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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 7 min 49 sec fa

A casa loro gli immigrati si aiutano da soli

Ven, 26/11/2021 - 11:07

Diminuite poco anche nel periodo più critico della pandemia, quest’anno le rimesse degli immigrati verso il paese di origine dovrebbero tornare a crescere. Sono somme che andrebbero canalizzate verso programmi di sviluppo, gestiti dalle diaspore.

Le rimesse nel mondo in tempo di pandemia

Secondo le stime fatte nel 2020 dall’Ocse e dalla Banca Mondiale, la pandemia di Covid-19 avrebbe dovuto determinare forte calo nei flussi di denaro inviati in patria dai migranti internazionali, conseguenza logica della crisi economica legata all’emergenza sanitaria.

Nel corso del 2021, invece, la stessa Banca Mondiale ha osservato che le previsioni iniziali non sono confermate dai dati: il 2020 ha segnato un calo di appena 8 miliardi di dollari rispetto al 2019 (da 548 a 540, -1,5 per cento).

Per dare l’idea, nel 2009 (a seguito della crisi finanziaria globale) il calo era stato del -4,8 per cento. E, nel 2020, gli investimenti diretti esteri verso paesi a basso reddito sono diminuiti del 30 per cento.

Contrariamente alle previsioni iniziali, dunque, il volume delle rimesse dovrebbe tornare a crescere già nel 2021.

Si tratta ovviamente solo dei flussi “formali” (banche, poste, money transfer), sono esclusi i canali “informali” (non necessariamente illegali), da sempre molto utilizzati.

Rimesse dall’Italia nel primo semestre 2021

Per quanto riguarda i flussi dall’Italia, l’aumento registrato nel 2020 (+12,9 per cento) addirittura si intensifica nel primo semestre 2021 (+24,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, dopo il crollo del 2013 e alcuni anni di sostanziale stabilizzazione, il volume delle rimesse ha cominciato un trend in crescita a partire dal 2018.

Il Bangladesh si conferma il primo paese di destinazione delle rimesse, con 368,15 milioni di euro complessivi (10,1 per cento delle rimesse totali), e con un significativo aumento sia rispetto al I semestre 2020 (+31,9 per cento) sia rispetto allo stesso periodo del 2016 (+51,5 per cento).

Il secondo paese di destinazione è la Romania, con una tendenza in calo. In aumento, invece, Filippine e Marocco. Tra i primi dieci paesi, ben cinque sono asiatici: Bangladesh, Filippine, Pakistan, Sri Lanka e India. Tra i paesi asiatici, peraltro, si registrano forti aumenti: +29,1 per cento Pakistan, +23,3 per cento Sri Lanka, +17,1 per cento India nell’ultimo anno.

Rapportando il volume delle rimesse con il numero di residenti in Italia, si ottiene il valore medio pro-capite. Mediamente, ciascun immigrato in Italia ha inviato in patria circa 120 euro al mese. Valore che scende sotto la media per due delle nazionalità più numerose: Romania (42,21 mensili pro-capite) e Marocco (109,12 euro). Nei due casi, evidentemente, sul valore pro-capite incidono la presenza di persone inattive (per esempio, minori) e il fatto che molte famiglie si sono negli anni ricongiunte, portando in Italia i componenti rimasti inizialmente in patria.

Rapportando rimesse e popolazione, tra le comunità più numerose il valore più alto è quello del Bangladesh: mediamente, ciascun cittadino ha inviato oltre 400 euro al mese. Superano i 300 euro mensili anche i cittadini del Senegal, del Pakistan e delle Filippine.

Possibili spiegazioni

L’aumento delle rimesse durante la pandemia può apparire una contraddizione, specie se si considera che gli immigrati sono stati tra i più colpiti dalla crisi occupazionale nel 2020.

In realtà, i flussi di denaro verso le famiglie in patria non dipendono solamente dalla mera disponibilità finanziaria, ma anche (e soprattutto) da ragioni psicologiche e sociali.

Come riportato in un interessante studio condotto da Cespi, le ragioni per cui si invia denaro in patria oscillano tra motivazioni “egoistiche” ed “altruistiche”, generalmente mescolandosi tra i due estremi. Nel primo caso, la ragione principale è l’interesse di chi invia, come nel caso della costruzione o dell’acquisto di una casa in patria (principalmente in vista di un successivo rientro in patria). Nel secondo caso, la motivazione è sostenere i familiari e le comunità locali.

Per comprendere l’aumento, bisogna quindi considerare alcuni elementi.

Innanzitutto, i flussi ufficiali sono solo una parte di quelli reali. Per esempio, le limitazioni alla mobilità internazionale hanno avuto un impatto diretto sulle famiglie migranti: chi prima faceva visita periodicamente nel paese d’origine, generalmente portando regali o denaro, ha visto nell’invio di denaro l’unica possibilità per mantenere un contatto. Basti pensare, per fare un esempio, ai pulmini che settimanalmente viaggiano verso i paesi dell’Est.

Inoltre, dato che la crisi ha colpito anche i paesi d’origine, è possibile che i migranti abbiano attinto ai propri risparmi per offrire alle famiglie in patria un sostegno maggiore rispetto al passato. Il demografo Massimo Livi Bacci, ad esempio, avanza l’ipotesi che i vincoli di solidarietà tra emigrati e comunità di origine siano assai più forti di quanto comunemente si ritenga.

Maggiore inclusione

A livello internazionale, la Banca Mondiale ha definito alcuni obiettivi, su cui anche i singoli stati dovrebbero convergere:

– monitoraggio dei flussi. La sempre maggiore varietà dei canali per l’invio di denaro rende necessario un aggiornamento costante dei sistemi di monitoraggio dei flussi, il più possibile omogeneo a livello internazionale;

– riduzione dei costi di invio. Le commissioni per l’invio di denaro rappresentano un ostacolo che sposta i flussi dai canali legali a quelli informali o illegali;

– inclusione finanziaria. L’educazione finanziaria e l’assistenza ai gruppi più vulnerabili rappresentano una sfida per gli stati, con l’obiettivo di portare sempre più persone verso un utilizzo consapevole degli strumenti finanziari;

– canalizzazione delle rimesse. Già da anni esistono programmi che accompagnano le diaspore nella raccolta e nella gestione condivisa dei risparmi delle famiglie. In questo modo, le rimesse potrebbero essere utilizzate non solo per i bisogni immediati delle famiglie, ma anche per investimenti in programmi di sviluppo, gestiti e progettati dalle stesse diaspore in base ai bisogni effettivi delle comunità.

Nota metodologica

  • I dati sulle rimesse dei lavoratori immigrati in Italia riportano i trasferimenti di denaro all’estero regolati tramite istituti di pagamento o altri intermediari autorizzati senza transitare su conti di pagamento intestati all’ordinante o al beneficiario (regolamento in denaro contante) (fonte: Banca d’Italia).
  • I valori degli anni precedenti al 2020 sono rivalutati al 2020 (valore medio annuo) utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati al netto dei tabacchi (Foi), pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ai sensi dell’art. 81 della legge 27 luglio 1978, n. 392.
  • Per il calcolo dei valori pro-capite si assume che tutte le rimesse verso un determinato paese siano inviate da cittadini di quella nazionalità residenti in Italia. Sono considerati tutti i residenti, indipendentemente da età, genere, situazione occupazionale. I dati dei residenti 2021 sono provvisori.

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Il Punto

Ven, 26/11/2021 - 11:02

La risposta ai divari Nord-Sud tra i beneficiari del reddito di cittadinanza non è l’introduzione di soglie di accesso differenziate. Semmai si può pensare a due livelli nella composizione dell’assegno, uno nazionale e uno locale. Iniziate prima dell’introduzione della misura di sostegno al reddito, le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro possono ora mettere a rischio gli obiettivi ambiziosi del Pnrr. Gli “aiuti di stato” alle imprese in Italia sono sotto la media europea. Forse è un bene visto che le aziende spesso non li utilizzano per aumentare occupazione o investimenti. I no-vax rivendicano il diritto alla scelta di non vaccinarsi. Ma i numeri ci dicono che quella libertà lede il diritto di tutti a un sistema sanitario che non sia impegnato a curare solo il Covid-19. Durante la pandemia sono diminuite di poco: le rimesse degli immigrati danno sostegno ai familiari rimasti in patria. E anche alle comunità locali. Quando i fallimenti del mercato sono rilevanti, l’intervento pubblico è inevitabile: ecco perché le idee liberiste sono un’illusione.

È online il primo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di pensioni con Elsa Fornero. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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L’illusione liberista

Ven, 26/11/2021 - 10:20

Ridurre al minimo il ruolo dello stato e lasciar fare al mercato: è il credo dei liberisti. Ma i fallimenti del mercato esistono e lo stato li deve correggere. Per l’Italia il problema non è la “dimensione” dello stato, quanto il modo in cui interviene.

Il laissez faire, soprattutto

Quale visione del mondo ispira i liberisti? Perché vorrebbero ridurre al minimo il ruolo dello Stato? Sono solo due delle questioni approfondite ne L’illusione liberista. Nel libro, ho scelto di occuparmi molto di “idee” economiche, politiche e morali, condividendo il convincimento di Keynes che “le idee degli economisti e dei filosofi della politica, giuste o sbagliate che siano, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga”. Perché sono le idee a dare forma e presentabilità agli interessi e a dar loro il peso ideologico necessario a costruire il consenso politico. 

Secondo i liberisti, il mercato lasciato a se stesso crea sempre maggiori opportunità e benessere di quanto sarebbe capace di fare qualsiasi sistema “misto”, in cui mercato, stato e comunità operino cooperativamente. I liberisti usano il “teorema della mano invisibile” per dare dignità (via efficienza) al laissez faire, per poi asserirne la superiorità anche quando le rarefatte condizioni per la validità di quel teorema non esistono e lasciar fare significa lasciare campo libero ai grandi predoni monopolisti e al crony capitalism. Tra laissez faire e concorrenza, liberisti come Milton Friedman e George Stigler scelgono il laissez faire. I liberisti non sono disposti a riconoscere la vera e propria disgregazione sociale prodotta dalle crescenti disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di capacità che si generano nel mercato lasciato a se stesso o mal corretto dalla politica economica. E preferiscono non vedere gli effetti negativi delle disuguaglianze sulla crescita (ormai confermati da molte ricerche empiriche). La questione importante, per i liberisti, non è quanta disuguaglianza ci sia, ma quante opportunità ci sono per gli individui talentuosi e “meritevoli”. Ignorano sia che il merito è fortemente imparentato con la fortuna e che è tautologico misurarlo col metro del successo e del denaro guadagnato, sia che la disuguaglianza di risultati influenza direttamente l’uguaglianza di opportunità e i “meriti” acquisibili dalla prossima generazione: “gli esiti ex post di oggi danno forma al campo di gioco ex ante di domani: chi beneficia della disuguaglianza di esiti oggi può trasmettere un vantaggio iniquo ai propri figli domani” (Anthony Atkinson, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, ed. it., 2015, p. 15).

Fallimenti del mercato e fallimenti dello stato

Che si possano fare errori nella politica economica, che i politici al potere (o all’opposizione) possano comportarsi in modo contrario al pubblico interesse (definito in qualche modo) ed essere corrotti è ben noto. Ed era noto molto prima che i teorici della public choice ci costruissero sopra il loro credo liberista. Il punto è che, quando i fallimenti del mercato sono rilevanti, l’intervento pubblico è inevitabile e, con esso, la presenza di un’ampia burocrazia, con tutte le possibilità di distorsione nell’allocazione delle risorse e di corruzione. “Tutti questi fallimenti del governo, tuttavia, non provano che l’intervento del governo sia socialmente dannoso. Al contrario, possono segnalare l’inevitabile prezzo da pagare per affrontare i fallimenti del mercato” (Daron Acemoglu e Thierry Verdier, The choice between market failure and corruption, 2000, p. 195). Addirittura, la dimensione ottimale del settore pubblico cresce di più quando la corruzione è possibile di quando non è possibile. Infatti, per controllare e limitare la corruzione è necessario pagare remunerazioni incentivanti (cioè alte) ai burocrati e assumere più controllori (cioè altri burocrati o magistrati contabili). Per entrambi i versi il settore pubblico è costretto a crescere in termini di spesa e di occupati.

Quando poi si sottolinea l’ipertrofia dello stato e la sua inefficienza in confronto con i privati e il libero mercato – hanno sottolineato i premi Nobel (2019) Abhijit Banerjee ed Esther Duflo (Una buona economia per tempi difficili, 2020, cap. 8) – non si tiene conto del fatto che, in generale, lo stato fa cose diverse e più difficili di quelle che fa il mercato: dal garantire l’istruzione e l’assistenza sanitaria ai poveri, ai residenti nelle periferie dei paesi e delle città, fino a proteggere l’ambiente e le nostre vite dalle conseguenze delle crisi economiche, a gestire le immigrazioni, ad amministrare la giustizia, e altro ancora. In generale, il capitalismo e il mercato non vivono senza istituzioni, regole e interventi del governo, soprattutto (ma non solo) quando nel gran pentolone della società ribollono crisi, trasformazioni e paure. Nel discorso inaugurale del suo secondo mandato presidenziale, nel 1937, Franklyn Delano Roosevelt diceva agli americani: “noi della Repubblica abbiamo colto la verità che il governo democratico ha la capacità innata di proteggere la propria gente dai disastri che una volta erano considerati inevitabili, di risolvere i problemi una volta ritenuti irrisolvibili […]. Ci siamo rifiutati di lasciare che i problemi del nostro benessere comune venissero risolti dai venti del caso e dagli uragani del disastro”. 

