dalla mascherina di cotone fatta in casa con uno straccio da cucina ripiegato e opportunamente assicurato in modo da ricoprire bocca e naso, alle mascherine di Scottex casa, fino alla sciarpa avvolta intorno al viso o, più comodo, lo scaldacollo opportunamente sollevato.

Finora, l’Organizzazione mondiale della sanità e le sue derivazioni (inclusi i consulenti del governo) hanno ribadito il mantra secondo il quale le mascherine

– non proteggono in modo completo chi le indossa

– vanno indossate solo dal personale sanitario o da chi assiste persone contagiate

– vanno indossate, allo scopo di difendere gli altri, solo quando si sospetti di essere portatori del virus.

È evidente come le prime due indicazioni hanno a che fare solo con la tutela propria e non contraddicono quanto qui proposto. La terza indicazione sarebbe perfettamente coerente con quella qui proposta, se non fos

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Perché i coronabond sono una buona idea

Mar, 07/04/2020 - 15:15

Sul nostro articolo “Coronabond, titoli di cittadinanza europea i lettori hanno sollevato tante questioni interessanti. E di ciò li ringraziamo. Proviamo a rispondere raggruppando i vari temi, nella speranza di chiarire il più possibile il senso e la portata della nostra proposta disponibile in forma più estesa e in 3 lingue sul sito di Friedrich Ebert Stiftung.

Il regalo del Nord

Alcuni ritengono che l’emissione di Covid-bond (o coronabond o come li si voglia chiamare) sarebbe un regalo dei paesi-formica del Nord a paesi-cicala del Sud, premiando l’inefficienza di questi ultimi e in particolare dell’Italia.

Non si capisce perché e come questo regalo dovrebbe avvenire. Con l’attuazione della nostra proposta non ci sarà nessun trasferimento di spesa tra stati. Le inefficienze nazionali (certo quelle italiane) esistono; bisogna chiedersi se è più probabile superarle attraverso il germe di “condivisione di sovranità” della nostra proposta, o andando avanti da soli in piena sovranità fiscale raccogliendo i saldi a debito e spendendoli come ci pare. Se fossimo cittadini europei sospettosi dell’Italia ci porremmo questa domanda: è meglio associare gli italiani in un piano collettivo di spesa controllata o lasciarli andare da soli a gestire un debito del 150 per cento del Pil? Forse per questi cittadini europei sarebbe meglio che l’Italia uscisse finalmente dall’euro, ma guarda caso, questa è la volontà dei sovranisti.

In ogni caso, le risorse raccolte con l’emissione di questi Covid-bond non saranno sussidi, e non saranno “soldi altrui”. Ogni paese contribuirà al fondo di garanzia con quel che gli spetta, e riceverà quel che gli spetta in base alla leva finanziaria. Le manchevolezze storiche del nostro paese qui non c’entrano. Premesso che, secondo Olivier Blanchard, qui e ora, “the Italian government is behaving extremely responsibly – more so than many” (13 marzo), il problema, qui e ora, è quale sia il modo migliore di realizzare il “whatever it takes” fiscale (secondo l’espressione di Mario Draghi sul Financial Times) per tutti i paesi europei. L’esempio che più si avvicina alla nostra proposta è la Bei, che ha un capitale versato dai paesi membri, si finanzia regolarmente e senza nessun problema sui mercati internazionali  (i suoi bond sono ampiamente detenuti dalla Bce), è una delle più solide e longeve banche multilaterali del mondo, finanzia progetti nazionali per decine e decine di miliardi ogni anno. L’Italia, purtroppo, non è il miglior utilizzatore dei fondi Bei; questo è certamente un male per noi, ma non ha mai messo a repentaglio la solidità della Bei.

