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Dagospia - 32 min 27 sec fa
Lavinia Rivara per "la Repubblica"   silvio berlusconi al quirinale 1 Silvio Berlusconi sembra crederci davvero, vuole coltivare fino in fondo l'illusione di poter concludere la sua lunga, controversa e divisiva stagione politica insediandosi al Quirinale come successore di Sergio Mattarella. Il suo ritorno in doppiopetto sulla scena politica, il tentativo di ritagliarsi ancora un ...
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Dagospia - 41 min 27 sec fa
caccia cinesi sopra taiwan Massimo Franco per il "Corriere della Sera"   «La Cina vorrebbe che rompessimo le relazioni diplomatiche con Taiwan, promettendo in cambio di inaugurare quelle con noi. Ma abbiamo sempre risposto che prima Pechino deve permetterci di aprire una nunziatura apostolica nella capitale. Solo a quel punto potremo rivedere i nostri rapporti col governo di Taipei...
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Crociere, la spesa media post Covid sale del 6% e tocca i 3.554 euro a cabina

Secondo l’Osservatorio Ticketcrociere, la domanda della stagione invernale 2021/2022 punta sul Mediterraneo. Da ammirare in cabina esterna
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Fame nel mondo: ridurla con la cooperazione

Lavoce.info - 48 min 11 sec fa

La crisi del Covid-19 ha portato a un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare di quelli alimentari, in tutto il mondo. Non è però la sola causa della crescita di malnutrizione e denutrizione. Eppure, alcune soluzioni sono state indicate.

La situazione nei paesi meno sviluppati

La crisi del Covid ha portato a un aumento dei prezzi nel mondo, in particolare per la difficoltà nel rimettere in moto le catene globali del valore e nel reperire le materie prime, come i metalli necessari per la produzione di apparecchiature elettroniche.

Tra le numerose commodities che hanno registrato un aumento dei prezzi, troviamo anche i beni alimentari, il cui valore è cresciuto nel corso di tutto il 2020 e nel 2021, soprattutto a causa di contrazioni nell’offerta. La crisi economica e la scarsità dei beni alimentari hanno aumentato il numero di persone malnutrite dall’8,4 al 9,9 per cento della popolazione mondiale tra il 2019 e il 2020.

I paesi meno sviluppati (least developed countries, Ldc) sono quelli maggiormente a rischio su vari fronti, tra cui quello sanitario e quello alimentare. Solo il 3,1 per cento della popolazione degli Ldc ha ricevuto almeno una dose di vaccino e solo l’1,2 per cento delle dosi globali è stato distribuito in questi paesi, nonostante rappresentino il 14 per cento della popolazione mondiale.

Sul fronte della sicurezza alimentare, negli ultimi venti anni sono stati fatti molti progressi nel ridurre la fame nei paesi meno sviluppati, ma il tasso di malnutrizione è salito a partire dal 2018, e nel 2020 la crescita è accelerata. La figura 1 mostra che il tasso di malnutrizione è di poco superiore al 20 per cento, ma c’è una grande disuguaglianza tra paesi: in Bangladesh le persone malnutrite nel 2019 erano il 9,7 per cento della popolazione, mentre nella Repubblica Centrafricana erano il 48,2 per cento.

Il rischio di malnutrizione è aumentato poi anche nelle economie emergenti; ne è un esempio la Nigeria, dove l’inflazione e soprattutto il prezzo dei beni alimentari di prima necessità sta portando a una crisi alimentare. Nel caso nigeriano, come in quello di altri paesi che rischiano una crisi alimentare, la crescita dei prezzi è dovuta a diversi fattori, dalla siccità alla difficoltà di coltivare i campi a causa delle restrizioni per contenere la pandemia, fino alla forte instabilità interna, causata da conflitti e da un grave deprezzamento della moneta.

La figura 2 mostra l’andamento dell’inflazione in Nigeria e l’aumento dei prezzi del mais, partito con il diffondersi dell’epidemia e ancora oggi in corso sui principali mercati.

Obiettivi per lo sviluppo sostenibile: a che punto siamo

Secondo il monitoraggio dei Sustainable Development Goals (Sdgs) delle Nazioni Unite, nel 2021 non ci sono stati miglioramenti significativi nell’obiettivo di ridurre la fame del mondo, anzi, sotto molti aspetti, la crisi del Covid ha portato a netti peggioramenti. L’Asia centrale e meridionale, l’Africa sub-sahariana e l’America Latina sono le regioni del mondo più colpite dal problema della denutrizione; più di metà delle persone malnutrite nel mondo si trovano in Asia (418 milioni) e più di un terzo in Africa (282 milioni).