Dimensione e qualità dell’intervento pubblico

L’intervento pubblico può giocare un ruolo prevalentemente positivo o prevalentemente negativo, può correggere i difetti del mercato o può accentuarli, sommando a essi i fallimenti del non-mercato. Nell’Italia di oggi, a mio parere, il problema non è la “dimensione” dello stato in quanto tale. Ma il “modo” in cui lo stato interviene. Mi spiego: a parità di peso ufficiale dello stato (quota della spesa pubblica sul Pil, quota delle entrate su Pil, quota di proprietà pubblica sul totale degli asset del paese, per esempio), ci può essere un diversissimo grado di intrusione del pubblico nelle scelte dei soggetti privati. In Francia, Germania o nei paesi del Nord Europa il peso dello Stato è uguale o maggiore che in Italia. Ma lì le modalità dell’intervento pubblico sono di altra qualità. L’intrusione, che può prendere la forma “nobile” della moral suasion o della regolamentazione incentivante, in Italia assume sovente le fattezze del ricatto, del taglieggio, con tanto di giochi di sponda tra amministrazioni diverse. 

Il mio libro è molto critico dell’uso ideologico che i liberisti hanno fatto dell’economia, ma non è l’ennesima lamentazione di uno statalista di ritorno. Oltre quarant’anni fa, giovane mascotte di un drappello di temerari raccolti intorno a La Rivista Trimestrale, mi trovai a sfidare l’atavica diffidenza nei confronti del mercato tipica della politica italiana (e di tanti colleghi) di allora. Il problema, pensavamo, è sempre agire in modo da valorizzare al massimo le virtù del mercato e da correggerne energicamente i vizi, senza mitizzarlo e senza demonizzarlo. Non ho cambiato idea. 

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Imprese ingrate*

Ven, 26/11/2021 - 10:10

Le imprese italiane ottengono dallo stato meno agevolazioni di quanto erogato nella maggior parte degli altri paesi europei. Però una percentuale elevata di beneficiari dichiara che gli aiuti non hanno inciso sui loro piani di investimento e assunzioni.

L’elenco degli aiuti dallo stato

Il sistema produttivo italiano, come quello di tutti gli altri paesi, usufruisce di numerose agevolazioni, sotto forma di sconti fiscali, garanzie sui prestiti e contributi vari. Le statistiche sull’ammontare dei benefici non sono univoche, benché l’Europa abbia imposto la tenuta di un Registro nazionale degli aiuti di stato, i cui dati sono disponibili online. 

Secondo l’ultima Relazione del ministero dello Sviluppo economico, nel 2019, prima degli aiuti straordinari previsti per fronteggiare gli effetti della pandemia, lo stato e le amministrazioni locali erogavano incentivi alle imprese per 3,5 miliardi (per investimenti, innovazione, occupazione e altro). Tuttavia, un recente studio della Banca d’Italia, utilizzando i dati del Registro nazionale degli aiuti tenuto dal MISE, ha stimato l’ammontare medio delle agevolazioni in 8,6 miliardi l’anno nel biennio 2018-2019, che non comprendono i crediti d’imposta per R&D, i super e iper ammortamenti e altri provvedimenti che sono sostanzialmente “automatici” e a carico della fiscalità generale. Sempre per il 2019, la Direzione per la concorrenza della Commissione europea (Dg Comp) ha valutato gli aiuti di stato italiani in 6,3 miliardi (pari allo 0,35 per cento del Pil). Solo Irlanda, Lussemburgo, Spagna e Olanda sono stati più parsimoniosi di noi a parità Pil). Dal calcolo europeo sono tuttavia esclusi i sostegni che, secondo le norme europee, non distorcono la concorrenza, quelli ancora al vaglio della Commissione, gli aiuti di minore importo e quelli destinati ad agricoltura, pesca, ferrovie e crisi bancarie. Tenendo conto anche di queste voci, nel 2019 le agevolazioni avrebbero superato i 22 miliardi (ovvero l’1,2 per cento del Pil). La Dg Comp elenca puntigliosamente ogni anno le misure prese da ciascun paese e l’Italia non brilla per “creatività” nel campo degli aiuti: c’è perfino qualche membro ed ex membro dell’Unione europea che, col beneplacito della Commissione, ha detassato il settore dei videogiochi.

La valutazione dell’efficacia

Al di là del loro ammontare, è sempre difficile valutare l’effetto addizionale degli aiuti sugli investimenti e sulla domanda di lavoro delle imprese, perché in molti casi gli incentivi spostano semplicemente nel tempo spese già programmate. D’altra parte, non si può pretendere che agevolazioni una tantum e modificabili nel tempo incidano troppo su decisioni che producono effetti sull’arco di decenni. Inoltre, investimenti e occupazione dipendono più dalle prospettive di sviluppo e redditività di lungo periodo che da semplici vantaggi fiscali. Infine, sarebbe necessario confrontare gli effetti macroeconomici degli incentivi con l’alternativa di sgravi fiscali di pari ammontare per tutti i contribuenti, che attiverebbero ugualmente domanda aggregata e quindi investimenti e occupazione.

Purtroppo, una ricerca della Commissione segnala che la maggior parte degli stati membri, compresa l’Italia, non prevede ancora l’obbligo legale di valutare i risultati dei diversi aiuti, anche se non mancano vari studi su casi specifici. È quindi difficile misurare l’efficacia dei nostri aiuti, soprattutto in relazione a quelli di altri paesi. Il nostro è uno dei paesi più attivi nella valutazione, assieme a Germania, Francia, Polonia e Regno Unito, ma i pochi dati disponibili non sembrano incoraggianti. 

Ad esempio, secondo l’ultimo rapporto disponibile sulla “Nuova Sabatini”, relativo al 2018 e pubblicato da Invitalia nel 2020, il 56,7 per cento delle imprese beneficiarie, interpellate dallo stesso ente che eroga i contributi, dichiaravano che avrebbero realizzato lo stesso ammontare di investimenti e nello stesso periodo di tempo anche senza quegli aiuti; il 23,4 per cento che li avrebbe realizzati comunque, ma in anni successivi e l’11,2 per cento che avrebbe investito fino al 20 per cento in meno. In complesso, le imprese che hanno richiesto e ottenuto le agevolazioni creditizie previste dalla legge Sabatini ammettevano dunque candidamente di considerare una semplice integrazione del reddito d’impresa oltre l’80 per cento dei quasi 3 miliardi avuti dallo stato.

L’Inapp ha interpellato un campione di imprese che avevano ricevuto aiuti a vario titolo nel 2018: solo il 40,8 per cento ha dichiarato di aver effettuato nuove assunzioni grazie alle agevolazioni, e solo il 39,3 per cento ha risposto di aver investito più di quanto previsto in assenza di incentivi. Si tratta di risultati che replicano sostanzialmente quelli di una indagine del ministero dello Sviluppo economico condotta nel 2008 (e non più ripetuta da allora), secondo la quale le imprese che avrebbero effettuato esattamente gli stessi investimenti anche senza aiuti sarebbero il 31,1 per cento per quelli concessi dopo una valutazione preventiva e il 46 per cento per le misure automatiche (come i crediti di imposta).

Se queste percentuali di efficacia degli incentivi fossero estrapolate all’ammontare totale delle agevolazioni, nel 2019 lo stato avrebbe speso inutilmente una cifra compresa tra un minimo di 1,3 miliardi (basandosi sui dati riportati dalla Relazione del Mise) e un massimo di 3,3 miliardi (utilizzando le stime della Banca d’Italia), ovvero tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento del Pil l’anno. Risultati anche peggiori (superiori di circa il 50 per cento) si avrebbero applicando le percentuali di inefficacia della “Nuova Sabatini”. Si tratta di una stima fin troppo prudenziale, visto che esclude i fondi contabilizzati dalla Commissione e riservati ad agricoltura, pesca, ferrovie e settore bancario, anche se questi hanno più la natura di sussidi alla produzione e “salvataggi”, piuttosto che di specifici incentivi all’occupazione e agli investimenti. 

Se anche il piano Industria 4.0 soffrirà delle stesse inefficienze, non avrebbero gli effetti sperati almeno 8 dei 24 miliardi stanziati per il biennio 2021-2022 nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per fortuna, proprio il Pnrr spinge verso un rafforzamento del monitoraggio degli effetti degli interventi sull’economia reale, quindi ci si può attendere un significativo miglioramento nella distribuzione delle agevolazioni.

L’asta fra imprese

Non esistono ricette miracolose per disegnare agevolazioni del tutto efficienti. Una possibilità è quella di “mettere all’asta” gli aiuti, assegnandoli alle imprese che si impegnano a investire e assumere di più per ogni euro ricevuto, offrendo garanzie concrete ed esigibili in caso di inadempienza. Ciò non scongiurerebbe il rischio di un semplice anticipo di spese già previste, ma almeno ripartirebbe le risorse tra le imprese più motivate e reattive, in modo da massimizzare l’effetto sull’economia. La richiesta di precise garanzie scoraggerebbe abusi e azzardo morale. 

Un meccanismo simile non è nuovo: lo prevedeva la legge 488/1992 di riforma degli interventi nel Mezzogiorno e nelle aree depresse, seppure con molta burocrazia, ma la competizione tra imprese è stata progressivamente sostituita da incentivi più o meno automatici. Eppure, la 488 era l’unica legge che aveva registrato un elevato tasso di efficacia in base al sondaggio del Mise del 2008: il 75 per cento delle imprese che ne beneficiavano dichiarava infatti di aver effettuato investimenti superiori a quelli programmati. 

Aste di questo tipo si svolgono, con diverse modalità, in tutto il mondo, ad esempio per assegnare siti e agevolazioni agli investitori esteri , oppure per assicurarsi i sussidi per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Potremmo (ri)provare anche noi, oppure potremmo valutare se sostituire almeno gli incentivi meno efficaci con banali riduzioni delle imposte per famiglie e imprese.

*Le opinioni espresse dall’autore non coinvolgono in alcun modo le istituzioni con cui collabora.

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Domanda e offerta di lavoro: un incontro difficile

Ven, 26/11/2021 - 09:19

Disoccupazione diffusa e imprese che non trovano lavoratori. È un fenomeno che in Italia si manifesta da tempo, forse determinato in parte da un salto di qualità dell’industria, che ora cerca competenze più alte. I rischi per gli obiettivi del Pnrr.

Posti di lavoro che rimangono vacanti

In un paese con 2,3 milioni di disoccupati e 13,5 milioni di inattivi è mai possibile che un’impresa che cerca un lavoratore non lo trovi? E c’è qualche legame con l’aumento delle dimissioni che si registra anche nel nostro paese? La risposta è sì a entrambe le domande.

Partiamo dalla prima. Innanzitutto, quanti sono davvero i posti di lavoro che le imprese italiane non riescono a riempire? Sui giornali circolano vari numeri, non sempre coerenti e confrontabili tra loro (su questo sito se n’era già occupato Francesco Giubileo). Da una parte abbiamo i dati Istat sui posti vacanti, che possono essere considerati come una sorta di margine inferiore, i posti effettivamente pubblicati e che rimangono aperti. La stessa Istat produce, poi, stime sulle imprese manifatturiere che a causa di scarsità della manodopera non riescono a produrre quanto vorrebbero. Infine, il Bollettino Excelsior realizzato da Unioncamere e Anpal, che registra le intenzioni di assunzione da parte delle imprese e le difficoltà previste nell’individuazione di profili idonei. I due ultimi dati riflettono, quindi, la percezione delle imprese e, al netto di una possibile sovrastima da parte dei datori di lavoro, possono essere interpretati come un margine superiore, che, oltre ai posti che effettivamente rimangono scoperti, include anche quelle posizioni che le imprese nemmeno aprono perché “scoraggiate”.

Se prendiamo le stime più conservative, cioè il tasso di posti vacanti Istat, che registra le ricerche di personale formalmente iniziate e non ancora concluse, vediamo effettivamente un aumento nel secondo trimestre confermato, poi, nel terzo trimestre (in realtà, il tasso di posti vacanti riflette i posti scoperti nell’ultimo giorno del trimestre, quindi 30 giugno e 30 settembre). Un tasso di posti vacanti dell’1,8 per cento corrisponde a circa 400 mila posti aperti, un livello non così elevato se comparato a quello di altri paesi, ma il più alto dal 2016, quando inizia la serie che copre il totale delle imprese (figura 1a). A livello settoriale, gli aumenti più rilevanti si sono registrati nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, le cui posizioni lavorative sono di solito ad alto tasso di capitale umano (per esempio di professionisti nell’ambito legale, contabile, della ricerca e sviluppo o del marketing), o il settore del noleggio, agenzie viaggio e servizi alle imprese. Meno nei servizi di alloggio e ristorazione che, invece, erano al centro della discussione estiva (figura 1b). Sono soprattutto le piccole imprese ad aver difficoltà a trovare manodopera: il tasso di posti vacanti per quelle con 10 dipendenti e più scende all’1,4 per cento.

Il fenomeno delle dimissioni

C’è un legame tra posti vacanti e dimissioni? È ragionevole pensare che maggiori opportunità lavorative rendano le persone più sicure nel lasciare il proprio posto e, viceversa, che di fronte a un aumento delle dimissioni, le imprese debbano cercare un sostituto.

Nella figura 2a vediamo una correlazione positiva tra posti vacanti e dimissioni, la stessa che si può osservare in altri paesi (per esempio, Regno Unito o Stati Uniti), e il dato per il secondo trimestre non sembra un valore anomalo (non si discosta dalla relazione degli anni precedenti). Il tasso di dimissioni non appare anomalo nemmeno se confrontato con quello di disoccupazione (dove la relazione, invece, è negativa, figura 2b). La Great Resignation” italiana, l’aumento di dimissioni, sembra quindi semplicemente il riflesso di un mercato più dinamico (a cui non siamo abituati), insieme a un po’ di recupero sulle dimissioni non date nel 2020. Non appare quindi come una fase di forte ripensamento del valore del lavoro e delle priorità di vita.