Alcuni pensano che l’Italia non si meriti niente perché ha “sempre scelto politiche divergenti e inefficienti, mettendo a rischio per via dell’euro l’intera Europa”. Ma quali sarebbero le circostanze, le cifre e gli eventi precisi,  in cui l’Italia ha messo a rischio la vita dell’euro e l’intera Ue? Ci sarebbe molto da discutere anche di altri paesi (violazioni e condoni delle regole di disavanzo e debito,  regole ad hoc sui current account imbalances , rebates sui versamenti comunitari, fiscal dumping e paradisi fiscali interni alla Ue, social dumping, banche tossiche e salvataggi bancari pre-bail-in, quote migratorie, princìpi democratici e libertà fondamentali…).  L’Italia ha avuto e ha, per limiti propri, difficoltà ad adattarsi all’ Unione monetaria, che tuttavia, come riconosciuto dalla grande maggioranza degli studiosi, è rimasta malfatta e incompleta rispetto al progetto originario (es. Rapporto Delors), che non era certo quello che ora sembra la linea invalicabile dei paesi “del Nord”: una mera area di libero scambio con un sistema di cambi fissi (irrevocabili).

Sostenibilità finanziaria

Qualcuno ritiene fondata la preoccupazione che la sostenibilità finanziaria del Covid-bond sia troppo dipendente dalla solvibilità dei paesi più deboli.

La capacità di pagare gli interessi (certo sulla base di una ragionevole previsione del tasso d’interesse) non dipende dall’andamento futuro dell’economia e relativi gettiti fiscali nazionali, ma dal fondo di garanzia che sta al cuore della proposta. In equilibrio finanziario, la raccolta attesa dall’emissione del bond è uguale al valore attualizzato, in base al tasso d’interesse, del fondo di garanzia annuale (si vedano le cifre esemplificate nel testo). Quello che conta, per chi compra il bond, è l’impegno al versamento della propria quota nazionale del fondo, ma se questo è assimilato al contributo al bilancio dell’Ue, non è possibile smettere di pagare la propria quota se non uscendo dalla

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Effetto virus su conti pubblici e redditi

Mar, 07/04/2020 - 13:15

Il decreto “Cura Italia” riesce solo parzialmente a limitare gli effetti dirompenti della serrata imposta dal governo. Una simulazione calcola costi e benefici delle misure adottate fin qui. E per le famiglie cresce la probabilità di cadere in povertà.

La crisi sanitaria in corso ha determinato una reazione importante del governo con la definizione dei settori produttivi in cui le imprese possono continuare a operare (Dpcm 22 marzo) e l’introduzione di misure a sostegno di imprese e lavoratori (Dl “Cura Italia” del 17 marzo). Luigi Guiso e Daniele Terlizzese hanno analizzato gli effetti economici sulle famiglie con almeno un lavoratore autonomo e il potenziale ruolo dei loro risparmi. Qui ci concentreremo invece sugli interventi messi in atto dal governo: qual è il potenziale impatto sulle finanze pubbliche? E in quale misura le iniziative adottate potrebbero incidere sulla misura del rischio di povertà delle famiglie?

La relazione tecnica al Dl fornisce quantificazioni dei costi delle singole misure – in buona parte confermate dall’Upb – che si basano su una serie di ipotesi relative alla percentuale di lavoratori che faranno richiesta dei sussidi. Qui utilizziamo una strategia diversa. Partiamo dalla lista dei settori autorizzati ad operare (Decreto di aggiornamento del Dpcm), con un dettaglio a sei cifre dei codici Ateco, che indicano il settore di attività della singola impresa. I microdati disponibili non consentono una mappatura dell’occupazione a un analogo livello di dettaglio ma, utilizzando le banche date disponibili rilasciate dall’Istat (Asia, Rcfl e Contabilità nazionale), calcoliamo le quote di occupazione di ciascun settore elencato nel Dpcm.

La tabella 1 mostra che sono interessati dal provvedimento di chiusura del governo oltre il 60 per cento degli occupati della manifattura e delle costruzioni, oltre l’80 per cento degli occupati del commercio, degli hotel e del turismo e la totalità di quelli impiegati nelle attività immobiliari, artistiche, sportive e ricreative.