Il target 3 dell’Obiettivo n. 2 impone di raddoppiare la produttività agricola e il reddito dei piccoli produttori di cibo, in particolare delle donne, tramite un accesso equo alle risorse, alle conoscenze tecniche e ai servizi finanziari e di mercato. Eppure, i redditi delle produttrici donne sono sistematicamente inferiori a quelli degli uomini e la disuguaglianza tra i redditi dei piccoli agricoltori e dei produttori su larga scala sembra oggi incolmabile. Tra i target dell’Obiettivo n. 2 si trova anche la riduzione al 5 per cento entro il 2025 e al 3 per cento entro il 2030 dei bambini malnutriti sotto i 5 anni. Nel 2020, il 6,7 per cento dei bambini nel mondo non raggiungeva lo standard di nutrizione minimo e si prevede che la crisi causata dal Covid porterà a un aumento del tasso di deperimento del 15 per cento circa: da 45,4 a 52,2 milioni di bambini.

Secondo l’ultimo Global Report on Food Crises (2021) del Global Network against Food Crises (che include anche il Programma alimentare mondiale), ben 34 dei 55 paesi o territori monitorati sono stati a forte rischio alimentare nel 2020 e le persone a rischio sono oltre 155 milioni. I 55 paesi/territori sono però molti meno dei 79 individuati come a potenziale rischio, 24 dei quali incapaci di fornire i dati richiesti dal monitoraggio. Le tre peggiori crisi alimentari del 2020 sono avvenute nella Repubblica democratica del Congo, nello Yemen e in Afghanistan. È bene ricordare che “crisi alimentare” non è sinonimo di “fame cronica” o “instabilità alimentare”, anche se queste condizioni sono spesso collegate. Ciò che rende unica la “crisi alimentare” è la rapidità del peggioramento della situazione. In diversi paesi e regioni, intere comunità possono ritrovarsi nella morsa della fame nel giro di pochi mesi. Per esempio, l’Etiopia non compare nei “tre peggiori” casi nel 2020, eppure l’Onu ha dichiarato la carestia per la regione del Tigray prima del giugno 2021.

Un fattore chiave della crescita dei livelli di fame e malnutrizione a livello globale è l’aumento dei prezzi degli alimenti. Mentre i prezzi del cibo sono aumentati in media del 2,9 per cento nel Regno Unito, del 3,6 per cento negli Stati Uniti e del 4,8 per cento in Giappone e Canada tra febbraio 2020 e luglio 2021, in Myanmar sono aumentati del 54 per cento, in Libano del 48 per cento, in Mozambico del 38,3 per cento, a Vanuatu del 30,9 per cento, in Siria del 29,2 per cento e a Timor Est del 17,7 per cento, colpendo soprattutto le persone più deboli. Per circa 3 miliardi di persone, l’aumento dei prezzi e la diminuzione dei redditi a causa del Covid-19 hanno reso impossibile nutrirsi con cibo sano.

Il rapporto Price Shocks ha confrontato il costo di un paniere di dieci articoli di base in 31 paesi e ha scoperto che, per pagarli, gli americani dovrebbero lavorare in media un’ora, mentre in Siria la gente dovrebbe lavorare tre giorni e nel Sud Sudan otto giorni. Per esempio, il prezzo delle banane rappresenta ora il 58 per cento di un salario medio giornaliero nel Sud Sudan e il 61 per cento nel Ciad – paesi dove centinaia di migliaia di persone soffrono la fame.

L’aumento dell’inflazione dei prezzi alimentari al consumo è precedente alla pandemia, come mostra il Fondo monetario internazionale. Nell’estate del 2018, la Cina è stata colpita da un’epidemia di peste suina africana che ha portato alla morte di gran parte del suo patrimonio suino, che rappresenta più del 50 per cento di quello mondiale. I prezzi della carne di maiale in Cina hanno così raggiunto un massimo storico a metà 2019, creando un effetto a catena anche sui prezzi delle altre proteine animali in molte regioni del mondo. Il fenomeno è stato aggravato dall’introduzione negli Stati Uniti di dazi sulle importazioni dalla Cina di carne di maiale e soia durante la disputa commerciale Usa-Cina. A spiegare l’aumento sostenuto dei prezzi dei produttori mondiali di alimenti si aggiungono altri fattori, come la forte domanda di biocarburanti, che ha aumentato la domanda speculativa.