Le ragioni delle difficoltà delle imprese

Posti vacanti e dimissioni in aumento possono essere interpretati come due facce di una fase di forte rimbalzo (o crescita) dopo una grave caduta, con conseguente chiusura e riapertura di posti. Ma, se allarghiamo lo sguardo, ciò che preoccupa è l’aumento “strutturale” della difficoltà delle imprese a trovare manodopera adeguata. In qualunque paese è normale che ci siano posti vacanti anche se ci sono persone disposte a lavorare: quello del lavoro non è un mercato perfetto dove la domanda incontra immediatamente l’offerta, ma ci sono “frizioni” che rallentano o addirittura impediscono il buon esito della ricerca.

In generale, è più facile per le imprese trovare personale quando il numero di persone che cerca lavoro è elevato, mentre è più difficile quando la disoccupazione è più bassa. La relazione (inversa) tra tasso di posti vacanti e tasso di disoccupazione è la cosiddetta curva di Beveridge, che dà una misura dell’efficienza del mercato del lavoro: più la curva si sposta in basso a sinistra, cioè bassa disoccupazione e pochi posti vacanti, più il mercato è efficiente; invece, più la curva si sposta in alto a destra, cioè la disoccupazione sale e i posti vacanti pure, meno il mercato del lavoro è efficiente.

Osservando la curva di Beveridge per l’Italia (in questo caso, abbiamo preso il tasso di posti vacanti calcolato solo sulle imprese con più di 10 dipendenti, che è disponibile lungo un orizzonte temporale più lungo), si nota come la nostra economia abbia perso efficienza nel far incontrare domanda e offerta già da diversi anni (ben prima che venisse introdotto il reddito di cittadinanza, per dire). Rispetto al 2010-2013 (etichette verdi), dal 2014-2015 (etichette gialle nella figura 3), a parità di tasso di disoccupazione, il tasso di posti vacanti è aumentato. Non siamo in grado al momento di individuare le cause di questo salto. Un’ipotesi possibile è che la crisi finanziaria e dei debiti sovrani, la concorrenza internazionale e incentivi come Industria 4.0 abbiano modificato in parte la struttura industriale e quindi la domanda di competenze da parte delle imprese italiane, cui, però, non ha fatto seguito l’offerta.

Certo è che se l’“inefficienza” nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro fosse destinata a perdurare (e magari a crescere con la transizione verde e digitale), la realizzazione degli ambiziosi piani di investimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarebbe a rischio.

Figura 3 – Curva di Beveridge per l’Italia, primo trimestre 2010 – terzo trimestre 2021

Fonte: elaborazione degli autori su dati Istat.

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Reddito di cittadinanza: quale soluzione per lo squilibrio Nord-Sud

Gio, 25/11/2021 - 10:22

Esiste uno squilibrio territoriale tra i beneficiari del reddito di cittadinanza. Ma il rimedio non è alzare la soglia di accesso per chi vive al Centro-Nord, perché non considera la diversa disponibilità di beni pubblici. La risposta è semmai un’altra.

Il divario territoriale

Una delle questioni emerse nel dibattito sul reddito di cittadinanza e la sua efficacia nel raggiungere chi si trova in povertà riguarda le differenze territoriali nella distribuzione dei beneficiari. In particolare, Massimo Baldini e Giovanni Gallo, nel rapporto che Caritas ha dedicato quest’anno proprio alla misura, confrontano i dati dell’Istat sulla povertà assoluta per ripartizione con la distribuzione dei beneficiari, segnalando uno squilibrio a sfavore delle regioni centro-settentrionali. Stimano infatti che il tasso di copertura delle famiglie in povertà assoluta da parte del reddito di cittadinanza sia pari a circa il 44 per cento a livello nazionale, ma al 52 per cento nel Mezzogiorno e sia viceversa inferiore alla media nazionale nel Centro-Nord. Questo squilibrio si aggiunge a quello, più consistente, a favore delle famiglie piccole o monocomponente e a sfavore di quelle numerose e con minorenni, a causa di una scala di equivalenza penalizzante. 

Si tratta di uno squilibrio solo parzialmente spiegabile dai vincoli in accesso per gli stranieri, che sono numericamente più presenti nelle regioni settentrionali e che costituiscono una buona fetta dei poveri assoluti stimati dall’Istat in queste regioni, dove per altro rappresentano oltre il 20 per cento dei beneficiari (29,1 per cento nel Nord-Ovest, 23,8 per cento nel Nord-Est, 26,7 per cento nel Centro), contro il 10,6 per cento nel Mezzogiorno e il 6,1 per cento nelle Isole. 

Se si confrontano i dati Istat sulla povertà assoluta e quelli di beneficiari, nel Centro-Nord rimarrebbe esclusa anche una buona fetta di poveri assoluti “autoctoni”, mentre, viceversa, nel Mezzogiorno sarebbero inclusi anche un buon numero di “falsi positivi”, specie tra i soli o le famiglie piccole di soli adulti. Si tratterebbe di persone in condizione economica disagiata, ma non in povertà assoluta.

La disparità dipenderebbe sia dallo squilibro strutturale del Rdc, che favorisce i singoli e le famiglie piccole, sia dal fatto che viene utilizzata un’unica soglia di accesso per tutto il territorio nazionale, invece di differenziarla in base al costo della vita, come fa Istat quando calcola l’incidenza della povertà assoluta. Per ovviare al primo aspetto, Caritas, come Alleanza contro la povertà e lo stesso Comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza, propongono di modificare la scala di equivalenza. Per ovviare al secondo, il rapporto Caritas – cui si è unita una schiera di commentatori – suggerisce di alzare la soglia di accesso per i richiedenti il Rdc che vivono nel Centro-Nord. 

No alle soglie differenziate

Si tratta di una proposta a prima vista ragionevole, analoga a quella che periodicamente viene avanzata, in nome dell’equità, di differenziare i salari su base territoriale. Secondo il mio parere, e anche di quello del Comitato scientifico di valutazione del RdC (di cui riprendo qui l’argomentazione, vedi), si tratta di una soluzione basata su argomentazioni che non tengono conto adeguatamente non solo del diverso modo in cui Istat stima la povertà assoluta, rispetto all’indicatore utilizzato per il Rdc, ma soprattutto non considerano il complesso di fattori che contribuiscono al tenore di vita. 

Per quanto riguarda il primo punto, va ricordato che le stime Istat si basano sui consumi e non sul reddito e la ricchezza (mobiliare e immobiliare) e adottano linee di povertà molto diversificate non solo in base alle grandi ripartizioni territoriali, ma anche per ampiezza del comune. Le differenze nel costo della vita per abitazione e beni primari non riguardano, infatti, solo le grandi ripartizioni territoriali, ma anche le città grandi rispetto a quelle piccole, le zone urbane rispetto a quelle rurali e così via. Per questo l’Istat, per ogni tipologia famigliare individuata per età e numerosità dei componenti (39 in tutto), basandosi sul costo stimato di un medesimo paniere di beni, considera ben nove diverse soglie di povertà assoluta. Se anche per il reddito di cittadinanza si adottasse la logica delle soglie differenziate non ci si potrebbe fermare a due, con l’effetto di creare nuove iniquità. 

In secondo luogo, non si può ignorare la diversa disponibilità di beni pubblici nelle varie aree del paese (servizi per l’infanzia, tempo pieno scolastico, servizi sanitari, servizi sociali, trasporti, lo stesso funzionamento dei centri per l’impiego oltre che le possibilità occupazionali). Le stime dell’Istat non prendono in considerazione questo aspetto, che però fa una grande differenza per la qualità della vita e per lo stesso costo di soddisfacimento dei bisogni, a parità di reddito. Queste differenze sono per certi versi speculari a quelle del costo della vita. In altri termini, le aree con il costo della vita più basso, ad esempio riguardo ai costi dell’abitare, hanno spesso anche una dotazione di servizi pubblici inferiore a quella delle aree a costo della vita più alto, o devono sostenere costi aggiuntivi per accedervi. È una questione sollevata anche da chi contesta l’opportunità di diversificare i salari su base territoriale per tener conto del diverso costo della vita.

Inoltre, un’analisi contenuta nell’ultimo rapporto annuale dell’Inps, di cui si è dato conto anche su questo sito, mette in dubbio che vi sia una indebita sovra-rappresentazione del Mezzogiorno tra i beneficiari. Basata su dati a livello comunale, la ricerca utilizza una serie di indici della vulnerabilità sociale e del disagio economico dei comuni di riferimento e dell’incidenza di alcune caratteristiche “a rischio” nella popolazione (istruzione, età, reddito, appartenenza etnica). Ne emerge che il divario Nord-Sud nell’incidenza comunale dei beneficiari può essere largamente spiegato dall’incidenza, più o meno marcata, degli indicatori di povertà e da un mercato del lavoro caratterizzato da alta disoccupazione e bassa istruzione. In altri termini, la “sovra-rappresentazione” dei beneficiari nel Mezzogiorno non è dovuta a una eccessiva generosità della soglia nei loro confronti o a un maggior lassismo dei controlli, bensì a una maggiore concentrazione nel Mezzogiorno di contesti locali caratterizzati da scarsità di risorse economiche (mercato del lavoro) e di capitale umano e sociale. Contesti che esistono anche nel Centro-Nord, ma in misura più ridotta. Ne consegue, tra l’altro, che i beneficiari del Mezzogiorno hanno meno possibilità di trovare una occupazione nella loro area di residenza di quelli del Centro-Nord.

Una ipotesi di soluzione

Per tener conto delle differenze nel costo della vita senza creare nuove iniquità, e insieme ridurre il possibile effetto di disincentivo al lavoro di un sostegno monetario comparativamente (anche a livello internazionale) generoso per i singoli e le famiglie piccole di adulti, si potrebbe considerare la parte monetaria del Rdc come costituita da due livelli. Il primo, garantito come Lep (livello essenziale di prestazione) a livello nazionale, con una soglia di reddito e un importo massimi per una persona sola leggermente più bassi di quelli attuali, il secondo definito a livello regionale. Occorrerebbe però rovesciare la logica della normativa che, così come toglie un euro per ogni euro guadagnato disincentivando il lavoro, ne toglie uno per ogni euro ricevuto a livello locale. 

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La violenza sulle donne in quattro grafici

Gio, 25/11/2021 - 08:41

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999.

In questa serie di grafici, mettiamo in evidenza alcuni dei dati più recenti sul fenomeno della violenza di genere, che continua ad essere estremamente diffuso in Italia e nel resto del mondo.

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Il diritto dei no-vax contro il diritto di tutti

Mer, 24/11/2021 - 10:16

Il diritto a scegliere invocato dai no-vax ha un prezzo. Compromette il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante. Soprattutto, rischia di riaprire la crisi delle terapie intensive, quelle che fanno la differenza tra vivere e morire.

Le conseguenze del diritto di scelta

Il cavallo di battaglia no-vax – il principio fondamentale al quale si appellano – è che non può essere messo in discussione il diritto di ogni singola persona di scegliere se vaccinarsi o meno. 

Ma, numeri alla mano, è immediato mostrare che, nonostante i non vaccinati rappresentino solo il 14,6 per cento della popolazione con più di 12 anni, la loro scelta ha già oggi conseguenze per la tenuta del sistema sanitario. Conseguenze che plausibilmente sono destinate ad aggravarsi nel giro di poche settimane. In altre parole, il loro diritto a scegliere confligge – nei fatti, non in teoria – con il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante.    

I reparti di terapia intensiva sono la prima linea del sistema sanitario. Vi vengono ricoverati i pazienti che non potrebbero sopravvivere altrove, poiché le malattie acute di cui soffrono mettono a rischio la loro vita. Non sorprende che fin dall’inizio della crisi Covid-19 l’attenzione sia stata altissima soprattutto sulla tenuta di questi reparti, essenziali per la sopravvivenza delle persone colpite dal virus in forma acuta oltre che per quella delle persone affette da altre patologie. Tratta dall’ultimo aggiornamento dell’Istituto superiore di sanità, la riga 2 della tabella 1 riporta il numero di ingressi nei reparti di terapia intensiva, distinto per stato vaccinale, nell’arco del periodo 8 ottobre-7 novembre. La riga 3 riporta il tasso di ingresso (per centomila abitanti) per fascia di età, osservato sui non vaccinati (è il rapporto tra riga 2 e riga 1, moltiplicato per 100mila). Per confronto, la riga 4 riporta il tasso di ingresso in terapia intensiva (per centomila abitanti) osservato sui vaccinati con ciclo completo.

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Le colonne dalla seconda alla quinta della riga riportano il numero di ingressi in terapia intensiva che si sarebbe osservato sui non vaccinati se si fossero vaccinati: è ottenuto applicando al numero di non vaccinati in riga 1 il tasso di ingresso in terapia intensiva dei vaccinati in riga 4. 

Se tutti si fossero vaccinati, nel mese considerato avremmo avuto 260 ingressi in terapia intensiva invece dei 662 effettivamente osservati: il 60 per cento in meno. Peraltro, se i non vaccinati si fossero vaccinati, la circolazione del virus sarebbe stata inferiore, per cui anche il tasso di ingresso in terapia intensiva dei vaccinati sarebbe risultato inferiore. Pertanto, nello scenario “tutti vaccinati” il numero di ingressi in terapia intensiva sarebbe stato probabilmente inferiore a 260. 