Utilizziamo quindi il modulo italiano del modello di microsimulazione fiscale Euromod sulla base dei dati Silc. Selezioniamo casualmente la stessa percentuale di lavoratori riportata in Tabella 1 e ipotizziamo che tutti perdano il loro reddito, definendo quindi un benchmark di perdita reddituale massima. Simuliamo poi le principali misure compensative previste dal Dl “Cura Italia”. In particolare: le integrazioni salariali (Cig e Fis) che coprono fino all’80 per cento della retribuzione ma con un limite massimo pari a 1.130€; il contributo una tantum 100€ per i lavoratori che hanno continuato a operare nella sede lavorativa; l’indennità una tantum di 600€ per autonomi, lavoratori saltuari, stagionali, co.co.co.; e la sospensione del pagamento della rata del mutuo per i lavoratori autonomi. Non simuliamo, per mancanza di informazioni, il congedo parentale e il bonus baby-sitting. Qui ci concentriamo su un’analisi su base mensile.

L’impatto aggregato e di finanza pubblica

Le nostre simulazioni, assumendo che tutti gli aventi diritto ai sussidi ne facciano domanda, mostrano che sono circa 7 milioni i lavoratori del settore privato che potrebbero ottenere integrazioni salariali, con un costo pari a 5,6 miliardi oltre a 2,8 miliardi di contribuzione figurativa. L’indennità per i lavoratori autonomi e lavoratori saltuari costerebbe 1,4 miliardi interessando oltre 2,3 milioni di lavoratori; l’indennità di 100€ per i lavoratori che operano in settori autorizzati ma che non possono usufruire dello smart working (assumendo siano il 50 per cento del totale) costerebbe invece mezzo miliardo (Tabella 2).

Complessivamente, la chiusura dei settori produttivi imposta dal Dpcm potrebbe comportare una perdita di retribuzioni pari a circa 20,2 miliardi e un mancato gettito Irpef e contributivo rispettivamente di 2,7 e 5,9 miliardi (Tabella 3). A fronte di maggiori trasferimenti determinati dal Dl “Cura Italia” per complessivi 7,6 miliardi, la perdita di gettito disponibile per la totalità della popolazione italiana potrebbe essere di 7,9 miliardi con una perdita di reddito disponibile medio di circa il 12 per cento.

L’impatto sui redditi delle famiglie

I lavoratori occupati in settori soggetti a lockdown vivono in famiglie che per oltre il 36 per cento hanno figli minori a carico e per oltre il 40 per cento sono monoreddito, per le quali cioè la chiusura del settore lavorativo in assenza di intervento statale comporterebbe il venir meno della principale fonte di reddito (Tabella 4).

La Figura 1 mostra come a fronte di una riduzione media su tutta la popolazione del 33 per cento delle r

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Dov’è la responsabilità della Cina

Mar, 07/04/2020 - 10:40

I ritardi e le reticenze di Pechino nel lanciare l’allarme hanno trasformato il nuovo coronavirus in una pandemia. Per il governo la reputazione del paese prevale sulla salute dei cittadini. Ma ciò solleva dubbi sulla Cina quale “potenza responsabile”.

Le reticenze iniziali

Nei giorni concitati della diffusione ampia del contagio, dopo che la nuova epidemia da coronavirus scoppiata in Cina è ormai diventata una vera e propria pandemia, l’attenzione si concentra sulle misure emergenziali, precauzionali e sulle politiche a sostegno delle popolazioni e dell’attività economica. Accanto alla necessità di ripensare seriamente la capacità dei sistemi sanitari nazionali di mezzo mondo di far fronte a una pandemia (un evento raro, ma che rientrava comunque tra i maggiori rischi globali a cui essere preparati, secondo uno studio la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale della sanità), è però altrettanto importante individuare i temi rilevanti in una prospettiva più ampia delle specifiche emergenze sanitarie ed economiche nazionali.