Le cause della malnutrizione e della denutrizione sono dunque numerose – l’aumento dei prezzi degli alimenti, la riduzione del reddito, lo scarso accesso alle risorse alimentari, la cattiva distribuzione delle risorse alimentari – e spesso si sommano le une con le altre.

Come affrontare il problema

La ricerca economica sul tema ha fatto enormi passi avanti negli ultimi anni. Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, premi Nobel per l’Economia del 2019, hanno rivoluzionato l’economia dello sviluppo sia in ambito accademico che nelle organizzazioni internazionali, utilizzando l’approccio dei test randomizzati controllati (Randomized Controled Trials, Rct) per affrontare il problema della povertà nei paesi più poveri del mondo. Ed è proprio nella ricerca scientifica che si possono trovare soluzioni facili da realizzare e poco costose per alleviare la fame e la malnutrizione nei paesi in via di sviluppo.

Per esempio, uno studio di Akram, Chowdhury e Mobarak (2018) ha dimostrato che è possibile stimolare l’emigrazione stagionale verso i centri urbani semplicemente pagando il costo del viaggio verso la città più vicina. Il loro esperimento, condotto in 133 villaggi nel Bangladesh, ha portato a un aumento dell’emigrazione stagionale dal 35 al 65 per cento, cosa che ha causato una crescita del 4,5-6,6 per cento dei salari dei lavoratori agricoli rimasti nei villaggi e un incremento dei redditi dei migranti stagionali. Con risorse contenute, si è riusciti a ridurre il livello di malnutrizione nei villaggi slegandolo dalla stagionalità del lavoro agricolo. Si potrebbe obiettare che, in una situazione in cui la copertura vaccinale è ancora molto bassa, stimolare l’emigrazione verso aree urbane per ridurre la fame possa portare a un’ulteriore diffusione del virus, presentando quindi un trade-off tra reddito e salute. I test randomizzati controllati, però, sono stati utilizzati anche per studiare metodi per aumentare la consapevolezza del virus e dell’importanza dei dispositivi di protezione. Alle politiche per la migrazione stagionale, quindi, potrebbero esserne affiancate altre per aumentare la sicurezza dei cittadini, come uno studio che è riuscito a triplicare l’utilizzo delle mascherine, sempre in Bangladesh.

La pandemia ha però aggravato situazioni già precarie e, soprattutto, ha peggiorato significativamente il lato dell’offerta di cibo. Per una domanda che è rimasta elevata, l’offerta si è contratta. I consumatori dei mercati emergenti potrebbero sperimentare aumenti di prezzo ancora superiori a causa della maggiore dipendenza dalle importazioni di beni alimentari (per esempio i paesi dell’Africa sub-sahariana e del Medio Oriente e Nord Africa). Inoltre, i mercati emergenti e i paesi a basso reddito sono più vulnerabili agli shock dei prezzi alimentari perché i loro consumatori spendono normalmente una parte relativamente grande del proprio reddito in cibo.

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Si apre la stagione delle grandi dimissioni?

Lavoce.info - 1 ora 16 min fa

I dati delle comunicazioni obbligatorie registrano anche in Italia un notevole aumento del numero di dimissioni nel secondo trimestre 2021. Sono gli strascichi della pandemia o segnali di un nuovo mercato del lavoro? È comunque un fenomeno da seguire.

Gli Stati Uniti e la “Great Resignation”

Negli Stati Uniti hanno già coniato un nuovo termine: la chiamano “Great Resignation”. Si riferiscono all’ondata di dimissioni dal lavoro che si verifica nel paese. Sui giornali si leggono infatti storie di dipendenti del settore dei servizi e della conoscenza, ben retribuiti ma in burn-out: già prima della pandemia lavoravano molte ore, guadagnavano bene, ma erano esausti e, soprattutto, non vedevano opzioni facili per cambiare la loro situazione. Il Covid-19 ha funzionato come un grilletto. In altri casi, invece, ragionando da una prospettiva più economica, si ricorda che il numero di “job quitting” può essere visto come indicatore di un mercato del lavoro in salute. E addirittura anche come un fattore di miglioramento in un sistema economico, se la riallocazione che segue le dimissioni comporta un aumento di produttività. 