Il ritorno dell’esponenziale

La figura 1 riporta l’andamento giornaliero del numero totale di ricoverati in terapia intensiva a partire dal 1° novembre. L’asse verticale è in scala logaritmica: il buon adattamento ai dati della retta interpolante significa che il numero totale di ricoverati in terapia intensiva cresce secondo una legge esponenziale. Nulla di nuovo: è la legge che governa la crescita di tutti i numeri del Covid-19, all’opera da fine febbraio 2020. La pendenza della retta interpolante corrisponde a un tempo di raddoppio del numero totale di ricoverati in terapia intensiva pari a circa 38 giorni. Per memoria, lo scorso anno alla stessa data il tempo di raddoppio era pari a circa 20 giorni.

Figura 1 – Logaritmo naturale del numero totale di ricoverati in terapia intensiva, registrato giornalmente dal 1/11 al 21/11

Utilizzando questo tempo di raddoppio, la colonna 2 della tabella 3 riporta la progressione del numero di ricoverati in terapia intensiva fra 38, 76 e 114 giorni, partendo dal numero di ricoverati in quel reparto del 21 novembre (520). Questi numeri sono ottenuti nell’ipotesi che rimangano invariati: 

  • il numero di vaccinati e non vaccinati 
  • il tasso di ricovero in terapia intensiva dei vaccinati e dei non vaccinati 
  • il tempo di raddoppio, cioè la velocità di diffusione del contagio
  • le misure di contenimento del contagio, ad oggi quelle previste in zona bianca. 

In questo scenario, già a Natale il numero di persone in terapia intensiva supererebbe il migliaio; a Carnevale saremmo oltre le duemila; al 15 marzo i ricoverati in terapia intensiva sarebbero 4.160, pari quasi al massimo toccato nelle precedenti tre ondate. 

La colonna 3 della tabella 2 riporta la progressione che avremmo se tutti fossero vaccinati. È ottenuta riducendo del 60 per cento il numero di ricoverati in terapia intensiva al 21/11: è il fattore di riduzione visto poco sopra per gli ingressi in terapia intensiva nel periodo 8/10-7/11. A parità di durata della permanenza in terapia intensiva, lo stesso fattore di riduzione si applica anche al numero totale di ricoverati nel reparto. Applicando a questa condizione iniziale – 208 ricoverati in terapia intensiva – lo stesso tempo di raddoppio di 38 giorni, si ottiene la progressione in colonna 3. 

L’effetto della (ipotetica) vaccinazione dei non vaccinati sull’andamento nel tempo è palese: nello scenario “tutti vaccinati”, si arriverebbe alle soglie della primavera con un numero di ricoverati in terapia intensiva alto – 1.664 – ma molto inferiore ai massimi toccati negli scorsi venti mesi e, soprattutto, compatibile con la tenuta del sistema.

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Può sembrare controintuitivo che un numero relativamente piccolo di non vaccinati faccia tutta questa differenza, dopo tutto sono solo il 14,6 per cento della popolazione 12+. Ma la spiegazione è semplice: 

  • i non vaccinati hanno tassi di ingresso in terapia intensiva molto superiori ai vaccinati: 7,3 volte più elevato tra gli 80+, fino a 30 volte più elevato nelle fasce più giovani (vedi tabella 1). 
  • la forte differenza nei tassi di ingresso in terapia intensiva dà luogo a condizioni iniziali molto diverse nei due scenari: il numero di ricoverati in terapia intensiva osservato al 21/11 è ben oltre il doppio del numero che avremmo avuto alla stessa data se tutti fossero stati vaccinati. 
  • la differenza nelle condizioni iniziali combinata all’andamento esponenziale della crescita dà luogo agli esiti documentati in tabella 2.

Il diritto a scegliere liberamente invocato dai no-vax ha un prezzo: mette concretamente a rischio il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante. In particolare, rischia di riaprire la crisi della prima linea del sistema sanitario, le terapie intensive: il nodo del sistema che fa la differenza tra vivere e morire.  

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Assegno unico per i figli: qualche dubbio sull’equità

Mar, 23/11/2021 - 12:56

L’assegno unico per i figli partirà a marzo 2022. È una razionalizzazione del supporto pubblico alle famiglie con figli. Ma rimangono alcune criticità. In particolare, suscita dubbi la scelta di garantire il contributo anche a chi non presenta l’Isee.

Arriva l’assegno unico e universale

Con l’approvazione del decreto legislativo da parte del Consiglio dei ministri del 18/11/2021 è stato istituito l’assegno unico e universale (Auu), in attuazione della delega conferita al governo ai sensi della legge 46 del 1° aprile 2021.

Come più volte analizzato su lavoce.info si tratta di un atto significativo verso la razionalizzazione nel supporto pubblico alle famiglie con figli in Italia, fino a oggi destinatarie di misure poco generose, disomogenee e categoriali. Tuttavia, a un esame preliminare del decreto legislativo, permangono alcune criticità evidenziate nei mesi passati.

Da marzo 2022, l’assegno andrà a beneficio dei figli minorenni o fino al compimento del 21° anno se impegnati in attività scolastica, professionale o lavorativa con un reddito inferiore a 8 mila euro l’anno oppure se disoccupati e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per i figli con disabilità.

Il valore massimo e costante dell’assegno sarà di 175 euro al mese per ciascun figlio per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro, fascia in cui si colloca il 50 per cento dei nuclei famigliari con figli. Per i figli dal terzo in poi l’ammontare è pari a 260 euro. Sopra i 15 mila euro di Isee il valore spettante per ogni famiglia diminuisce al crescere della condizione economica. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del livello di disabilità e dell’età), per le madri under 21 (20 euro), per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25 mila). Oltre i 15mila euro di Isee l’importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per un’Isee pari o superiore a 40 mila euro. Chi avrà un’Isee superiore a 40 mila euro l’anno o chi deciderà di non presentarlo riceverà la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di quattro figli beneficeranno di 1.200 l’anno, un forfait che di fatto corrisponde all’attuale detrazione Irpef per famiglie di questo tipo.

Il reale vantaggio in termini economici deve tuttavia essere valutato rispetto alla situazione esistente, in quanto l’assegno sostituisce una pluralità di strumenti oggi presenti: le detrazioni Irpef per figli a carico (che permangono per i figli a carico di età superiore ai 21 anni), la detrazione Irpef per famiglie con più di quattro figli, l’assegno al nucleo familiare, l’assegno per il nucleo familiare con tre figli minori, il bonus bebè\assegno natalità e il bonus mamma domani. Ai percettori del reddito di cittadinanza, l’assegno unico e universale è corrisposto automaticamente sottraendo la quota del reddito di cittadinanza corrispondente ai figli minori.

Prime valutazioni

In attesa di conoscere il testo del decreto legislativo che dovrà passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, si evidenziano alcune criticità.

Rispetto alle bozze circolate nei mesi scorsi, il governo ha voluto introdurre una componente a tutti gli effetti universale e non selettiva, con un trasferimento minimo (50 euro al mese) a ogni figlio, riconoscendo un diritto individuale, indipendentemente dalla condizione economica della famiglia. L’universalità dell’assegno unico va quindi accolta come un grande e positivo cambiamento rispetto alla situazione attuale, laddove la detrazione Irpef non dipende dalla categoria  del contribuente (lavoratore dipendente o autonomo), ma non viene versata agli incapienti e decresce al crescere del reddito dichiarato fino ad azzerarsi, mentre l’assegno al nucleo familiare è riservato a lavoratori dipendenti e pensionati che lo finanziano versando i contributi alla Cuaf (cassa unica assegni familiari). L’introduzione di una quota fissa a prescindere dal reddito della famiglia è positiva, perché migliora l’efficienza del sistema e aumenta l’equità (orizzontale) complessiva. Averlo fatto a costo complessivo costante, ossia senza destinare ulteriori risorse rispetto ai 6-7 miliardi aggiuntivi previsti inizialmente, tuttavia, è un togliere ai bisognosi per dare a chi di bisogno ne ha molto meno, con un costo non indifferente in termini di distribuzione delle risorse. Robin Hood al contrario, una misura chiaramente regressiva.

La distribuzione delle risorse messe a disposizione e la valutazione di chi ci guadagnerà effettivamente non è immediata né ovvia. Rimandiamo a un futuro approfondimento la quantificazione degli effetti distributivi. Oggi, il sostegno alla famiglia attraverso l’Irpef è nullo per i contribuenti incapienti (ossia chi non ha sufficiente imposta lorda per scontare le agevolazioni fiscali previste), quello che passa per l’assegno al nucleo familiare è nullo per gli autonomi (dal momento che è finanziato con la Cuaf). Tuttavia, la generosità dell’assegno, soprattutto per le fasce più deboli, viene limitata rispetto alle previsioni iniziali perché, a parità di risorse stanziate, almeno un miliardo di euro è destinato alle famiglie con Isee superiore ai 40 mila euro all’anno o che non lo presentano. Oggi un lavoratore dipendente con un figlio a carico e a basso reddito percepisce detrazioni e Anf per un ammontare superiore ai 200 euro al mese, che salgono di altri 20 euro se il figlio ha meno di tre anni (in virtù della maggiorazione delle detrazioni) e di altri 80 euro se il figlio ha meno di un anno e quindi percepisce il bonus bebè. Il confronto è ancora più penalizzante se si considera il secondo semestre 2021 quando il governo ha introdotto il trasferimento ponte per i soggetti che non avevano diritto agli Anf e la maggiorazione degli Anf che ha garantito ai dipendenti ulteriori 37,5 euro a figlio.

Rimane anche aperta la questione del (parziale) finanziamento dell’assegno unico e universale. Oggi i lavoratori dipendenti, tramite il datore di lavoro, sono soggetti a un’aliquota contributiva dello 0,68 per cento per finanziare la Cuaf. In aggregato si tratta di un contributo di circa 3 miliardi di euro all’anno che grava solo sui dipendenti e che, oltre a incidere in modo significativo sul costo del lavoro, risulta anacronistico e iniquo se l’assegno diventa universale; come tale, dovrebbe essere a carico della fiscalità generale e non finanziato solo da alcuni beneficiari.

Clausola di salvaguardia e presentazione Isee

Due questioni fondamentali minano la reale spinta riformista della misura.

Di fronte al rischio che i dipendenti a medio e basso reddito possano rimetterci rispetto alla situazione attuale, il decreto legislativo introduce una clausola di salvaguardia che prevede una compensazione in automatico per almeno tre anni. Nei dettagli si dovrà capire se la clausola di salvaguardia riguarderà la situazione previgente a inizio 2021 o considererà anche la maggiorazione degli Anf introdotta a partire da luglio di quest’anno. Introdurre la clausola di salvaguardia denota tuttavia il timore di non riuscire a bilanciare lo scontento di chi ci perderebbe con la soddisfazione di chi ci guadagnerebbe, oltre a esser un metodo per rimandare di qualche anno decisioni scomode.

Inoltre, prevedere la possibilità che anche chi non presenta dichiarazione Isee possa ottenere l’assegno ci lascia molto perplessi. L’utilizzo dell’Isee, per quanto non esente da criticità, permette di valutare le risorse di una famiglia nella sua interezza, tenendo conto della consistenza del patrimonio e non solo dei redditi che, quando non dichiarati da un sostituto di imposta, potrebbero essere in tutto o in parte evasi. L’universalità dell’assegno può essere garantita chiedendo a tutti i percettori la dichiarazione Isee e garantendo l’importo minimo al di sopra di una certa soglia: con un minimo impegno richiesto alle famiglie (l’Isee è disponibile per l’autocompilazione online e richiede pochi minuti) si garantirebbe una maggiore equità, lasciando la libertà a chi lo preferisce di non dichiarare il proprio reddito e il proprio patrimonio attraverso l’Isee, ma al costo di non ricevere risorse che sarebbero meglio spese a vantaggio di chi ne ha più bisogno.

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Il punto

Mar, 23/11/2021 - 11:00

L’offerta del fondo Kkr su Tim riapre i giochi nel mondo delle telecomunicazioni, alla vigilia dell’arrivo dei fondi Pnrr. Non è solo un’operazione tra due società private, avrà riflessi su interessi cruciali del nostro paese. Sulla bocca di tutti durante le prime ondate della pandemia, il Mes è ora scomparso dal dibattito e dai media. Eppure, quelle risorse potrebbero essere ancora utili alla nostra sanità. Negli Stati Uniti molte aziende faticano a trovare lavoratori. Se la pandemia non è sotto controllo, neanche salari più alti, benefit e abbassamento dei requisiti di ingresso risolveranno il problema. Il Ddl concorrenza introduce il divieto di abuso di dipendenza economica, ma per le piattaforme digitali non si tratta di una condanna a priori. Di norme di questo tipo dovrebbero però occuparsi le istituzioni comunitarie. Le ingenti risorse che arrivano dall’Europa sono un’occasione unica per l’Italia. Purché una politica divisa su tutto non blocchi il processo di riforma avviato dal governo.

È online il primo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce.info che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di pensioni con Elsa Fornero. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Abuso di dipendenza economica: non è una condanna a priori

Mar, 23/11/2021 - 10:17

Il Ddl concorrenza introduce una presunzione di abuso dipendenza economica mirata in particolare alle piattaforme digitali. Il provvedimento ha suscitato varie critiche, forse eccessive. Queste tematiche andrebbero però lasciate al legislatore europeo.