Un tema politico particolarmente impellente riguarda la dinamica politica interna alla Cina, che ha portato a un riconoscimento tardivo, e dunque a un ritardato allarme, dell’esistenza di un nuovo virus. Non si tratta tanto di un interesse fine a sé stesso per la struttura interna del Partito comunista cinese e per le relazioni tra il comitato centrale e i suoi rappresentanti a livello locale, ma della necessità di valutarne le conseguenze sul grado di “responsabilità” della Cina nei confronti del resto del mondo. Non vi è dubbio che la cattiva gestione iniziale dell’epidemia da parte delle autorità di Pechino sia ciò che le ha permesso di diffondersi così ampiamente. Il primo caso di Covid-19 può essere fatto risalire al 17 novembre, secondo un rapporto del South China Morning Post, e sarebbero almeno 266 le persone che hanno contratto il nuovo virus nel 2019, che invece è stato segnalato per la prima volta solo il 31 dicembre. Questo spiega perché gli operatori sanitari cinesi siano stati colpiti in modo particolarmente duro: oltre 3 mila gli infettati finora. Il governo centrale ha cercato di trasformare le autorità locali nel capro espiatorio della situazione e molti funzionari sanitari nella provincia di Hubei sono stati licenziati.

Le dichiarazioni ufficiali del governo cinese all’Organizzazione mondiale della sanità riportano che il primo caso confermato è stato diagnosticato l’8 dicembre. Eppure, i medici che, alla fine di dicembre, hanno cercato di lanciare l’allarme con i colleghi su una nuova malattia sono stati minacciati. Solo il 21 gennaio le autorità hanno ammesso pubblicamente che vi sia stata una trasmissione da uomo a uomo.

L’opinione pubblica cinese si è indignata per gli sforzi inziali delle autorità di sopprimere le informazioni sul nuovo virus, compreso il fatto che può essere trasmesso da persona a persona. L’indignazione è diventata un vero proprio tumulto sui social media il 7 febbraio, all’annuncio del decesso del medico di Wuhan Li Wenliang, a cui le autorità locali avevano intimato di non divulgare informazioni, dopo il suo tentativo di mettere in guardia i colleghi sul coronavirus a dicembre. Mentre un recente rapporto della media company Caixin mostra altri focolai di contagio nello Hubei e denuncia la stretta sulla possibilità di registrare tali casi come Covid-19.

Reputazione e responsabilità

Tutti questi particolari sollevano il tema, interno al Pcc, della scelta tra la salvaguardia della propria reputazione e la responsabilità nella protezione della cittadinanza. Ma al di là del significato politico interno, in questa particolare circostanza la questione non riguarda direttamente solo i cittadini cinesi, riguarda anche il resto del mondo, dal momento che il costoso sistema di early warning del China Center for Disease Control and Prevention(Cdc) non è riuscito a prevenire che il nuovo focolaio di coronavirus uscisse dai confini nazionali in misura massiccia.

Il sistema Cdc è stato istituito sulla scia dell’epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (Sars) scoppiata nel 2002. Solo un anno fa, a marzo 2019, il suo direttore Gao Fu aveva dichiarato ai giornalisti che un virus avrebbe potuto sì manifestarsi in qualsiasi momento, ma non avrebbe causato un’epidemia delle dimensioni di Sars, proprio grazie all’esistenza del sistema di allerta. Al contrario, in una conferenza stampa alla fine di febbraio 2020, Zhong Nanshan, uno dei massimi esperti cinesi di malattie respiratorie, ha lamentato l’indebolimento delle funzioni del Cdc negli ultimi anni e ha affermato che l’agenzia è stata ridotta a u

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Quei capitali da ricostruire nell’Unione europea

Mar, 07/04/2020 - 10:35

La Ue dovrebbe affrontare la crisi da coronavirus con un approccio sistemico, volto alla ricostituzione della quantità di capitale economico, umano e sociale preesistente. Sarebbe un impegno nello spirito del Trattato di Lisbona. Ecco come quantificarlo.