I numeri sull’Italia 

E in Italia? Vediamo qualche numero, attraverso le Note trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie pubblicate dal ministero del Lavoro. I dati più aggiornati disponibili si riferiscono al secondo trimestre del 2021 e contengono una novità interessante: un aumento considerevole del numero di contratti terminati a causa di dimissioni del dipendente. Fino a qualche settimana fa, quando gli ultimi dati disponibili erano quelli relativi al primo trimestre di quest’anno, la portata del fenomeno non era ancora chiara, dal momento che il periodo gennaio-marzo è stato in linea con gli anni precedenti. Come si può vedere nel primo grafico in figura 1, tra aprile e giugno, invece, si registrano 484mila dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila da parte di donne), su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. L’incremento nel numero di dimissioni rispetto al trimestre precedente è ben del 37 per cento. La crescita è addirittura dell’85 per cento se si fa il paragone con il secondo trimestre del 2020 e anche in un confronto con il 2019 il numero di dimissioni risulta più alto del 10 per cento. 

Ciò che sorprende è che l’aumento in termini assoluti avviene in un contesto in cui il numero totale di contratti cessati è ancora sotto i livelli pre-pandemici, dal momento che il mercato del lavoro non ha ancora ricominciato a correre come prima della crisi. Rispetto al totale delle cessazioni, questo vuol dire che il 18,7 per cento (circa uno ogni cinque) delle posizioni lavorative si sono chiuse con la dimissione del dipendente (22,7 per cento per gli uomini, 14,8 per cento per le donne), in aumento rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. 

L’aumento rimane anche considerando una misura leggermente diversa, chiamata “quit rate”, calcolata come il numero di dimissioni sul totale del numero di occupati in un certo periodo: come si vede nel terzo grafico, questo indicatore raggiunge il 2,12 per cento nel secondo trimestre 2021, un valore mai toccato negli anni precedenti, nettamente in rialzo rispetto all’1,59 per cento del trimestre precedente. Il numero è del tutto in linea con quanto rilevato dal Bureau of Labor Statistics negli Stati Uniti

Un fenomeno temporaneo o permanente?

Quali riflessioni possiamo trarre da questi dati per quanto riguarda il nostro paese? La prima è un invito alla cautela: è ancora presto per trarre conclusioni, dal momento che non sappiamo se l’aumento delle dimissioni risulterà un fenomeno temporaneo, circoscritto al secondo trimestre del 2021, oppure durerà più a lungo. 

Se l’aumento si dimostrasse soltanto temporaneo potrebbe essere interpretato come il frutto di un mercato del lavoro “congelato” per molti mesi, sia per motivi di andamento del ciclo economico sia per le politiche pubbliche adottate per fronteggiare la crisi (come la cassa integrazione Covid), e che affronta una fase di riassestamento nel momento in cui comincia lo “scongelamento”. Potrebbe trattarsi di dimissioni programmate, ma rimandate durante la pandemia. Potrebbe trattarsi di dimissioni forzate dai datori di lavoro di fronte a una contrazione dell’attività economica e di politiche quali il blocco dei licenziamenti. Oppure potrebbero essere le dimissioni di chi ha avuto una sorta di “epifania” durante la crisi riguardo la propria carriera e ora si dimette per cercare un lavoro più adatto, più rispondente alle nuove esigenze. 

Se invece il tasso di dimissioni dovesse rimanere su livelli alti per un tempo prolungato, ci troveremmo di fronte a un altro interessante fenomeno, una riallocazione della forza lavoro e allora occorrerebbe chiedersi: chi sono i lavoratori che si dimettono? Lavoratori impiegati in professioni manuali o in professioni intellettuali? E dopo le dimissioni, cosa accade loro? Trovano subito impiego, magari in un altro settore? La crisi da Covid-19 potrebbe infatti aver accelerato un fenomeno di ricollocamento della forza lavoro, creando le condizioni affinché i lavoratori scelgano di (o siano costretti a) migrare da settori in difficoltà (pensiamo per esempio alla ristorazione e al turismo) a settori in crescita (come quelli relativi alla salute e alle nuove tecnologie). Di questo, in parte, abbiamo già parlato su lavoce.info qui e qui

In entrambi i casi, sia che si tratti di un fenomeno temporaneo o permanente, sarà poi necessario indagare le conseguenze delle dimissioni dei lavoratori: ancora non sappiamo infatti se chi lascia il suo posto di lavoro sale oppure scende la scala del mercato del lavoro. Le risposte a tutti questi interrogativi saranno importanti per capire quali politiche pubbliche scegliere per accompagnare e gestire i nuovi trend nel mercato del lavoro, per incrementare i livelli di produttività del nostro paese e garantire maggior benessere ai lavoratori.  

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