Cosa dice l’articolo 29

Alla fine degli anni Novanta, così come altri paesi europei, l’Italia si è dotata di un divieto legislativo di abuso di dipendenza economica, modellato sul divieto antitrust di abuso di posizione dominante. La norma riguarda i rapporti “verticali” tra imprese, come per esempio il franchising, la subfornitura industriale, i rapporti tra grande distribuzione organizzata e fornitori. Prima applicabile solo in giudizi civili tra parti private, nel 2001 la norma è stata fatta rientrare anche nella competenza dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che può intervenire in sede amministrativa per reprimere gli abusi di posizione dominante. L’Agcm ha così progressivamente “riscoperto” una disciplina che inizialmente aveva addirittura osteggiato, in quanto priva di corrispondenti nella legislazione antitrust comunitaria. 

Il disegno di legge concorrenza, appena approvato in Consiglio dei ministri, contiene un articolo – il 29 – intitolato “Rafforzamento del contrasto all’abuso di dipendenza economica”, specificamente mirato alle grandi piattaforme digitali, suggerito proprio dall’Agcm.

L’articolo 29 introdurrebbe una presunzione (relativa, cioè superabile fornendo prova contraria) di dipendenza economica delle imprese che si devono affidare alla piattaforma digitale come intermediario per raggiungere il consumatore finale, tenuto conto di fattori quali gli “effetti di rete” e la “disponibilità di dati” in capo alla piattaforma. Inoltre, l’elenco (non tassativo) delle pratiche abusive si arricchirebbe di ipotesi, formulate sì in termini generali, ma che appaiono suggerite dall’esperienza dei rapporti tra le grandi piattaforme digitali e le imprese che si avvalgono dei loro servizi di intermediazione. Così, in particolare, il “fornire informazioni o dati insufficienti in merito all’ambito o alla qualità del servizio fornito” (per esempio sul posizionamento relativo, nelle ricerche del consumatore, dei prodotti che le imprese terze offrono attraverso la piattaforma).

Le critiche

La proposta contenuta nel Ddl concorrenza ha suscitato alcune critiche, riassunte in un intervento di Franco Debenedetti su Il Sole-24Ore

I punti sollevati sono tre: 1) la norma è un unicum in Europa, quando invece il fenomeno richiederebbe una disciplina uniforme europea; 2) la presunzione di dipendenza economica, che verrebbe così introdotta, suona come una condanna a priori delle piattaforme digitali; 3) la previsione legislativa è troppo indeterminata, sia nell’individuare i presupposti della presunzione di dipendenza sia nel definire le ipotesi di condotte vietate; e, nella sua ampiezza, rischia di colpire in modo indiscriminato operatori con posizioni di mercato e di forza relativa verso le loro controparti commerciali molto diverse. Almeno in parte queste preoccupazioni ci sembrano da condividere.

Tuttavia, un poco di contesto può servire a meglio inquadrare la proposta contenuta nell’articolo 29. Il divieto italiano di abuso di dipendenza economica, in realtà, non è un unicum in Europa, né lo è l’idea di usarlo contro le piattaforme digitali. Un precedente importante è quello tedesco ed è del resto al diritto tedesco che si ispira oggi la proposta di integrazione contenuta nell’articolo 29. In Germania, nel 2017 e poi di nuovo quest’anno, il legislatore è intervenuto sulle norme, già molto articolate, che disciplinano l’abuso di potere di mercato, incluso il divieto di abuso di dipendenza economica, con l’obiettivo di meglio catturare le specificità dei mercati dell’economia digitale e così agevolare l’azione amministrativa dell’autorità antitrust. Il tutto con la dichiarata ambizione di fare da apripista in Europa, attraverso un uso proattivo del diritto antitrust nel digitale.

Quello che può avere un senso e funzionare nella legislazione e nell’esperienza antitrust tedesche non è però detto che faccia senz’altro al caso degli altri stati membri. La maggior parte dei paesi europei, infatti, non si affida in materia di abuso di potere economico a disposizioni così dettagliate come sono (tradizionalmente) quelle tedesche, ma si limita a replicare le assai più generiche disposizioni dell’antitrust comunitario, il cui significato è stato disegnato, in larga parte, dalle sentenze della Corte di giustizia. Diversi stati membri hanno però ripreso nel tempo, talvolta con finalità differenti e non sempre messe bene a fuoco, la norma tedesca sull’abuso di dipendenza economica. In ogni caso, il rischio è che, attraverso l’adozione di divieti legislativi prettamente nazionali e specificamente mirati alle piattaforme digitali, si alimentino spinte centrifughe, quando il fenomeno trascende chiaramente la dimensione nazionale e richiederebbe piuttosto una regolamentazione uniforme a livello europeo. A ciò si aggiunga che un moltiplicarsi di divieti legislativi nazionali può portare a risultati pratici poco controllati e magari eccessivi, di tipo giustizialista o, al contrario, nel segno di una cattura del regolatore. Rischio che però i meccanismi esistenti di coordinamento tra autorità nazionali della concorrenza potrebbero ridimensionare.

L’onore della prova

Nel merito della norma, la preoccupazione per una presunzione che già porterebbe in sé una condanna a priori delle piattaforme digitali pare invece eccessiva. Certo dipende anche dall’uso che la nostra Autorità garante ne vorrà fare. Ma la presunzione di dipendenza è pur sempre relativa, comporta cioè solo un’inversione dell’onere della prova a carico del gestore della piattaforma (che conoscerà il suo modello di business e il suo mercato meglio di chiunque altro). Ed è un’inversione molto relativa: i presupposti della presunzione sono difatti abbastanza generici e, quindi, richiedono di essere contestualizzati nel caso concreto. Pare difficile, per quello che è il normale gioco tra l’Autorità che indaga e l’impresa che si difende, che nel procedimento non si sviluppi un confronto approfondito sull’effettiva sussistenza di una situazione di potere relativo verso le imprese clienti e di un abuso di tale potere. In altre parole, è come se il legislatore dicesse che, nel valutare la dipendenza economica dalle piattaforme digitali, occorre tenere conto tra gli altri fattori anche degli effetti di rete, della disponibilità di dati, del ruolo di gatekeeper della piattaforma. Cosa che l’Autorità potrebbe comunque già fare, e che potrebbe fare anche applicando il contiguo, e in parte sovrapponibile, divieto di abuso di posizione dominante. Vero è che per “i soliti noti”, cioè per le piattaforme digitali più importanti, la conclusione potrebbe sembrare già scritta. Ma se anche così fosse, rimane pur sempre che un accertamento positivo della dipendenza, di per sé, non equivale ancora a un giudizio di abusività della condotta indagata.

Quanto alla indeterminatezza del dettato legislativo, la critica di Debenedetti non è forse del tutto centrata. Non meno indeterminati sono difatti i contigui divieti dell’antitrust comunitario e nazionale di intese anticompetitive e di abuso di posizione dominante, anch’essi suscettibili di essere impiegati nel contrasto agli abusi delle grandi piattaforme digitali. In ogni caso, i riferimenti contenuti nell’articolo 29 del Ddl concorrenza agli effetti di rete, alla disponibilità di dati e, più genericamente, al ruolo determinante della piattaforma nell’intermediazione di servizi in realtà contribuiscono a orientare, ma senza rigidità eccessive, l’applicazione di un divieto legislativo altrimenti ancora più indeterminato. Mentre le condotte abusive tipiche restano in larga parte quelle che erano. All’atto pratico, le nuove norme sembrano quindi avere più che altro il valore di un messaggio politico, una sorta di via libera all’Agcm, per i casi in cui valuti opportuno intervenire nei confronti dell’una o dell’altra piattaforma.

In definitiva, se c’è un aspetto più problematico nella riforma del divieto di abuso di dipendenza economica, sembra riguardare l’opportunità di esperimenti dei legislatori nazionali rispetto a fenomeni e problemi di ben altra dimensione, che andrebbero preferibilmente lasciati, specie in questa fase iniziale, nelle mani del legislatore e delle istituzioni europee.

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Riforme in Italia: ora o mai più

Mar, 23/11/2021 - 10:14

L’Italia ha la necessità di sfruttare nel modo migliore le ingenti risorse messe a disposizione dal programma Next Generation Eu. Il Pnrr ha colto la sfida, ma la preoccupazione è che le divisioni della politica blocchino il processo di riforma.

L’Italia prima e dopo la pandemia

Come esce l’Italia dall’esperienza del Covid? Ne discuto in un libro in uscita il 25 novembre. Premessa e punto di avvio del libro è peraltro il “come eravamo” prima della pandemia, ovvero la vicenda del quarto di secolo precedente in cui il paese aveva di fatto arrestato la sua crescita.

I problemi italiani non sono infatti solo figli della pandemia. Hanno radici profonde. Occorre tener conto delle novità di contesto evidenziate dal Covid-19, ma, al tempo stesso, rilanciare la crescita dell’economia italiana. Ciò anche per rendere sostenibile il debito pubblico impennatosi con la pandemia. In un contesto di riduzione della popolazione – non sufficientemente compensata da migrazioni che l’Italia pre-Covid aveva ben poco imparato a gestire e integrare –richiede di innalzare sia la produttività che il tasso d’occupazione.

Qui ci concentriamo non tanto sul racconto critico di quanto accaduto durante la pandemia, in termini sanitari ed economico-sociali – aspetti entrambi su cui l’Italia, dopo un pessimo inizio, ha risalito la china nel 2021, grazie soprattutto a un livello di vaccinazione elevato, ancorché tuttora incompleto – quanto su alcune delle novità e delle sfide del futuro prossimo venturo.

Sono novità che riguardano non solo l’Italia: dall’accresciuta domanda di beni pubblici da finanziare (a partire dalla “salute pubblica”, cosa diversa dalla mera domanda di servizi sanitari e di cura) all’esplosione del digitale (con tutte le connesse esigenze di governance), dalla riscoperta della resilienza (difficile da ottenere per le tante piccole imprese italiane) alla possibile segmentazione del mondo in blocchi (economici e politici), dalla scoperta del lavoro a distanza (dai contorni diversi, peraltro, a seconda che riguardi le figure professionali alte e “creative” o gli addetti in attività circoscrivibili e parcellizzabili) al futuro dei centri urbani (e delle connesse rendite immobiliari) come poli di attrazione e innovazione (sono in mutamento ma tutt’altro che destinati a sparire).

Tutto il mondo ha affrontato la crisi da Covid in modo diverso rispetto al passato: la politica economica si è dappertutto orientata in senso espansivo; in Europa si sono evitati gli errori di dieci anni prima di fronte a una congiuntura avversa. Per l’Italia, il prevalere di tali orientamenti, in ambito sia fiscale che monetario, ha evitato il rischio di avvitamenti: un esito non scontato se solo si rammentano le turbolenze emerse nei mercati finanziari nella prima metà del marzo 2020. Anche l’Italia ha così potuto fornire un ampio supporto fiscale a famiglie e imprese.

Avrebbe potuto fare di più e meglio? Probabilmente no in termini di quantità complessive, atteso anche l’elevato livello pregresso del debito pubblico. Probabilmente sì da un punto di vista qualitativo, anche se va detto che molte criticità affondano in fattori strutturali pregressi: per esempio la difficoltà a usare l’apparato e i dati fiscali, in un mondo di piccole imprese e di alta evasione fiscale.

Opportunità da cogliere

L’aspetto più critico, soprattutto in prospettiva, è però il ritardo con cui si è iniziato a tener conto del fatto che il Covid-19 non è un’alta marea che lascerà immutato il mondo dopo che si sarà ritirata: sostenere indefinitamente imprese e attività che non siano solide, capaci di sopravvivere e di essere redditizie in quello che sarà un nuovo contesto, comporterebbe costi elevati per i conti pubblici e frenerebbe la necessaria riorganizzazione del sistema produttivo. Si dovrebbe perciò sempre più favorire la riorganizzazione e stimolare il rafforzamento organizzativo e finanziario delle imprese, insieme al potenziamento delle infrastrutture del paese, fisiche e digitali. Anche il supporto ai disoccupati dovrebbe spostarsi dal finanziare il “galleggiamento” dei rapporti di lavoro al favorire la transizione verso nuove occasioni lavorative. Sono gli ambiti sui quali l’Italia, e non da oggi, ha gravi lacune e la pesante crisi rischia semmai di favorire passi indietro: da un assetto moderno, ancorché incompleto, dei sussidi di disoccupazione, di recente riorganizzati nella Naspi, alle vecchie logiche degli interventi sine die della cassa integrazione.

Le sfide per l’Italia si sostanziano però soprattutto nella opportunità e nella necessità di sfruttare – in termini di investimento e come occasione di riforma interna – le ingenti risorse messe a disposizione dal Next Generation Fund europeo. Quest’ultimo ha rappresentato una importante novità della politica economica europea – in termini sia di abbozzo di politica di bilancio di stampo federale che di tentativo di governare la transizione ecologica e digitale – e per molti versi rappresenta una sorta di ultima occasione, per l’Italia ma anche per lo stesso processo di unificazione europea, entrato in crisi nel quindicennio precedente. La risposta europea al Covid non è solo stata più decisa e veloce, rispetto a 10 anni prima, nell’imprimere un orientamento coerentemente espansivo, ma anche più “comunitaria” e meno intergovernativa.

La sfida è stata pienamente colta dal piano predisposto dal governo Draghi. Il ritorno a una durevole crescita dell’economia italiana è legato alla realizzazione di importanti riforme. Poco esplicitati sono però i loro contenuti e gli indirizzi concreti, un tema su cui l’ampia maggioranza politica che sostiene il governo rimane divisa. Poco maturo, e spesso schiacciato su slogan semplicistici, rimane il dibattito di policy nel paese. Vi è il rischio che molte riforme non riescano ad andare oltre le pur indispensabili semplificazioni procedurali – e gli irrobustimenti e ricambi generazionali della compagine d’una serie di amministrazioni pubbliche – necessari a una veloce spendita dei fondi del Next Generation. Come argomentato nel capitolo conclusivo del libro, per l’Italia si tratta perciò d’una ultima occasione, da non perdere, ma difficile da cogliere e realizzare.