Lo shock e le caratteristiche del sistema socio-economico: una visione sintetica

In questi giorni le istituzioni europee devono assumere importanti decisioni, da cui dipenderà il futuro dell’Unione e di milioni di persone. Le analisi condotte negli ultimi anni sul modo e i tempi in cui fu organizzata la risposta alle crisi del 2008-2009 e del 2011-2012 hanno mostrato i numerosi errori compiuti. Bisogna imparare da quelle lezioni ed evitare di cadere in analoghi errori, in primo luogo sul piano concettuale. Poiché le risposte dipendono dal modo in cui si leggono i fenomeni, qui si propone di seguire un approccio “sistemico”, alquanto diverso da quello percorso nel passato. Le proposte avanzate si avvalgono dei risultati di un progetto condotto con il Joint Research Centre della Commissione europea nel corso degli ultimi quattro anni sui temi della vulnerabilità e della resilienza, nonché delle analisi svolte dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis).

In estrema sintesi, il benessere di un’area economica e la sostenibilità del suo sviluppo dipendono dalla dotazione e dalla trasmissione intergenerazionale di quattro forme di capitale: il capitale naturale; il capitale economico; il capitale umano; il capitale sociale. Tutte sono essenziali per il funzionamento del sistema socioeconomico e la qualità dell’ambiente in cui opera. Tutte sono usate per generare beni e servizi (Pil).

Il sistematico e persistente depauperamento delle diverse forme di capitale determina l’insostenibilità dell’intero sistema. Parallelamente, la produzione di “scarti fisici” (come rifiuti e inquinamento) e di “scarti umani” (per esempio, poveri ed emarginati) ha effetti sui servizi – apparentemente gratuiti – forniti dall’ecosistema (impollinazione, bellezza di un paesaggio, ecc.) e dal sociosistema (pace, solidarietà); la riduzione dei servizi ecosistemici e sociosistemici ha effetti sul benessere individuale e sociale, decurtando capitale umano e sociale.

Lo shock da coronavirus impatta:

-sul capitale economico (riduzione della capacità produttiva, accelerata dalla caduta degli investimenti, e quindi dell’accumulazione di capitale; caduta della ricchezza attuale e prospettica; e così via);

-sul capitale umano (per esempio, la disoccupazione e la sottoccupazione riducono le conoscenze incorporate negli individui; i lockdown hanno un impatto immediato sulle attività formative nei confronti dei giovani, degli adulti e dei lavoratori);

-sul capitale sociale (i lockdown riducono le interazioni, impediscono le attività del terzo settore, e via dicendo).

L’effetto dello shock sulle diverse forme di capitale dipende dalla sua intensità e durata, nonché dalla risposta che forniscono le diverse istituzioni (amministrazioni pubbliche, società finanziarie – comprese le autorità bancarie centrali -, società non finanziarie, famiglie, organizzazioni senza scopo di lucro – per usare la classificazione della contabilità nazionale).

Il ruolo delle politiche europee

L’obiettivo delle politiche è quello di ridurre al massimo gli effetti negativi dello shock e stimolare al massimo la “resilienza trasformativa” del sistema socioeconomico, aiutandolo a “rimbalzare avanti” e non solo a “rimbalzare indietro”, visto che la situazione antecedente era considerata insoddisfacente e insostenibile. Per conseguire questo risultato, le politiche devono cercare di “ricostruire” – ed eventualmente di accrescere – tutte le forme di capitale dallo shock subiscono effetti negativi.

Molto si è discusso nelle ultime settimane sugli strumenti che l’Unione Europea dovrebbe usare per finanziare lo sforzo di gestione della crisi e della “ricostruzione”, ma ben poco è stato scritto e detto su quale dovrebbe essere l’impostazione degli interventi da realizzare con tali fondi. Ed è qui dove si rischia di commettere l’errore più grande.

Le analisi svolte sull’impatto delle precedenti crisi sulle nostre società mostrano come le politiche messe in campo allora si siano concentrate principalmente, se non esclusivamente, sul capitale economico. Così facendo, si sono indebolite le capacità dei sistemi socioeconomici di produrre benessere, in primo luogo economico, nel medio-lungo termine: sono così stati resi più vulnerabili ai successivi shock (si pensi

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