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E alla fine arrivò il papa straniero

Mar, 23/11/2021 - 09:43

Con l’operazione Kkr, Tim potrebbe archiviare la prospettiva di una rete unica e ottenere nuove risorse per la convergenza tra telecomunicazioni e contenuti e per un ruolo da protagonista nel 5G. Ma quali sono invece gli interessi dell’Italia?

L’offerta di Kkr

Tanto tuonò che piovve. Dopo una serie di notizie contrastanti e di difficile interpretazione, ultima la presunta volontà di Tim di scendere in minoranza in una nuova società che riunisse le infrastrutture di rete fissa italiane, è arrivata l’offerta totalitaria sull’intero gruppo di telecomunicazioni del fondo Kkr, già azionista della società Fibercop, a maggioranza Tim, che possiede la rete secondaria dell’ex-monopolista,.

Il governo ha sinora reagito mantenendo la neutralità riservata a una operazione tra privati assieme alla vigile attenzione per l’importanza dei soggetti e delle infrastrutture coinvolte. Due sono quindi le prospettive da cui valutare l’operazione: dal punto di vista del gruppo di telecomunicazione e da quello del paese.

Dal punto di vista di Tim

Per Tim tre appaiono i tavoli principali su cui è impegnata oramai da tempo e su cui ha impostato le strategie per il futuro prossimo. Quello più complesso e non esente da ripensamenti, accelerazioni e una notevole incertezza di fondo riguarda il futuro della rete fissa e lo sviluppo della rete ultrabroadband in fibra. Negli anni Tim ha ripetutamente oscillato tra una prospettiva di modernizzazione della propria rete tradizionale, con la progressiva sostituzione delle connessioni in rame con la fibra ottica, accettando la competizione con la più moderna infrastruttura sviluppata negli ultimi anni da Openfiber, e la proposta alternativa di unificare le due infrastrutture.

Convitato di pietra, nella periodica oscillazione tra le due opzioni, è la questione fondamentale della proprietà e del controllo di una possibile società della rete unica. Dove, accanto al pretendente Tim, oggi si muovono Cassa depositi e prestiti, in maggioranza in Openfiber e con il 10 per cento di Tim, Kkr, entrata con il 37,5 per cento in Fibercop, e il fondo Macquarie subentrato a Enel nell’azionariato di Openfiber.

Sulla vicenda della rete unica, tuttavia, la parola di Bruxelles pare aver definitivamente chiarito che non sia accettabile per l’Italia, oggi caratterizzata da due reti ultrabroadband di Tim e di Openfiber in concorrenza tra loro, tornare a una rete unica controllata da una impresa come Tim, tuttora tra gli attori principali nell’offerta di servizi di telecomunicazione. L’operazione Kkr, quindi, sembra fare giustizia alle voci degli ultimi tempi e sistemare definitivamente la questione: il fondo americano non investirebbe nel gruppo Tim senza mantenere in pancia il principale asset, la rete di telecomunicazione, e il pronunciamento di Bruxelles, quindi, sbarra la strada alla prospettiva di una rete unica attraverso la fusione con Openfiber.

Il secondo capitolo importante per Tim riguarda il forte investimento, finanziario e di immagine, portato avanti con l’operazione Tim/Dazn e l’aggiudicazione dei diritti sulla Serie A di calcio. La mossa può rappresentare uno snodo decisivo per lo sviluppo dei servizi di intrattenimento via Internet delle famiglie italiane e si giustifica, al di là delle momentanee difficoltà nel lancio dell’operazione, in una prospettiva di medio periodo. In essa Tim ha dimostrato prontezza di riflessi e sguardo lungo.

La terza partita riguarda il 5G e lo sviluppo impetuoso atteso nei prossimi anni nel mondo dell’Internet delle cose, dalla logistica alla guida assistita, alla telemedicina e all’e-government, ai sistemi di automazione di fabbrica. Un mondo che ancora oggi deve spiegare compiutamente le sue potenzialità, ma delle cui prospettive è difficile dubitare. Un mondo dove un grande operatore di telecomunicazioni, attivo nel segmento fisso e in quello mobile, può giocare un ruolo decisivo sia nello sviluppo dei servizi e delle reti locali sia come rete di supporto a sistemi locali che si sviluppino autonomamente. La capacità di giocare su più tavoli, da questo punto di vista, pone Tim in una posizione di vantaggio rispetto agli operatori attivi solamente nel mobile.

Per Tim e le sue prospettive a medio termine, l’operazione Kkr potrebbe dunque chiarire definitivamente la vicenda delle reti, archiviando la prospettiva di una rete unica, e dare nuove risorse per la convergenza tra telecomunicazioni e contenuti, avviata con l’operazione Dazn, e per un ruolo da protagonista nel mondo del 5G. Ma per il paese è una notizia altrettanto buona?

Dal punto di vista del paese

Per quanto riguarda gli interessi del paese, lascerei perdere la questione meramente di bandiera dell’italianità. In primo luogo perché la storia del gruppo Telecom, dalla privatizzazione del 1998 in poi, ha visto una ben misera figura prima dei vecchi rappresentanti dei salotti buoni, uniti solamente nel braccino corto e nella voracità con cui hanno partecipato all’operazione iniziale, e poi dei capitani coraggiosi, capaci di gravare di un debito quasi insostenibile il gruppo senza portare una chiara idea di sviluppo. L’uscita di scena di questi iniziali protagonisti ha visto la famosa italianità annacquarsi a ogni giro di giostra, con gli spagnoli di Telefonica e poi l’ingombrante ma indecisa presenza di Vivendi, di cui, dopo anni, continua a essere difficile individuare eventuali finalità strategiche.   

Gli interessi per il paese riguardano invece in primo luogo le prospettive di sviluppo di una moderna infrastruttura ultrabroadband, rafforzate dalle ulteriori risorse apportate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, e di valorizzazione delle competenze tuttora esistenti nel gruppo, assieme alla garanzia per la sicurezza della rete interna e internazionale. La presenza del sottosegretario Franco Gabrielli, con delega ai Servizi, nel comitato ristretto che, dal lato governativo, seguirà la vicenda, segnala come l’aspetto della protezione e gestione in sicurezza dei dati sia riconosciuta come uno dei fronti strategici dell’operazione. Riguardo alla rete, nella prossima primavera si svolgeranno le gare per l’assegnazione dei fondi Pnrr per lo sviluppo delle infrastrutture nelle zone (grigie) a medio sviluppo e sarà importante che anche dal lato del ministero dello Sviluppo economico si gestisca l’operazione avendo oramai chiara la prospettiva che due grandi operatori, Tim e Openfiber, saranno tra gli attori principali.

In conclusione, l’impressione è che dopo anni in cui il settore ha viaggiato a velocità ridotta, spesso sembrando rimanere a bagnomaria in attesa di tempi migliori, l’arrivo di un papa straniero nella figura del fondo Kkr, assieme alle risorse del Pnrr, abbia riacceso i fuochi. Con tutti i rischi e le opportunità che le fasi di movimento comportano

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C’era una volta il Mes

Mar, 23/11/2021 - 08:59

Prima se ne è parlato fin troppo, ora del Mes non parla più nessuno. Invece sarebbe utile riprendere la discussione. Perché i problemi del nostro sistema sanitario sono ancora da risolvere e risparmiare risorse è sempre una necessità.

La discussione sul Mes

Nel momento più critico della pandemia, il “tema” Meccanismo europeo di stabilità è stato uno dei più trattati all’interno del mondo politico e di quello giornalistico. Per quasi un anno non c’è stato giorno in cui carta stampata e telegiornali, seguendo una diatriba politica interna al governo Conte II, non abbiano parlato del Mes, interrogandosi sull’esistenza o meno di condizionalità, evocando un presunto rischio stigma e dividendosi conseguentemente fra chi sollecitava l’esecutivo dell’epoca a prendere quei circa 36 miliardi e chi, invece, profetizzava il rischio di portarsi in casa un “cavallo di Troika”. 

Oggi, trascorsi diversi mesi da quando è cambiato l’inquilino a Palazzo Chigi, la “questione” Mes è scomparsa dai radar dell’informazione ed è finita nel dimenticatoio: effettuando una rapida ricerca su Internet, è infatti difficile trovare anche solo notizie sul tema, mentre su giornali e canali televisivi il celeberrimo acronimo è caduto nell’oblio. 

Inizialmente, per giustificare l’improvvisa “scomparsa”, da più parti è stato sottolineato come l’avvento del nuovo governo avesse comportato un’importante riduzione dei tassi sul debito pubblico e, di rimando, fosse venuta meno la convenienza di far ricorso ai fondi del Meccanismo europeo di stabilità. Ora, con i tassi d’interesse che sono tornati ad aumentare (superando quelli dell’autunno 2020), la giustificazione ha perso di valore. Eppure, di quei circa 36 miliardi di euro non se ne parla più.

Che cos’è la “Pandemic Crisis Support Credit Line” 

È allora utile richiamare velocemente le caratteristiche della linea di credito Mes e rispolverare le motivazioni a favore, e contro, lo strumento. 

La Pandemic Crisis Support Credit Line è stata messa a punto dall’Eurogruppo, e quindi approvata dal Consiglio europeo e dal Board of Governors del Mes, nella primavera del 2020, con un obiettivo specifico: finanziare le spese, dirette o indirette, di carattere sanitario riconducibili all’epidemia da Covid-19. L’importo massimo per ogni paese è pari al 2 per cento del Pil nazionale (per l’Italia, i famosi 36 miliardi). Stando a quanto affermato dalla Commissione e dai vertici dello stesso Meccanismo europeo di stabilità, non sono previste condizionalità di alcun genere nell’attingere a questi fondi. Proprio quest’ultimo elemento è stato però alla base della diatriba sorta nel nostro paese: alcune forze politiche (sostenute da parte della dottrina) hanno affermato come, a Trattati invariati, le condizionalità sarebbero invece rimaste e, in quest’ottica, l’Italia avrebbe potuto essere sottoposta a trattamenti affini a quelli “subiti” dagli altri stati europei che, in passato, hanno fatto ricorso al Mes. In aggiunta, si affermava che, ricorrendo alla Pandemic Crisis Support Credit Line, il nostro paese avrebbe mostrato debolezza di fronte ai mercati e, potenzialmente, sarebbe potuto divenire oggetto di speculazioni, vanificando quel già basso risparmio che si sarebbe conseguito utilizzando i prestiti del Meccanismo europeo di stabilità invece di finanziarsi direttamente con l’emissione di Btp. 

Dall’altra parte della barricata, si affermava invece che di condizionalità, soprattutto alla luce della lettera Gentiloni-Dombrovskis, non ve ne sarebbero state; che a guardare l’andamento dei tassi d’interesse di Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo, i mercati non ci avrebbero “sanzionato” e che, vista la situazione in cui si trovava il nostro paese, ogni risparmio di spesa sarebbe stato da cogliere con prontezza (chi scrive sosteneva, e sostiene, queste ragioni). Va da sé che, prima di accettare i soldi del Mes, fossero necessarie ulteriori valutazioni: innanzitutto, era da verificare se ci fosse o meno un piano di investimenti una tantum di carattere sanitario, se quindi il piano volesse essere finanziato a debito e se, infine, l’orizzonte temporale su cui distribuire il rimborso dovesse essere inferiore ai dieci anni (tempistica massima della Pcscl). 

È ragionevole porsi però un quesito: per quale ragione, se non sono presenti condizionalità di alcun genere, nessun altro paese ha fatto ricorso al Meccanismo europeo di stabilità durante la pandemia? Secondo il nostro punto di vista, la risposta alla domanda tocca due differenti dimensioni:

  1. i tassi d’interesse delle altre nazioni che fanno parte dei cosiddetti Piigs (tranne la Grecia) erano, e sono, ben più ridotti dei nostri e, di conseguenza, il risparmio per loro sarebbe stato molto contenuto;
  2. è assai probabile che nei paesi dove il Mes è stato utilizzato in passato, lo strumento venga associato dall’opinione pubblica a un periodo di austerity. E, dunque, è comprensibile che i governi di quegli stati non vogliano toccare il tema.

La paradossale situazione odierna

Oggi, il rendimento dei Btp a dieci anni è prossimo all’1 per cento, mentre quello dei titoli emessi dal Mes, alla luce del rating dell’istituzione sovranazionale, si attesta poco sopra lo zero. Il risparmio di risorse, pertanto, vi sarebbe ancora. Passa in secondo piano anche la situazione di stallo in cui si trova oggi la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Dovrebbe portare alla creazione, fra le altre cose, del cosiddetto backstop per l’Unione bancaria, ma il processo di ratifica è bloccato in molti stati europei e in Germania, come sovente accade quando si trattano tematiche euro-unitarie, la materia è stata addirittura portata all’attenzione del Tribunale costituzionale federale. 

Se in passato del Mes si è parlato forse troppo, oggi nel nostro paese si cade nell’errore opposto: parlarne troppo poco. Invece sarebbe auspicabile riprendere in mano il “dossier Mes” e tornare a interrogare governo e parlamento in merito all’eventuale utilizzo delle risorse della Pcscl: le carenze del nostro sistema sanitario continuano infatti a esistere e l’utilità di quei circa 36 miliardi di euro permane, nonostante a Palazzo Chigi sieda un diverso presidente del Consiglio.  

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Memoria scritta sul Ddl delega sulla riforma fiscale

Lun, 22/11/2021 - 13:05

Riportiamo il testo integrale della memoria scritta sul disegno di legge delega sulla riforma fiscale presentata da Simone Pellegrino alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati il 18 novembre 2021.

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Lavoratori cercasi negli Stati Uniti

Lun, 22/11/2021 - 10:04

Per vari motivi il mercato del lavoro Usa non è ancora tornato sui livelli pre-Covid. Le aziende rispondono offrendo salari più alti e benefit, mentre il governo federale allenta alcuni vincoli. Ma il pre-requisito è mettere sotto controllo la pandemia.

Perché negli Usa non si torna al lavoro

In un precedente articolo, abbiamo raccontato come il mercato del lavoro americano si trovi in una situazione squilibrata: l’economia è in crescita e l’occupazione aumenta, così come i salari, ma il potenziale è ancora in gran parte inespresso. Mancano lavoratori in molti settori, l’occupazione è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi e i dati sulla crescita, pur positivi, sono inferiori alle aspettative. Non è semplice capire quali sono le ragioni dello squilibrio, ma si può cominciare a mettere insieme alcuni pezzi del puzzle.

Innanzitutto, gli Stati Uniti non sono ancora fuori dalla pandemia. La situazione è diversa nelle diverse parti del paese (anche a causa delle differenze nella proporzione della popolazione vaccinata), ma in media la discesa dei contagi si è fermata. Attualmente si registra un numero giornaliero di nuovi casi più elevato che in qualsiasi momento durante prima, seconda e quarta ondata e i morti per Covid sono più di 1.100 al giorno, un livello simile a quello di un anno fa. 

In queste condizioni, sono ancora tanti i lavoratori che esitano a tornare al lavoro, specialmente nei settori e nelle occupazioni con i rischi maggiori di infezione. Secondo il Bureau of Labor Statistics, le persone che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro a causa della pandemia erano 1,6 milioni a settembre e 1,3 milioni in ottobre: sono numeri ancora notevoli, sebbene il dato di ottobre sia il più basso dall’inizio della pandemia. Il gap tra il numero dei posti di lavoro disponibili e il numero di disoccupati è molto ampio in settori esposti al contagio, come l’alberghiero e l’istruzione.

La pandemia e la carenza di offerta nel settore child care rendono difficile il ritorno al lavoro delle persone con figli piccoli, specialmente se donne. Oltre 300 mila donne di età superiore ai 20 anni hanno abbandonato la forza lavoro nel mese di settembre. Nelle scuole, spesso, un singolo caso di Covid comporta un periodo di quarantena e di istruzione a distanza per l’intera classe. Questo tipo di interruzioni sono un ostacolo per il ritorno pieno dei genitori di bambini piccoli alla forza lavoro. Già prima della pandemia, negli Stati Uniti esisteva un problema di accesso a un’assistenza all’infanzia affidabile e di qualità, spesso a causa dei costi elevati. I lockdown e la chiusura di tanti asili lo hanno reso ancora più acuto. Secondo stime del Center for the Study of Child Care Employment, il settore child care opera ancora al di sotto della capacità del periodo precedente la pandemia, e tanti asili e scuole hanno difficoltà a trovare personale (questo articolo descrive la situazione per le scuole pubbliche nella contea dove risiedo).

La pandemia ha anche indotto molte persone a riconsiderare le proprie priorità e a fare scelte lavorative e di vita diverse. La “great resignation” viene spesso descritta in questo modo: un grande numero di americani oggi può permettersi di abbandonare il proprio lavoro nella speranza (fondata) di ottenerne uno che offra non solo una paga più alta, ma maggiore flessibilità (sia negli orari sia nella possibilità di lavorare da remoto), appagamento e un migliore equilibrio tra il lavoro e il resto della vita. 

Un altro aspetto della “great resignation”, finora poco enfatizzato, è che molte persone hanno deciso di andare in pensione anticipatamente, per una combinazione di fattori, inclusi i generosi interventi di stimolo federali (assegni individuali e familiari, supplementi ai sussidi di disoccupazione) e la crescita della borsa che ha accresciuto il valore dei fondi di previdenza integrativa. Miguel Faria-e-Castro della Federal Reserve Bank di St. Louis ha stimato che la pandemia potrebbe avere indotto ben 2,4 milioni di americani ad andare in pensione prima di quanto programmato. Generalmente, durante le fasi di ripresa economica, un numero importante di pensionati ritorna a partecipare alla forza lavoro. Faria-e-Castro fa notare che qualora i pre-pensionamenti “da Covid-19” fossero permanenti, sarebbe più difficile per il tasso di partecipazione tornare al livello precedente la pandemia. 

E ancora, un’altra conseguenza del Covid-19 è che con le restrizioni agli ingressi nel paese, l’immigrazione si è notevolmente ridotta. Il Cato Institute stima che dall’inizio della pandemia, il numero di visti lavorativi è sceso di 1,2 milioni (ma il calo nel numero di immigrati era già in atto per le politiche restrittive introdotte da Donald Trump). 

Le risposte delle aziende e dell’amministrazione

Questi fattori contribuiscono a spiegare (almeno in senso “contabile”) il fenomeno dei missing workers. In qualche caso, è ragionevole aspettarsi che i gap si colmeranno grazie ad aggiustamenti del mercato. Il mercato del lavoro cerca di rispondere alla carenza di lavoratori con aumenti salariali (nonostante la crescita dell’inflazione riduca l’entità degli aumenti in termini reali). 

Un altro segnale dell’accresciuto potere contrattuale dei lavoratori è dato dal numero degli scioperi, notevolmente aumentato nelle scorse settimane. Secondo il Labor Action Tracker della Cornell University, in ottobre oltre 25 mila lavoratori hanno partecipato a scioperi, contro i circa 10 mila al mese tra luglio e settembre. Diverse grandi imprese stanno cercando di attrarre lavoratori offrendo alti salari orari e flessibilità e in alcuni casi altri benefici, come assicurazione sanitaria e congedi familiari (alcuni esempi: Amazon, Chipotle, Costco, Walmart, Starbucks). Alcune imprese allentano anche i requisiti all’ingresso, per esempio non esigono un college degree per posizioni per le quali prima era un requisito necessario.

La rimozione di alcune barriere può essere facilitata dall’intervento pubblico. In alcuni casi, si tratta di provvedimenti amministrativi relativamente semplici e non controversi: per esempio, l’amministrazione Biden sta incoraggiando gli stati a rendere più spedito il processo per rilasciare patenti di guida per i camion, al fine di ridurre la carenza di autisti. Altri interventi sono più impegnativi e politicamente difficili da attuare. Ad esempio, da più parti arrivano appelli  all’amministrazione perché allenti le restrizioni all’immigrazione, facilitando il rilascio di visti lavorativi. Altri interventi potenzialmente trasformativi, ma sui quali la discussione politica è accesa, sono l’introduzione di sussidi al child care e i congedi parentali

E soprattutto, come faceva osservare anche Austan Goolsbee qualche giorno fa, perché gli Stati Uniti possano superare la crisi economica causata dal Covid-19, per tanti aspetti diversa dalle normali recessioni, l’obiettivo numero uno rimane quello di mettere sotto controllo la pandemia.

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Il Punto

Ven, 19/11/2021 - 12:03

Le banche centrali continuano a ripetere che l’inflazione è un fenomeno passeggero. Probabilmente, invece, è destinata a durare più a lungo delle previsioni. Se accadrà, la Bce dovrà valutare se rialzare i tassi, ma in ogni caso non sarà costretta a vendere i titoli che ha acquistato con i vari programmi legati al Quantitative easing.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto attuativo dell’assegno unico per i figli. Riproponiamo il dossier che contiene tutti gli articoli di analisi del tema pubblicati sul sito.
Nella crisi politica tra Bielorussia e Polonia i migranti sono ostaggi. Con una politica migratoria tutta incentrata sulla sicurezza dei confini, l’Unione europea si espone infatti al ricatto di regimi autoritari.
Il mercato del lavoro Usa è in ripresa, ma alcuni segnali indicano che non tutto tornerà come prima della pandemia. Invece si affacciano segni di un cambiamento profondo.
Nonostante aumentino le vendite di auto elettriche, la crisi del settore continua. Gli incentivi che saranno certamente introdotti nella legge di bilancio permettono comunque un ricambio verso veicoli meno inquinanti.

Lavoce è a Bookcity: venerdì 19 novembre ore 16.30 alla Biblioteca Sormani di Milano, Tito Boeri, Alessandra Casarico, Giuseppe Laterza, Piergaetano Marchetti e Michael Spence dibattono sull’esperienza dell’Economia in piazza. Coordina Paola Pica.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Auto: senza incentivi non va avanti

Ven, 19/11/2021 - 10:39

Le vendite di auto elettriche aumentano. Ma il settore non dà segni di ripresa. Con la legge di bilancio si riproporrà la questione degli incentivi per veicoli nuovi e usati. Possono contribuire a diminuire l’inquinamento e migliorare la sicurezza.

65 milioni finiti in un giorno

Cogliendo quasi di sorpresa gli addetti ai lavori, nel decreto fiscale sono stati stanziati 100 milioni per rifinanziare gli incentivi destinati all’acquisto di automobili nuove e per la prima volta anche usate, purché Euro 6 e con emissioni di anidride carbonica (CO2) non troppo alte.

Alle elettriche e ibride plug-in, di fatto le uniche che riescono a restare sotto la soglia dei 60 grammi di CO2 per km percorso, sono andati 65 milioni; 10 milioni alle auto con emissioni comprese tra 61 e 135 g CO2/km e 5 milioni alle usate; 20 milioni ai veicoli commerciali, di cui 15 ai mezzi a sola trazione elettrica.

I 65 milioni sono durati un solo giorno, fatto che di sicuro sarà brandito per perorare altri incentivi. Ma, in verità, non è accaduto nulla di diverso da quanto già visto a metà settembre, quando in tre giorni erano stati assegnati 57,5 milioni. Allora infatti le prenotazioni si erano accumulate per sedici giorni, questa volta per una quarantina.

Crescita delle elettriche, ma offerta in crisi

Ciò non toglie che le vendite di auto elettriche e ibride ricaricabili stiano andando molto bene, come dimostra anche il record di vendite in Europa della Tesla Model 3 registrato a settembre: per la prima un modello non europeo è stato il più acquistato e per la prima volta si trattava di un’auto elettrica. Va però precisato che l’auto di Elon Musk, prodotta anche a Shanghai e, tra non molto, in Germania, ormai per prassi viene consegnata in gran parte a fine trimestre, così da superare le stime degli analisti e di conseguenza far salire ancor di più il titolo Tesla in borsa.

Per verificarlo, basta guardare la stessa fonte del record (Jato Dynamics) per i mesi di luglio e agosto, quando “stranamente” la Model 3 non solo non compariva nelle prime dieci auto più vendute, ma neanche nella top ten delle sole vetture elettriche.  

Il record di settembre poi è stato condizionato dalla perdurante crisi dei chip e dei semiconduttori che ha strozzato l’offerta e rallentato di moltissimo le consegne. Le case automobilistiche, infatti, tendono a privilegiare la produzione dei modelli più redditizi e i mercati nazionali che garantiscono più margini di guadagno, che non sempre corrispondono con i modelli più venduti e con i mercati che assorbono i maggiori volumi.

Il mercato è cambiato, ma è in grave difficoltà

Da un lato, la crisi dei microchip ha certamente concorso a far durare qualche giorno in più gli incentivi per l’acquisto di automobili nuove con emissioni comprese tra 61 e 135 gCO2/km, di gran lunga le più vendute. Unitariamente si trattava di 1.500 euro, subordinati alla rottamazione di una autovettura immatricolata da almeno dieci anni e a uno sconto di 2 mila euro offerto dal venditore. 

Dall’altro, spiega solo in parte la profonda crisi di domanda in cui versa il settore. Da gennaio a ottobre 2021 le vendite di nuove autovetture segnano un recupero di appena il 13 per cento rispetto al 2020, che si era concluso con un crollo del 27,7 per cento. Il recupero, oltre a essere meno della metà di quanto perso nel 2020 rispetto al 2019, è decisamente dissonante con la forte ripresa dell’economia in generale.

La situazione è ancora peggiore se si torna indietro di qualche anno: – 21,7 per cento rispetto al 2019, -25,1 per cento rispetto al 2017 (figura 1), che rappresenta il valore più alto dell’ultimo decennio.

Se si osservano le alimentazioni, significativa è stata la crescita delle vetture ibride, trainate dalle superutilitarie e utilitarie dell’ex Gruppo Fiat – Panda, la più acquistata dagli italiani, 500 e Lancia Ypsilon. Cresce lo spazio guadagnato dalle vetture ibride plug-in ed elettriche, ma resta significativamente lontano dai volumi totalizzati negli anni scorsi dalle auto alimentate da gasolio e benzina.

Quali nuovi incentivi?

Al momento in cui scriviamo – nonostante gli annunci arrivati dal ministero dello Sviluppo economico, dove da anni è attivo un Tavolo sull’evoluzione del settore automobilistico – nel disegno di legge di bilancio giunto in Parlamento non vi è traccia di incentivi.

Va detto che in questo settore gli incentivi, oltre che essere un aiuto per i diretti interessati, portano anche benefici sociali: le autovetture nuove, di qualsivoglia alimentazione, consumano – e dunque inquinano – meno di quelle che sostituiscono e sono molto più sicure.

Apprezzabile in tal senso l’incentivo per le autovetture usate, oggi l’unico disponibile. Una misura che con un esborso relativamente modesto – 40 milioni l’ammontare totale – concorre a ridurre le emissioni e dà un contributo in termini di sicurezza. Anche in questo caso, è obbligatoria la rottamazione di un’auto almeno ultradecennale.

Sugli incentivi per le auto nuove, visto che le risorse sono limitate per definizione, ci permettiamo di suggerire di ridurre la soglia massima di prezzo per le vetture incentivate, a cominciare da quelle elettriche: 61 mila euro.

È una cifra tutt’altro che modesta, opinabile tanto sul piano dell’equità (il prezzo dell’auto elettrica più economica è di 20 mila euro, il reddito medio italiano nel 2019 è stato di 21.800 euro) quanto su quello della spinta alla riduzione dei costi. Il prezzo massimo di 61 mila, che non c’era nella prima formulazione e introdotto nel secondo passaggio parlamentare della legge di bilancio 2019, è rimasto infatti invariato per tre anni

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Mercato del lavoro Usa in mezzo al guado

Ven, 19/11/2021 - 09:23

Secondo gli ultimi dati, il mercato del lavoro Usa è in crescita. Però, i livelli pre-pandemia non sono ancora stati recuperati e rimangono i divari etnici e di genere. Presto per dire se lo sbilanciamento tra domanda e offerta di lavoro è solo passeggero.

I numeri del mercato del lavoro Usa

Gli ultimi dati sull’occupazione e quelli sulle posizioni vacanti e il turnover rilasciati qualche giorno fa dal Bureau of Labor Statistics mostrano un mercato del lavoro Usa in crescita e sbilanciato a favore dei lavoratori. Nonostante i forti miglioramenti che hanno attenuato le preoccupazioni dei mesi scorsi su una ripresa debole, il recupero rispetto alla situazione pre-Covid è ancora parziale. Da un lato, l’emergenza pandemica ancora non è sotto controllo. Dall’altro, alcuni segnali suggeriscono che anziché registrare un semplice ritorno alla situazione precedente, negli Stati Uniti potrebbero essere in atto cambiamenti significativi. Pertanto, l’uscita dalla crisi può richiedere tempi relativamente lunghi e aggiustamenti importanti, probabilmente accompagnati da interventi di policy.

Vediamo i numeri. Nel mese di ottobre, il numero di occupati è salito di 531 mila unità, un risultato superiore alle attese e migliore del dato di settembre (+321 mila) e di quello di agosto (+ 235 mila). Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere, ed è attualmente al 4,6 per cento (0,2 punti percentuali sotto il livello di settembre). Anche il numero di disoccupati di lunga durata è sceso (di 356 mila unità, corrispondenti a un calo del 15 per cento) e si è registrato un aumento dei salari, che dall’ottobre dell’anno scorso sono saliti in media del 4,9 per cento. Questi dati positivi si accompagnano a una crescita dei consumi, con gli americani che ritornano a spendere (soprattutto per acquistare beni, meno sui servizi) dopo avere accumulato risparmi durante i periodi di chiusura o ridotta attività dovuti alla pandemia.

Nonostante questi risultati, il livello dell’occupazione è ancora di oltre 4 milioni sotto il dato di febbraio 2020 e, secondo alcune stime, di 7-8 milioni inferiore al livello che si sarebbe raggiunto se l’occupazione avesse seguito il trend pre-Covid. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro, invariato in ottobre rispetto al mese precedente al 61,6 per cento, è ancora di ben 1,7 punti percentuali sotto il livello di febbraio 2020.

La ripresa, inoltre, non è uguale per tutti: continuano a persistere differenze etniche, già presenti strutturalmente all’interno del mercato americano. A ottobre 2021, la differenza con il tasso di disoccupazione pre-pandemico era più bassa per i bianchi rispetto alle altre etnie, anche se il divario si è ridotto nel tempo con il proseguire della ripresa. Anche il divario di genere persiste: le donne, che già partecipano meno al mercato del lavoro rispetto agli uomini, hanno anche recuperato meno rispetto al pre-pandemia. Come nel caso delle disuguaglianze tra gruppi etnici, la distanza si è comunque ridotta con il procedere della ripresa. Una buona notizia per i gruppi di lavoratori più svantaggiati, invece, è che la crescita dei salari nei mesi scorsi è stata più sostenuta per i percettori di salari bassi.

Sbilanciamento temporaneo o duraturo?

Ai “buchi” dal lato dell’offerta, si contrappone una domanda di lavoro molto robusta da parte delle imprese. I posti vacanti hanno raggiunto un livello record di circa 10,4 milioni secondo le ultime stime. Un confronto tra il numero di disoccupati (per definizione in cerca di lavoro) e il numero di posti vacanti rivela che ci sono circa 1,4 posti vacanti per ogni disoccupato. Continua anche la “great resignation”: il livello e il tasso di dimissioni volontarie dei lavoratori sono saliti a 4,4 milioni e 3 per cento, rispettivamente (del tema, anche con riferimento al caso italiano, hanno scritto Francesco Armillei e Massimo Taddei su questo sito).

Non è immediato capire quali fattori determinino il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, ed è ancora più difficile prevedere se si tratta di uno sbilanciamento temporaneo oppure di un fenomeno di più lungo periodo. Molto dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di uscire dalla pandemia, ma anche dalla conciliazione famiglia-lavoro per i genitori.

In un prossimo articolo, analizzeremo più nel dettaglio le cause e le possibili soluzioni alle frizioni ancora presenti nel mercato del lavoro statunitense.

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Se torna l’inflazione, la Bce cambia politica

Ven, 19/11/2021 - 08:57

Il ritorno dell’inflazione potrebbe indurre la Bce a rivedere la sua politica ultra-espansiva. Non c’è però una relazione meccanica che, con un eventuale aumento dei tassi di interesse, la costringa a vendere i titoli di stato che ha già acquistato.

Il ritorno dell’inflazione e le pressioni sulla Bce

Le tensioni inflazionistiche emerse di recente in Europa e altrove pongono un problema di rilievo: cosa accadrebbe se le banche centrali dovessero prendere atto che la fiammata inflazionistica in corso non è poi così temporanea come continuano ad affermare e, di conseguenza, fossero costrette ad abbandonare bruscamente le attuali politiche ultra-espansive? Non è detto che sia così: è possibile che i fattori alla base delle tensioni sui prezzi, dai costi dell’energia e delle materie prime ai vincoli all’offerta, siano effettivamente transitori. Man mano che passano i mesi, però, il rischio che la previsione sia troppo ottimistica si fa sempre più concreto. Conviene allora riflettere sulle conseguenze di una uscita dalle politiche di allentamento quantitativo (Quantitative easing – Qe) e di tassi di interesse nulli (se non addirittura negativi) più rapida di quanto si ipotizzava prima dell’estate. Del resto, in alcuni ambienti politici e finanziari del Nord Europa, le pressioni sulla Banca centrale europea affinché abbandoni l’attuale impostazione di politica monetaria si fanno sempre più insistenti: si veda il dibattito in occasione dell’audizione del presidente della Bce, Christine Lagarde alla Commissione Affari monetari del Parlamento europeo, nonché le dichiarazioni di Christian Sewing, presidente di Deutsche Bank e dell’Associazione delle banche tedesche.

Tra le diverse implicazioni, una è particolarmente rilevante per un paese ad alto debito come l’Italia: quale sarebbe la ripercussione di una stretta monetaria sul costo del finanziamento, e quindi sulla sostenibilità, del debito pubblico accumulato dal nostro paese?

Come già discusso nel n. 3/2021 di Osservatorio Monetario, un eventuale incremento dei tassi di interesse da parte della Bce nel corso del 2022 (quindi prima di quanto desumibile dalla forward guidance della Bce stessa) avrebbe un impatto rilevante sul costo del debito, costringendo il governo a rivedere le sue previsioni. Lo scenario governativo di finanza pubblica sconta infatti la permanenza dei tassi di interesse di mercato sugli attuali livelli molto bassi. Tuttavia, vi è anche qualche elemento di relativo ottimismo. Le politiche monetarie non convenzionali attuate negli ultimi anni hanno profondamente cambiato l’assetto operativo delle banche centrali, consentendo una gestione separata dei tassi di interesse e della liquidità. Ciò implica che la fine del programma di acquisto di titoli (Pandemic Emergency Purchase Programme – Pepp) prevista per il prossimo marzo non comporti necessariamente un aumento dei tassi di interesse. Non solo, ma un eventuale aumento dei tassi potrà avvenire in presenza di un rinnovo dello stock di titoli nel portafoglio della Bce (roll-over) anche per un prolungato periodo di tempo. In altri termini, non vi è alcuna relazione meccanica tra aumento dei tassi d’interesse e fine degli acquisti di attività finanziarie, o addirittura vendita, da parte della banca centrale. I timori che l’uscita dal Qe costringa la Bce a vendere titoli di stato sul mercato sono quindi eccessivi.

Il contributo della politica monetaria al finanziamento del debito pubblico

Entrando più nel dettaglio, alcuni dati ci dicono che il contributo della politica monetaria della Bce al contenimento del costo del debito pubblico è stato finora molto rilevante. Il contributo passa non solo dall’effetto di calmierare i tassi di mercato, ma anche per il meccanismo delle retrocessioni: gli interessi pagati dal Tesoro sui titoli detenuti dall’Eurosistema gli vengono in massima parte restituiti, di fatto azzerando il servizio del debito sulla quota detenuta dalla banca centrale. Questa quota supererà il 30 per cento nel marzo prossimo, data prevista per la fine del Pepp. In valori assoluti, stimiamo che l’Eurosistema arriverà a detenere titoli del debito pubblico italiano per un importo pari a 761 miliardi di euro alla fine di marzo 2022, per effetto degli acquisti accumulati nell’ambito dei due programmi Pepp e Pspp (Public Sector Purchase Programme). Tenendo conto della scadenza media dei titoli, il Tesoro risparmierà gli interessi su circa un terzo del suo debito per un periodo di sette anni (nell’ipotesi che l’Eurosistema detenga fino a scadenza i titoli già acquistati).

La exit strategy

Cosa succederà al portafoglio-titoli della Bce, se dovesse decidere di adottare una politica monetaria più restrittiva per contrastare le pressioni inflazionistiche? Il rialzo dei tassi avverrà contestualmente a una riduzione dello stock di titoli detenuti? Probabilmente no. Ce lo dice la teoria monetaria (decoupling principle) e ce lo conferma la forward guidance della Bce.

Il primo punto può essere sintetizzato come segue (si veda questo libro per una trattazione approfondita). L’abbondanza di liquidità, creata nel tempo attraverso gli acquisti di attività finanziarie sul mercato, ha prodotto un eccesso strutturale di offerta sul mercato monetario, tale da spingere stabilmente i tassi di interesse di mercato al loro limite inferiore, costituito dal tasso applicato alle operazioni di deposito fatte dalle banche presso la banca centrale (deposit facility). Questo floor system consente alla banca centrale di applicare variazioni ai tassi di policy, senza dovere adeguare la base monetaria al nuovo livello dei tassi: in particolare, è possibile aumentare il tasso sulla deposit facility, che guida i tassi di mercato, senza dovere ridurre la base monetaria attraverso una vendita di titoli sul mercato. L’eccesso di riserve introduce così un grado di libertà in più nella gestione della politica monetaria: quantità di moneta e tassi di interesse possono essere gestiti indipendentemente. Questa proprietà non valeva nell’assetto tradizionale, nel quale le due variabili, quantità e tassi, erano strettamente interdipendenti: in un sistema in cui la base monetaria era relativamente scarsa, la quantità offerta andava opportunamente regolata, attraverso le operazioni di mercato aperto, per adeguarla al livello desiderato dei tassi di interesse.

Il decoupling principle assume particolare rilievo nel momento in cui la banca centrale vuole impostare una strategia di uscita dal Qe. Le decisioni relative all’uscita dai programmi di acquisto di attività finanziarie e quelle relative ai tassi di interesse possono essere prese e attuate in tempi diversi. La Bce intende sfruttare questa possibilità, come emerge dalla sua forward guidance, comunicata più volte e ribadita nella sua ultima decisione (28 ottobre 2021). In essa si legge, in relazione al programma Pspp: “Il Consiglio direttivo intende continuare a reinvestire, integralmente, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza per un prolungato periodo di tempo successivamente alla data in cui inizierà a innalzare i tassi di interesse di riferimento della Bce”. In riferimento al programma Pepp, si legge: “Il Consiglio direttivo seguiterà a reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza almeno sino alla fine del 2023”.

Quale assetto operativo nel futuro?

Ci si può chiedere se, nel lungo periodo, il portafoglio-titoli accumulato sia destinato a essere smaltito, attraverso il mancato rinnovo dei titoli in portafoglio (roll-off). Sul punto la Bce non ha ancora fatto chiarezza, al contrario della Federal Reserve Bank. Quest’ultima ha chiarito che il nuovo assetto operativo della politica monetaria americana (new normal) richiede il mantenimento di un’ampia offerta di base monetaria, che a sua volta implica il mantenimento di un ampio portafoglio-titoli. La Bce deve ancora chiarire se intende mantenere il nuovo assetto, basato sull’eccesso strutturale di riserve, oppure intende in futuro ritornare al vecchio assetto basato sulla scarsità di riserve. Nel primo caso, potrà mantenere un ampio stock di titoli in portafoglio, mentre nel secondo dovrà ridurlo in misura consistente. Il ritorno al vecchio assetto, prevalente prima dell’avvento della politica monetaria “non convenzionale”, appare poco probabile. La recente revisione della strategia poteva essere l’occasione per fare chiarezza su un aspetto cruciale nella gestione della politica monetaria nell’area euro, ma così non è stato.

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